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giovedì 14 agosto 2025

BARRAFRANCA. Storia di una festa non più esistente: la Buona Morte

 


Tra i meandri della memoria abbiamo riportato alla luce i ricordi di una festa che pochi conoscono ma che ha un non so ché di arcano. Stiamo parlando della festa della Madonna della “BUONA MORTE” che si festeggiava a Barrafranca fino all’agosto del 1950 nella Chiesa Itria, la quale custodiva una statua della BUONA MORTE appunto.

Il titolo “Maria della Buona Morte” non è un titolo ufficiale che la Chiesa cattolica ha attribuito alla Vergine Maria. Questa riconosce il concetto di “buona morte” (in latino: “mors bona”) come pratica cristiana delle confraternite della Buona Morte, che si occupavano di assistere i moribondi e di fornire una degna sepoltura ai defunti indigenti. Queste confraternite, diffuse in Italia fin dal Medioevo, avevano lo scopo di assistere i condannati a morte, di seppellire i poveri e di accompagnare spiritualmente i moribondi. L’associazione del concetto di “buona morte” a Maria è data dal fatto che la Vergine spesso è invocata come protettrice dei moribondi. Inoltre, questo culto è connesso a quello più conosciuto della “Dormitio Virginis”, che trae origini nella tradizione orientale, dove si crede che Maria non sia morta, ma sia caduta in un sonno profondo prima della sua Assunzione in cielo. 

Tornando a Barrafranca, la BUONA MORTE era una statua in cera che raffigurava, secondo l’iconografia classica, la Vergine giacente su un letto, Maria dormiente appunto, vestita con abiti pregiati, dentro ad una teca lignea con ante in vetro. La teca era posizionata su un altare appoggiato sul muro di destra della navata principale della Chiesa Itria e circondato da un arco in gesso.

Il culto della Madonna della Buona Morte era molto sentito dai fedeli barresi. Difatti, la festa liturgica si svolgeva il 15 agosto ed era anticipata dalla pratica cristiana conosciuta come “Quindicina”, ossia i 15 giorni in cui i fedeli si ritrovano nel tardo pomeriggio ad assistere alla messa in onore della Vergine, preceduta dalla recita del rosario. Come ci racconta le sorelle barresi Stella (93 anni) e Clara (84 anni) Faraci, l’organizzazione dei festeggiamenti era curato dalla nonna materna di queste, la signora Teresa Faraci (classe 1866). La signora Teresa aveva realizzato a mano una pregiata tovaglia che serviva a ricoprire l’altare durante i festeggiamenti. Inoltre, questo veniva addobbato con dei “rametti” ossia dei rami di fiori di carta realizzati a mano. In quegli anni in paese era costume realizzare a mano dei fiori con carta velina che poi venivano venduti, per pochi soldi, alla gente.



Questo perché dilagava la povertà e l’acquisto di fiori freschi era molto oneroso. Era una vera e propria arte: si tagliavano i petali nelle forme e varietà del fiore che si doveva realizzare. Poi si scioglieva la cera di una candela e con questa si incollavano le parti e si legavano alla parte terminale del gambo, fatto di fil di ferro, rivestito di carta velina verde. C’è chi realizzava i fiori con vecchie calze di nylon. Tornando ai festeggiamenti, questi duravano quindici giorni, per concludersi con le celebrazioni eucaristiche del 15 agosto. Durante questi giorni, molti devoti portavano, come ex voto, oggetti in oro che venivano posizionati sopra l’altare, vicino alla teca che veniva aperta durante la festa. Al termine dei festeggiamenti, gli ori votivi venivano conservati dal parroco Don Calogero Guerreri (parroco Chiesa Itria 1947-1969), mentre i rametti e la tovaglia dalla signora Teresa Faraci, pronti per l’anno prossimo.

La festa scomparve con la distruzione della statua. La notte del 15 agosto 1950, dopo i festeggiamenti, si sviluppò un incendio, causato da una candela lasciata accesa, che fece sciogliere la statua in cera e ridusse in cenere l’urna lignea che la conteneva. Invece di ripristinare ciò che era rimasto dell’altare, il parroco Guerreri decise di smontare tutto, grazie all’aiuto dello stimato falegname barrese Giovanni Faraci (1894) e del figlio Luigi (1937). A ricordo di ciò rimangono due santini raffiguranti l’Assunzione della B.V. “Dormiente”.


Mesi dopo l’increscioso evento, il 1° novembre 1950 Papa Pio XII emanava la costituzione apostolica “Munificentissums Deus” con la quale fu proclamato il dogma dell’Assunzione di Maria. Il culto della Dormizione ha contribuito alla formulazione del dogma dell’Assunzione di Maria. Maria, «essendo giunta al termine della propria vita terrena, fu elevata in corpo e anima alla gloria del Cielo ed esaltata dal Signore come Regina dell’universo, per essere così del tutto conforme al Figlio, Signore dei Signori, vittorioso sul peccato e sulla morte».

La formulazione del nuovo dogma spinse don Guerreri a far costruire un nuovo altare dove posizionare una statua dell’Assunta, chiudendo la porta laterale destra della chiesa e scavare nella parete una nicchia per contenere la nuova statua. I lavori furono completati nel 1957 come si evince dalla lapide posta a sinistra dell’altare.

Non più la Madonna della Buona Morte o della Dormizione, ma la Vergine Assunta. Cambia anche l’iconografia: non più la “Dormitio Virginis” ma la vergine attorniata dagli angeli che viene elevata al cielo.

