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Barrafranca- cartolina d'epoca |
Tra
le tante vicende che colpirono il paese di Barrafranca (EN), oggi vogliamo
ricordare "Il Morbo della Spagnola" che colpì Barrafranca nell'estate
1918.
Mentre
infuriava la 1ª Guerra Mondiale, anche a Barrafranca un morbo falcidiò parte
della popolazione, toccando, secondo le stime del comune, tremila casi di
contagio. Tra gli ultimi giorni di agosto e settembre 1918 arrivò in paese un
morbo, chiamato allora "Spagnola". Il morbo fu denominato in questo
modo non perché fosse apparso in Spagna, ma perché fu l’unico paese che ne
pubblicò la notizia. Infatti, il paese iberico non era coinvolto nel conflitto
bellico e quindi la notizia non fu censurata come invece avvenne nelle nazioni
in guerra che temevano il diffondersi del panico.
Si trattò di una terribile
influenza pandemica, che si trasmise attraverso tosse e starnuti, o portando le
mani alle mucose del naso o degli occhi. Il virus influenzale A/H1N1 attaccò le
vie respiratorie, per cui, oltre alla febbre, comparivano i banali sintomi da
raffreddore, con tosse. Nei casi più gravi anche polmonite. Da alcuni studi
condotti in America, il mordo non fu causato da un'improvvisa
"migrazione" di geni dell'aviaria verso il ceppo dell'influenza umana,
ma in un ceppo già esistente si verificò una variazione nel tipo di
emoagglutinina (glicoproteina antigenica presente sulla superficie di alcuni
virus) e fu questo a rendere la "spagnola" particolarmente virulenta.
Gran parte delle vittime furono giovani sani tra i 18 e i 29 anni di età, molti
dei quali soldati, una fascia di popolazione che di solito è più resistente a
questo tipo d’infezione. «Fu la più grande epidemia d’influenza della storia,
eppure gli anziani, che di solito sono i più colpiti dalla malattia, ne furono
quasi completamente immuni», spiega Michael Worobey, biologo dell’University of
Arizona di Tucson che ha diretto una ricerca sull'argomento. Secondo lo studio,
i giovani furono particolarmente vulnerabili alla spagnola (che uccise un
contagiato su 200) perché da bambini non furono esposti a un tipo d’influenza
simile.
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Morbo della Spagnola 1918-Foto di repertorio |
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Dottor Angelo Ippolito- medico barrese |
A
portare il morbo a Barrafranca (EN) fu un militare di stanza a Palermo,
Salvatore Balsamo, venuto in paese per un breve periodo di licenza
matrimoniale. Il matrimonio fu celebrato il 25 agosto. Già febbricitante, il
Balsamo si mise a letto. Il povero militare era inconsapevole di essere il
portatore di una terribile epidemia che stava mietendo morti in tutto il mondo.
Il male fu così virulento che il giovane militare morì il 29 agosto. A
Salvatore Balsamo seguirono i coniugi Tropea- Pirrelli; lei la Pirrelli, morì
il 2 settembre, mentre Tropea il 9 settembre. Ormai nella popolazione si fece
strada che si trattava di una pandemia. La terribile epidemia dilagò rapidamente,
cogliendo la popolazione impreparata.