CURIOSITA’ La “quindicina” è una pratica cristiana, un momento di riflessione sul senso della festa e di preparazione alla festa stessa. Questa pratica, che può variare di numero dai tre giorni “Triduo”, ai nove giorni “Novena”, ai quindici giorni “Quindicina”, si ispira a quanto attestato negli “Atti degli Apostoli” sulla preghiera vissuta dalla prima comunità degli Apostoli dopo “l’Ascensione di Gesù”, in attesa della “Discesa dello Spirito Santo”.

Ringrazio le sorelle Stella e Clara Faraci, e il nipote Gianni Faraci per la fattiva collaborazione e le preziose informazioni.

FONTI SCRITTE: La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1993, nota ad At 1,14; Pino Giuliana, La Chiesa di Piazza armerina nel Novecento”, Edizione Lussografica, 2010; Gaetano Vicari, Guide alle principali chiese di Barrafranca, 2 edizione; Iole Virone, Lontano dal cuore, 2025. FONTI ORALI: Stella Faraci classe 1932; Clara Faraci classe 1941. SITOGRAFIA: https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_apc_19501101_munificentissimus-deus.html. FONTI FOTOGRAFICHE: Rita Bevilacqua; Gianni Faraci. RITA BEVILACQUA








martedì 3 settembre 2024

Storia dell’ex CHIESA DEL PURGATORIO di Barrafranca, con documenti inediti

 

Bozza dell'ex chiesa del Purgatorio

C’era una volta… e adesso non c’è più. Così inizia la nostra storia, la storia dell’antica chiesa di un assolato paese dell’entroterra siciliano chiamato Barrafranca (EN).

La storia che stiamo per raccontare riguarda la chiesa del Purgatorio sotto il titolo di Maria SS della Concezione. Fino agli anni '50 a Barrafranca in piazza Madonna, accanto ai "Putieddi" (strutture tardo-medievale) e vicino alla chiesa Maria SS. della Stella, esisteva una chiesa molto antica che, dagli studi condotti dallo storico dott. Angelo Ligotti e da quelli recenti del prof. Liborio Centonze, si fa risalire al periodo bizantino (durante i lavori di abbattimento furono ritrovati due monete bizantine, una moneta normanna di Guglielmo II e altro). Si tratta della chiesa del Purgatorio, conosciuta come "U Priatoriu".  Secondo il sacerdote Luigi Giunta era un fabbricato del principe Branciforti dato che, in questa chiesa, si conservava un suo stemma. Secondo lo storico Angelo Scarpulla non è da escludere che, originariamente, la chiesa fosse stata costruita sulle rovine di un preesistente tempio. Durante lo sviluppo del Cristianesimo, era normale sostituirsi a ciò che già esisteva, per cui molte chiese cristiane furono costruite sui ruderi di templi pagani. Sempre secondo Scarpulla ciò sarebbe dimostrato dal fatto che la suddetta chiesa, come altre chiese, è rivolta verso "occidente", fatto strano per una chiesa cristiana la cui costruzione veniva orientata verso "oriente" (questo sistema si afferma già a partire dal VII secolo). In tempi antichi, quando Barrafranca era ancora un piccolo borgo dallo strano nome “Convicino”, fu dedicata dalla fine del 1500 in poi a san Lio,  come si evince da diversi Atti notarili di Barrafranca, conservati nell’Archivio di Stato di Caltanissetta.

Nel “Martirologio romano” non esiste nessun San Lio. Il nome Lio trae le sue origini dal greco antico Leôn, che significa "leone" e per questo, in lingua veneta, san Lio è l’appellativo con cui si indica San Leone IX (1002- 1054), il cui culto è molto sentito a Venezia. Questo avvalora la tesi del Ligotti prima e del Centonze dopo, che la chiesa risalga al periodo bizantino (395-1453) e la discesa delle popolazioni del Nord-Italia portò il culto di San Lio (esiste una chiesa intitolata a San Lio a Venezia).

Attuali locali dell'ex chiesa (foto google maps)

Nei registri ecclesiastici di Barrafranca e in particolare nei registri riguardanti gli atti di morte del 1625, “il 20 marzo viene sepolto nella Chiesa Madonna della Concezione un certo Cristofolo di anni 50, morto a casa propria, confessato e viaticato”.  Nei registri di morte a partire dal 1770 si parta di sepolti nella chiesa del Purgatorio. Questo sta ad indicare che nella suddetta chiesa non venivano sepolti solo morti di morte violenta, come da sempre si è creduto.

In due inventari, uno datato 31 luglio 1789 redatto da Sac. Ignazio Grillo e l’altro datato 1808 redatto dal sac. Andrea Vasapolli e conservati nell’Archivio Storico della Diocesi di Catania, la chiesa è appellata del Purgatorio sotto il titolo di Maria SS della Concezione. Difatti vi erano presenti due piccole tele: una delle Anime Santissime del Purgatorio e una di Maria SS della Concezione. Dai barresi era anche chiamata la “Chiesa di l’armi santi”. Per il cattolicesimo le “anime sante” erano le anime del purgatorio, da qui l’associazione di purgatorio con anime sante. In alcuni schizzi realizzati sulla base della memoria storica di chi ha avuto modo di frequentare la chiesa, si evince che la chiesa e il campanile erano annessi a un cotile-giardino, ancora esistente, che dava sulla sagrestia. La struttura del campanile era molto simile a quello della vicina chiesa Maria SS. della Stella, con la differenza che la cupola del campanile della chiesa del Purgatorio aveva una forma piramidale.

Vicolo Purgatorio

La chiesa era separata dalle "Putieddi" dalla via Purgatorio che collegava piazza Madonna al corso Garibaldi. Parte della strada fu chiusa quando fu demolita la chiesa e creati i nuovi locali, lasciando il vicolo Purgatorio, al quale si accede dal corso Garibaldi. Entrando nel suddetto vicolo, in fondo si può ammirare ancora l'antica abside della chiesa, mentre all’interno l’abside su trasforma in una piccola cappella e la navata centrale è diventata l’attuale salone. 
Abside dell'ex chiesa ancora visibile

Come si evince dall’inventario del 1789, La chiesa era ad una sola navata e all’interno vi erano 6 altari: altare Maggiore, altare del SS Crocifisso di Maria; altare del SS Rosario; altare di san Gaetano; altare di San Isidoro e altare di San Eligio. Inoltre, vi era un organo ligneo e il campanile era dotato di 2 campane, una più grande e una più piccola. Molti degli arredi sono stati perduti, mentre alcuni furono portati nella vicina Chiesa Maria SS della Stella, come l’antica tela rappresentante sant'Isidoro Agricola di Pietro d'Asaro, detto il monocolo (era cieco di un occhio) di Racalmuto (1597-1647), mentre fino al 2011 trovava posto anche l’antica tela di San Eligio Vescovo. Sempre nella suddetta chiesa troviamo alcuni altari lignei e l’antica acquasantiera in pietra, installata negli anni ’90, dopo che era rimasta conservata nel cortile dell’oratorio.Una delle campane fu installata nel campanile della cappella Cuore Immacolato di Maria, conosciuta come chiesetta di San Giovanni (sita nell’omonima contrada), l’altra rimase nei sotterranei della chiesa Maria SS della Stella. Quando la cappella del Cuore Immacolato di Maria fu chiusa, la campana fu smontata e conservata, assieme all’altra, nei sotterranei della hiesa. Nel 2021 entrambe le campane sono state montate nel campanile della chiesa Maria SS della Stella.
Cappella dell'abside interno

Era presente un antico simulacro ligneo dell’Immacolata Concezione, di mirabile fattura, che dopo la demolizione della chiesa passò nella chiesa Maria SS. della Stella. Anni dopo l’antico Simulacro fu portato da don Pino Giuliana a Riesi (CL) nella chiesa di S. Salvatore. Tanta era la devozione all’Immacolata, che fino agli anni’50, esisteva la Confraternita dell’Immacolata. Essa si sciolse, come avvenne per tante altre Confraternite barresi, dopo la condanna di papa Pio XII ai comunisti. Negli archivi parrocchiali del 1777 risulta che vi era la “Confraternita delle Anime del Purgatorio”, la quale aveva il costume di fare delle processioni esterne con il SS Sacramento gli ultimi giorni di Carnevale.

Nei tempi antichi fu ufficiata dai Conventuali di san Francesco. Tra questa chiesa e quella dei Minori Riformati sita in Piazza Regina Margherita, sorse una questione su quale delle due dovesse celebrare la festa dell'Immacolata nel giorno dell'8 dicembre. La questione portata davanti al governo fu decisa in favore della chiesa del Purgatorio con ministeriale dell'11 aprile 1836. 

Durante i bombardamenti del 18 luglio 1943 una bomba, caduta tra la via Bellini angolo Corso Garibaldi, colpisce il tetto della chiesa danneggiandolo. Dai racconti orali apprendiamo che, a causa questo increscioso evento, Monsignor Antonino Catarella, vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, decise di chiudere la chiesa. Dopo anni di chiusura e in barba alla sua veneranda età e ai lustri che aveva dato a “Convicino” prima e a “Barrafranca” dopo, si decise di distruggerla. Erano gli anni ’50 e l’idea di creare dei locali utilizzabili dalla vicina chiesa Maria SS della Stella balenò nella mente dell’allora parroco Don Giovanni Faraci. L’anno 1957 decretò la fine della chiesa del Purgatorio. Nacquero gli attuali locati adibiti, dal marzo 1968, ad ospitare l’oratorio “Casa del Fanciullo”, fortemente voluto da Don Giuseppe Zafarana, il quale si prodigò anche ad aprire una scuola materna parrocchiale. Per alcuni anni furono utilizzati come "Centro per gli anziani" e dal 2000 al 2016 ospitarono le suore Clarisse Apostoliche Domenicane. Attualmente ospita il parroco della vicina chiesa Maria SS della Stella.

FONTI: Archivio di Stato di Caltanissetta; Archivio Storico della Diocesi di Catania; Registri ecclesiastici Barrafranca- Diocesi di Piazza Armerina. TESTI: Sac. Luigi Giunta, Brevi cenni storici su Barrafranca, Tipografia Ospizio Provinciale di Beneficenza, Caltanissetta, 1928; Angelo Li gotti, La penetrazione cristiana nella zona di Barrafranca, Piazza, Pietraperzia, Mazzarino, secondo le recenti scoperte, Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1965; Angelo Scarpulla, C’era una volta e c’è ancora Barrafranca, Rimini, 2001; Liborio Centonze, Navigando i fiumi, vol. I, Edizioni NovaGraf, 2013. Gaetano Vicari, Guida alle principali chiese di Barrafranca, seconda edizione, 2019; FONTI ORALI.  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

martedì 16 luglio 2024

Uomini del passato: Peppino Seggio e l’amore per la musica

 

Nella metà degli anni Cinquanta, Barrafranca (EN) vide protagonista un uomo singolare che, con il suo umorismo leggero e il suo canticchiare scanzonato, lasciò un ricordo indelebile tra quelli che l’hanno conosciuto.