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Don Luigi Giunta |
Secondo il resoconto del parroco Giunta,
diretto protagonista dell’evento e riportato nel suo libro su Barrafranca, stando
agli atti del municipio, i colpiti furono circa tremila. Anche i medici, oltre
ad essere pochi per infezione si ritirarono dal servizio ad eccezione del
dottor. Angelo Ippolito che si prodigò con abnegazione. Il popolo si ammassò dietro
la sua porta, già dalle 4 del mattino. Intere famiglie rimasero chiuse nelle
loro case, senza nessun soccorso. I cadaveri si ammucchiarono nelle case. Per
mancanza di trasporti funebri, fu difficile rimuovere i cadaveri. Le casse
mortuarie, realizzate con quattro rozze tavole bianche, raggiunsero il costo di
400 lire. Quando iniziò a mancare il legno, s’iniziò a costruire casse con le
tavole dei letti. Altri chiusero i cadaveri nei cassettoni da biancheria e le
donne avvolsero i loro piccoli figli in dei cenci e li accompagnarono al
cimitero. Dall'opera prestata ai malati, il Giunta notò che il morbo colpì sia
uomini sia donne, in una fascia di età compresa tra i 18 e i 44 anni, e più di
tutti le persone che erano colpite da altre infermità. Spesso i becchini non
ebbero neanche il tempo di preparare le fosse, tanto che alcuni cadaveri
giacevano nel cimitero all’aperto, con grave danno per i quartieri limitrofi.
Più colpiti furono i bassifondi del quartiere "Costa", probabilmente
perché più vicino al cimitero.
L’unica
farmacia dovette chiudere, poiché il direttore si ammalò. L’amministrazione
comunale, capeggiata in quel periodo dal sindaco Cav. Onofrio Virone
(1880-1948), chiese l’intervento dell’esercito che inviò tre medici militari,
Cap. Med. Salvatore Mandarà da Vittoria, Pietro Spampinato da Biancavilla e
Cap. Med. Amato, e 10 soldati della territoriale per il trasporto dei cadaveri
e lo scavo delle fosse. I medici non riuscivano a trovare un modo per tamponare
la situazione e chiesero un consulto al prof. Giuffrè, che rispose con una
lettera in cui consigliava di utilizzare piccole dosi di chinino (Acido chinino
è un composto organico, ossiacido della serie del cicloesano, contenuto nella
corteccia di china, nelle bacche del caffè, e in diverse altre piante; si
presenta in cristalli incolori, dal sapore molto acido; i suoi sali, chiamati
chinati, hanno la proprietà di diminuire la produzione di acido urico).
Il
popolo in preda alla disperazione, cercava conforto nella religione che trovò
nei due soli sacerdoti rimasti attivi Don Luigi Giunta e Don Calogero Marotta.
Nel suo libro, il Giunta racconta che in quei giorni il Vescovo di Piazza
Armerina, mons. Mario Sturzo, ordinò che il SS Viatico (Comunione che si
amministra ai malati in punto di morte) si portasse in forma privata. La
mattina dalle 05.00 alle 09.00 andava alla ricerca d’infermi che avevano
bisogno dei sacramenti. Dalle 09.00 fino a tarda sera, eccetto una mezzoretta
per rifocillarsi, si giravano le strade del paese per ammucchiare i cadaveri,
che furono riuniti nei quartieri e poi trasportati al cimitero.
Da
parte dell’amministrazione comunale furono emanate una serie di ordinanze
straordinarie in cui s’intimò, tra l’altro, la requisizione di legname per
sopperire alla mancanza di bare, dell’olio d’oliva, della manodopera per la
pulizia delle strade, dei bovini da macello per l’alimentazione degli infermi.
Tra le altre cose si deliberò l’imposizione del prezzo del latte che non poteva
superare lire 1,60 al litro e si vietò il suono delle campane a morto. Il paese
fu suddiviso in 6 zone: la prima assegnata al dott. Angelo Ippolito, la seconda
al dott. Mandarà, la terza dott. Benedetto Mattina, la quarta al cap. med.
Amato, la quinta al dott. Mastrobuono e la sesta al cap. med. Spampinato.
Questa suddivisione non fu mantenuta a causa dell’infermità di alcuni medici.
Da
una stima sommaria i morti furono circa 500.
FONTI:
Luigi Giunta, Cenni storici su Barrafranca, Caltanissetta, 1928.- Worobey M, Han GZ, Rambaut A, "Genesis
and pathogenesis of the 1918 pandemic H1N1 influenza a virus" in
Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of
America. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)
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