Stiamo parlando di Giuseppe Seggio, meglio conosciuto come Pippinu Siggiu. Secondo di sei figli, Giuseppe nasce il 14 luglio 1896 in una famiglia poverissima. Il padre Pasquale, figlio di Giuseppe e Giuseppina Barbuzza nato a Barrafranca il 28 agosto 1856, sposa il 03 aprile del 1894 Laura Farruggia di Rocco e Felicita Grillo, nata a Barrafranca il 21 aprile 1866.  Dalla loro unione nascono: Giuseppa (1894), Giuseppe (Peppino), Felicita Maria Stella (1898), Rocco (1902), Carmela (1905) e Maristella (1908).

Per sfamare una famiglia così numerosa, Pasquale si adattava a qualsiasi mestiere (negli archivi comunali alla voce “mestiere” troviamo “industrioso”), Laura fa la casalinga. Come tantissime famiglie di allora, non hanno la possibilità di far studiare i figli. Così Giuseppe che, fin da bambino aveva la passione per la musica, dovette rassegnarsi e limitarsi a canticchiava valzer, mazurche e altro con testi e musiche proprie che sapevano di una sola personale tonalità. Si dilettava anche a scrivere poesie e versetti. Per vivere Giuseppe faceva il muratore. Trascorse buona parte della sua vita in una casetta, assieme alla sorella Maria Stella, in via Ciulla incrocio via Paterno Rossi.

Negli anni Quaranta arriva a Barrafranca il maestro leonfortese Paolo Marinacci, amico del dott. Angelo Ligotti, al quale fu chiesto di comporre degli spartiti per la banda cittadina. In questo frangente i dot. Ligotti chiede all’amimico di musicare una marcia funebre che Peppino Seggio canticchiava. Quello starno canticchiare fu trasformato in una marcia funebre dal titolo che "Padre Pietoso". Da subito bbe un gran successo, tanto che ancora oggi viene suonata il pomeriggio del Venerdì Santo davanti al Sagrato della chiesa Madre durante la preparazione del Crocifisso.


Spesso il dott. Angelo Ligotti lo faceva esibire o nel suo studio medico o nel bar della zi Santina Gueli in Piazza Itria. In una delle foto più conosciute si vede Peppino sopra una sedia e, con in mano una bacchetta, dirigere un’orchestra fantasma. Accanto a lui un cagnolino, il suo fedele compagno. Dello stesso autore celebri furono  anche "Il valzer di Monte Navone", "Cirumbelli - polka", "La Mazurca di Caceci" ed altri, ideati dal Marinacci ed attribuiti al Seggio. Celebre e storica la frase che era solito ripetere: "Amara quella porta che ha bisogna del pontillo”.

Muore il 18 luglio 1971. Al suo funerale, la banda musicale del paese gli rese omaggio suonando, gratuitamente, diverse marce funebri, tra cui la sua amata “Padre Pietoso”. 

Riportiamo un ricordo del prof. Carmelo Orofino: “Sbucando dallo stradone, giungeva alla piazzetta del bar Centrale con la sua aria timida e sognante, accentuata dalla lunga sciarpa intorno al collo e dal vecchio cappotto che portava fino ad aprile inoltrato. Camminava mogio mogio, come pestasse le uova, e al suo fianco trotterellava il cane Autore. Non appena sedeva, qualcuno incominciava: «Maestro, ci faccia sentire qualcosa». L’anziano compositore si guardava attorno con gli occhietti spiritati e incominciava, agitando nell’aria la manina ossuta: «Po' po’ po' poropopò...» «Che cos’è, maestro?» «Una marcia funebre, l’ho composta stanotte.» Bisogna dire che il maestro componeva molto: canzoni, marce, opere e tutto con la bocca. Tutti lo incoraggiavano e tutti gli dicevano che il successo non sarebbe tardato. Una sera lo fecero salire su una sedia, gli misero in mano una bacchetta e gli fecero dirigere la musica diffusa da una radio a transistor. Molti canticchiavano le sue canzonette strampalate ed in particolare la Ballata delle pulci.”

FONTI: Archivio di Stato di Enna. Località Barrafranca; Registri ecclesiastici, Chiesa Maria SS. Della Purificazione di Barrafranca- Diocesi di Piazza Armerina. TESTI: Franco Balsamo, Barrafranca. Vita fatti e personaggi del ventesimo secolo, Caltanissetta, 2 edizione, lito-tipografia Bartolozzi Caltanissetta, 1992; “Il maestro compositore di Carmelo Orofino”, articolo pubblicato nel Giornale “Orizzonti” di Piazza Armerina (EN) 1997. FONTI ORALI: intervista Giuseppina e Maria Stella Bartoli, nipoti del compianto Seggio; intervissta a Salvatore Rizzo, Maestro della Banda Musicale Città di Barrafranca; FOTO: Archivio Cateno Marotta. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA



martedì 4 giugno 2024

STORIE DI UOMINI- Chi era il maresciallo Salvatore Troja, ucciso a Barrafranca (EN) il 13 febbraio 1956


Uno dei doveri della società civile è ricordare gli uomini dal grande spessore morale che, per sfortunate vicende, hanno perso la vita. È in quest’ottica che oggi vogliamo far conoscere il maresciallo Salvatore Troja, ucciso a Barrafranca (EN) il 13 febbraio 1956, attraverso la sua figura di uomo e di ufficiale.

Il 13 gennaio 1908 nasce a Ramacca (CT) Salvatore TROJA, di Tommaso e di Giuseppina Sanfilippo,

Il 30 aprile 1926 si arruola nell’Arma dei Carabinieri.

Il 15 ottobre 1926, dopo il corso, vieni promosso Carabinieri a piedi.

Dal 1926 al 1929 svolge servizio come C.re ausiliario presso la legione di Palermo.

Il 29 settembre 1929 a Scordia (CT) sposa Lucia Scirè, di Rocco, classe 1908.

Il 01 maggio 1929 viene posto in concedo illimitato.

Il 27 settembre 1930 nasce a Scordia la primogenita Giuseppa, deceduta il 5 settembre1931.

Il 28 novembre1933 nasce a Catania la figlia Giuseppa Anna Maria.

Il 07 settembre1937 nasce a Scordia la figlia Fortunata Antonina Angela

Il 06 marzo 1940 nasce a Scordia la figlia Amalia.    

Il 04 giugno 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato alle armi.

Il 31 marzo 1940 viene promosso Vice Brigadiere dei Carabinieri

Il 18 novembre 1941 è mobilitato col 13° Battaglione CC.NN “Bologna”.

Il 01 gennaio 1943 viene catturato dai tedeschi.

Dopo l’armistizio di Cassabile dell’8 settembre 1943 non aderisce alla RSI e unitamente ad altri militari si disperde in Albania.

L’08 settembre 1944 viene fatto prigioniero di guerra in Albania.

Il 14 aprile 1945 riparte da Tirana e giunge a Bari dove viene ricoverato all’Ospedale militare di Valenzano per malaria.

Il 19 aprile 1946 riprende, con il grado di Brigadiere servizio a Messina.

Nel 1947, grazie ad una delicata operazione, il Troja riceve un encomio solenne concesso dal Comando Legione Messina con la seguente motivazione: “Sottoufficiale in sottordine-dando prova di alto senso del dovere, energia e zelo, coadiuvò efficacemente il proprio comandante di compagnia in laboriose indagini che si conclusero con l’arresto di sette persone associate per delinquere e responsabile di rilevanti furti, e con il recupero di gran parte della refurtiva per un valore di circa duemila lire. Nel corso delle indagini richiamato dalla detonazione di una pistola sparato dal collega impegnato in una colluttazione con pericoloso delinquente che stava per essere sopraffatto e disarmato, affronta decisamente il ribelle stordendolo con un colpo di calcio della pistola di ordinanza permettendo in tal modo l’arresto. Floridia- Avola 1947”.

Il 30 giugno 1949 promosso Maresciallo Ordinario.

Il 30 giugno 1951 promosso Maresciallo Capo.

Il 18 settembre 1952 è nominato Comandante della stazione dei carabinieri di Barrafranca (EN) che allora era sita in via Santa Rita, dietro l’attuale palazzo Comunale. Difatti una parte del palazzo comunale (dove attualmente c’è il gabinetto del sindaco) era la stazione del comando dei Carabinieri e i locali attigui, erano le carceri.

Il 13 febbraio 1956 viene ferito gravemente, assieme alla figlia Amelia, in un agguato davanti casa. La ragazza muore sul colpo. Il maresciallo viene trasportato all’Ospedale di Caltanissetta, dove muore il 14 febbraio.

Dopo i funerali le salme vengono trasferite e tumulate al cimitero di Scordia (CT), dove attualmente riposano.

FONTI: documentazione in possesso del maresciallo in pensione Salvatore Sessa, nipote del compianto Troja; ricerche storiche del maresciallo in pensione Vincenzo Pace di Barrafranca (EN; ricerche storiche di Carmelo Gambera incaricato per la memoria del presidio Libera di Scordia; articoli del quotidiano “La Sicilia” anno 1956.  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA




mercoledì 16 settembre 2020

“U Cappidduni” di Barrafranca- l’antica Chiesa Madre che non c’è più

Disegno Madrice Vecchia

Non tutti sanno che a Barrafranca (EN) fino agli inizi del 900 esisteva una chiesa Madre ubicata “a Batia”, Piazza Fratelli Messina, antecedente all’attuale Chiesa Madre. Di questa vecchia costruzione non rimangono altro dei racconti degli storici e di qualche anziano che ha avuto l’onore di vederne i ruderi.

Un’antica testimonianza dell’esistenza di questa chiesa c’è data dal sopra porta di Palazzo Butera a Palermo, che raffigura su tela com’era Barrafranca nel settecento. Forse di origine bizantina, già nel 1575 vi si seppellivano i morti. La chiesa fu riportata col nome di “Santa Maria del Soccorso”, ma era conosciuta dai barresi come “U Cappidduni”, sita in Piazza Monastero, attuale Piazza Fratelli Messina. Parzialmente distrutta dal terremoto del 1693, in un atto comunale del 1824 risulta che la chiesa era già diroccata nel 1727. Ricostruita solo parzialmente, fu destinata per decreto reale a ospedale dei poveri. Fu chiusa al culto nel 1765. 

Particolare del sopra porta di Palazzo Butera (PA)

Nel 1933 il podestà Mattina ne stabiliva la demolizione. Secondo lo storico barrese Angelo Ligotti, la chiesa esisteva già nel XIII sec. o addirittura risalirebbe ai re Normanni o membri della loro famiglia. Alcuni resti rimasero fino al secondo conflitto mondiale, che, con i bombardamenti del luglio 1943, ne sancirono la definitiva scomparsa.

La chiesa è riportata con il nome di Santa Maria del Soccorso, anche se i cittadini barresi la conoscevano come la “Chiesa du Cappidduni”.

Disegno interno Madrice Vecchia

La chiesa era formata da un’abside e da due navate laterali (planimetria uguale alla basilica bizantina di Sofiana), probabilmente bizantina. La facciata era posta a ponente, con un piccolo atrio che immetteva nell’entrata principale. Le colonne e gli archi furono aggiunti dagli Svevi (XIII sec.) come anche il campanile, posto nell’angolo destro della chiesa. Nel periodo Rinascimentale con i nobili Barresi il campanile subì un rifacimento e per la sua forma strana, fu detto “Cappidduni”. Qui si annidavano uccelli rapaci notturni. Con riferimento a ciò, è rimasto nella memoria dei più anziani il detto “Sì cchiù vecchia da pigula du Cappidduni”, proprio a indicare la vetusta età del campanile, rifugio dei rapaci.

In mancanza d’immagini fotografiche, la ricostruzione della chiesa è stata realizzata su indicazione del contratto di ristrutturazione stipulato dal sindaco Benedetto Giordano con il perito comunale Scarpulla il 1° novembre 1883.

Vi erano presenti: la tela duecentesca di“Maria degli Angeli”, un’immagine di san Francesco e di una figura imperiale riconducibile a Federico II. La tela è menzionata da Vito Amico il quale, descrivendola, dice che raffigurasse la Madonna circondata da angeli e da frati francescani riformati con la figura del Santo. La tela di Maria SS. della Purificazione, che si trova nell’attuale chiesa Madre e da cui prende il nome. Nel 1745 fu trasportata alla nuova chiesa Madre, da come si evince da un inventario redatto in quell’anno dal vescovo di Catania (mons. Pietro Galletti vescovo dal 1729 al 1757). Nel Dizionario del Nicotra, la tela è attribuita a Cateno Gueli, un artista di Monreale. Di recente la tela è stata attribuita a Filippo Paladini, il celebre pittore toscano morto nel 1614 a Mazzarino. L'attribuzione è dovuta al fatto che sul dipinto, prima del restauro, si distingueva una F e in seguito PAL. Vi era un altare della Madonna del Carmelo.

FONTI: Luigi Giunta, Breve cenni storici su Barrafranca, 1928; Vito Amico, Dizionario topografico della Sicilia, a cura di Gioacchino di Marzo, volume primo, Palermo, 1855; Francesco Nicotra, Dizionario illustrato dei comuni siciliani, Palermo 1907; Angelo Ligotti, Notizie su Convicino…, Palermo, presso la Società Siciliana per la Storia Patria, 1958; Angelo Ligotti, La penetrazione cristiana nella zona di Barrafranca, Piazza, Pietraperzia e Mazzarino secondo le recenti scoperte, Palermo 1965 (da cui sono tratte le foto); Liborio Centonze, Federico II di Svevia e Bianca Lancia da Mazzarino, Bonfirraro Editore; Liborio Centonze, Navigando i fiumi, vol. I, Edizioni Nova Graf, 2013. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 1 giugno 2020

L’epidemia di "meningite cerebro-spinale" che colpì Barrafranca nel 1929


Il lazzaretto costruito in contrada Madunnuzza (quartiere Grazia)

Nel maggio del 1929 una gravissima epidemia si diffuse a Barrafranca (EN), la "meningite cerebro spinale".
La meningite cerebro-spinale, o meningite da meningococco, è un’infezione che colpisce le membrane (meningi) che rivestono e proteggono il cervello e il midollo spinale. Per questo è chiamata cerebro-spinale. Si manifesta frequentemente in modo epidemico all'interno di piccoli gruppi di bambini o adolescenti. I portatori sani del germe (ossia i soggetti in cui il batterio, presente nella mucosa della faringe, non determina malattia) possono disseminarlo per via aerea.
A Barrafranca l’epidemia infierì per alcuni mesi, soprattutto tra la popolazione più giovane (bambini e adolescenti), causando vittime e lesioni irreversibili, anche perché molti di quelli che guarivano restarono tragicamente segnati. Nonostante fossero nati sani, dopo il contagio alcuni bambini rimasero muti, oppure ritardati. Dai ricordi dei figli di chi ha riportato lesioni, si parla di circa 50 bambini. Secondo quanto scrive Salvatore Ciulla nel suo libro "Barrafranca negli anni Trenta", il dopo fu difficile anzi peggio, poiché si contavano in più centinaia di famiglie in profondo dolore per la morte di coniugi o impegnate nella disperata lotta di riportare alla vita attiva i propri cari sopravvissuti al male, ma tragicamente segnati e rimasti invalidi.
Era il 1929 ed eravamo in pieno fascismo. Ha governare in paese vi era il podestà, (una nuova autorità municipale dopo che erano state abolite le cariche di sindaco, assessore e consigliere comunale) nella figura del dott. Giuseppe Mattina (1880-1954) che si prodigò in tutti i modi per arginare un morbo impietoso che stata dilaniando il paese.
Personale del lazzaretto
All'inizio l'epidemia fu sottovalutata, convinti che fosse un male passeggero, tanto che le autorità locali non furono solerti nel de­nunciare il malanno che già stava attaccato tutti i quartieri. Accertata la gravità dell’epidemia, intervenne la M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) locale, comandata dal barrese prof. Antonio Tumminelli (1885- 1952) uno dei maggiori esponenti della politica barrese. Assieme all’Esercito, ai RR.CC. (Real Carabinieri) e alle Infermiere della Croce Rossa siciliana, il cui reparto femminile era diretto dalla contessa Monroj di Palermo, allestirono un ospedale da campo, il lazzaretto, in contrada Madunnuzza (quartiere Grazia), detta in seguito a ciò "U chianu 'i tenni". Le attrezzature erano state fornite dall’Esercito e dalla Croce Rossa. Coordinatore del servizio sanitario era l’ispettore medico comm. Crisafulli, inviato appositamente da Roma, «per cercare di arginare un male che falciava vittime a decine al giorno, e quando qualcuno miracolosamente si salvava, restava profondamente segnato nel fisico per sempre» (Salvatore Ciulla "Barrafranca negli anni Trenta"), mentre la parte amministrativa e di vettovagliamento era competenza del Comune. La situazione sanitaria era grave, tenuto conto della povertà in cui versava il paese. Tra le classi più povere l’igiene era scarsa, e questo aggravò la situazione. Si fece spalare il fango delle strade, e le pozzanghere infette erano trattate con calce bianca, per le sue proprietà altamente disinfettante, date dalla sua elevata alcalinità, come anche le povere case dei colpiti, le stalle e le masserizie.  Al fine di evitare maggiore contagio, furono chiuse le poche scuole che erano in paese e, per non creare allarmismi, si proibì di suonare dal campanile delle chiese 'a 'ngunìa e 'u marturiu che normalmente accompagnavano il trapasso di una persona, così come fu vietato anche 'u viaticu, cioè la somministrazione dei Sacramenti ai moribondi. Nessuno poteva superare la cinta sanitaria, se non munito di apposito lasciapassare.
Membri della M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale)
I medici e il personale sanitario dell’Esercito e della Croce Rossa fecero quello che umanamente era possibile. In questa dolorosa situazione, non mancò l’opera del dott. Angelo Ippolito (1871- 1966) che si era già distinto durante il Morbo della spagnola che colpì Barrafranca nel 1919. Fu sempre pronto a correre al capezzale di ammalati e moribondi. Altrettanto eroico furono i gesti di don Luigi Giunta (1881- 1966), parroco della chiesa Madre e cappellano del laz­zaretto pronto sempre a portare in tutte le ore agli ammalati il conforto della fede e del Sacramento e di don Calogero Marotta (1865-1943) cappellano della chiesa Grazia. Secondo quanto scrive Salvatore Ciulla
«… cercare di arginare un male che falciava vittime a decine al giorno, e quando qualcuno miracolosamente si salvava, restava profondamente segnato nel fisico per sempre.
Riportiamo i nomi degli appartenenti alla M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) così come sono stati elencati dal prof. Cateno Marotta: Salvatore Marotta; Alfonso Geraci; Benedetto Gagliano; Antonio Verdura; Angelo Marotta; Marco Scarpulla; Luigi Monteforte; Giuseppe Mastrobuono, capo manipolo; Ignazio Gagliano; Luigi Virone; Salvatore Corso; Francesco Bizzetti; Antonio Costa; Arcangelo Scarpulla; Antonio Bevilacqua; Carmelo Accardi; Giuseppe Ingala; Giovanni Veloce; Filippo Calì.

FONTI: Salvatore Licata, Carmelo Orofino "Barrafranca, la storia, le tradizioni, la cultura popolare", 3ª edizione, 2010; Salvatore Ciulla "Barrafranca negli anni Trenta", parte prima, 1987; fonti orali di alcuni anziani barresi; fonti fotografiche: Salvatore Marotta e Santina Zafarana. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

sabato 7 marzo 2020

"Il Morbo della Spagnola" che colpì Barrafranca nell’estate 1918

Barrafranca- cartolina d'epoca

Tra le tante vicende che colpirono il paese di Barrafranca (EN), oggi vogliamo ricordare "Il Morbo della Spagnola" che colpì Barrafranca nell'estate 1918.
Mentre infuriava la 1ª Guerra Mondiale, anche a Barrafranca un morbo falcidiò parte della popolazione, toccando, secondo le stime del comune, tremila casi di contagio. Tra gli ultimi giorni di agosto e settembre 1918 arrivò in paese un morbo, chiamato allora "Spagnola". Il morbo fu denominato in questo modo non perché fosse apparso in Spagna, ma perché fu l’unico paese che ne pubblicò la notizia. Infatti, il paese iberico non era coinvolto nel conflitto bellico e quindi la notizia non fu censurata come invece avvenne nelle nazioni in guerra che temevano il diffondersi del panico.
Morbo della Spagnola 1918-Foto di repertorio 
Si trattò di una terribile influenza pandemica, che si trasmise attraverso tosse e starnuti, o portando le mani alle mucose del naso o degli occhi. Il virus influenzale A/H1N1 attaccò le vie respiratorie, per cui, oltre alla febbre, comparivano i banali sintomi da raffreddore, con tosse. Nei casi più gravi anche polmonite. Da alcuni studi condotti in America, il mordo non fu causato da un'improvvisa "migrazione" di geni dell'aviaria verso il ceppo dell'influenza umana, ma in un ceppo già esistente si verificò una variazione nel tipo di emoagglutinina (glicoproteina antigenica presente sulla superficie di alcuni virus) e fu questo a rendere la "spagnola" particolarmente virulenta. Gran parte delle vittime furono giovani sani tra i 18 e i 29 anni di età, molti dei quali soldati, una fascia di popolazione che di solito è più resistente a questo tipo d’infezione. «Fu la più grande epidemia d’influenza della storia, eppure gli anziani, che di solito sono i più colpiti dalla malattia, ne furono quasi completamente immuni», spiega Michael Worobey, biologo dell’University of Arizona di Tucson che ha diretto una ricerca sull'argomento. Secondo lo studio, i giovani furono particolarmente vulnerabili alla spagnola (che uccise un contagiato su 200) perché da bambini non furono esposti a un tipo d’influenza simile. 
Dottor Angelo Ippolito- medico barrese
A portare il morbo a Barrafranca (EN) fu un militare di stanza a Palermo, Salvatore Balsamo, venuto in paese per un breve periodo di licenza matrimoniale. Il matrimonio fu celebrato il 25 agosto. Già febbricitante, il Balsamo si mise a letto. Il povero militare era inconsapevole di essere il portatore di una terribile epidemia che stava mietendo morti in tutto il mondo. Il male fu così virulento che il giovane militare morì il 29 agosto. A Salvatore Balsamo seguirono i coniugi Tropea- Pirrelli; lei la Pirrelli, morì il 2 settembre, mentre Tropea il 9 settembre. Ormai nella popolazione si fece strada che si trattava di una pandemia. La terribile epidemia dilagò rapidamente, cogliendo la popolazione impreparata.


Don Luigi Giunta
Secondo il resoconto del parroco Giunta, diretto protagonista dell’evento e riportato nel suo libro su Barrafranca, stando agli atti del municipio, i colpiti furono circa tremila. Anche i medici, oltre ad essere pochi per infezione si ritirarono dal servizio ad eccezione del dottor. Angelo Ippolito che si prodigò con abnegazione. Il popolo si ammassò dietro la sua porta, già dalle 4 del mattino. Intere famiglie rimasero chiuse nelle loro case, senza nessun soccorso. I cadaveri si ammucchiarono nelle case. Per mancanza di trasporti funebri, fu difficile rimuovere i cadaveri. Le casse mortuarie, realizzate con quattro rozze tavole bianche, raggiunsero il costo di 400 lire. Quando iniziò a mancare il legno, s’iniziò a costruire casse con le tavole dei letti. Altri chiusero i cadaveri nei cassettoni da biancheria e le donne avvolsero i loro piccoli figli in dei cenci e li accompagnarono al cimitero. Dall'opera prestata ai malati, il Giunta notò che il morbo colpì sia uomini sia donne, in una fascia di età compresa tra i 18 e i 44 anni, e più di tutti le persone che erano colpite da altre infermità. Spesso i becchini non ebbero neanche il tempo di preparare le fosse, tanto che alcuni cadaveri giacevano nel cimitero all’aperto, con grave danno per i quartieri limitrofi. Più colpiti furono i bassifondi del quartiere "Costa", probabilmente perché più vicino al cimitero.
L’unica farmacia dovette chiudere, poiché il direttore si ammalò. L’amministrazione comunale, capeggiata in quel periodo dal sindaco Cav. Onofrio Virone (1880-1948), chiese l’intervento dell’esercito che inviò tre medici militari, Cap. Med. Salvatore Mandarà da Vittoria, Pietro Spampinato da Biancavilla e Cap. Med. Amato, e 10 soldati della territoriale per il trasporto dei cadaveri e lo scavo delle fosse. I medici non riuscivano a trovare un modo per tamponare la situazione e chiesero un consulto al prof. Giuffrè, che rispose con una lettera in cui consigliava di utilizzare piccole dosi di chinino (Acido chinino è un composto organico, ossiacido della serie del cicloesano, contenuto nella corteccia di china, nelle bacche del caffè, e in diverse altre piante; si presenta in cristalli incolori, dal sapore molto acido; i suoi sali, chiamati chinati, hanno la proprietà di diminuire la produzione di acido urico).
Il popolo in preda alla disperazione, cercava conforto nella religione che trovò nei due soli sacerdoti rimasti attivi Don Luigi Giunta e Don Calogero Marotta. Nel suo libro, il Giunta racconta che in quei giorni il Vescovo di Piazza Armerina, mons. Mario Sturzo, ordinò che il SS Viatico (Comunione che si amministra ai malati in punto di morte) si portasse in forma privata. La mattina dalle 05.00 alle 09.00 andava alla ricerca d’infermi che avevano bisogno dei sacramenti. Dalle 09.00 fino a tarda sera, eccetto una mezzoretta per rifocillarsi, si giravano le strade del paese per ammucchiare i cadaveri, che furono riuniti nei quartieri e poi trasportati al cimitero.
Da parte dell’amministrazione comunale furono emanate una serie di ordinanze straordinarie in cui s’intimò, tra l’altro, la requisizione di legname per sopperire alla mancanza di bare, dell’olio d’oliva, della manodopera per la pulizia delle strade, dei bovini da macello per l’alimentazione degli infermi. Tra le altre cose si deliberò l’imposizione del prezzo del latte che non poteva superare lire 1,60 al litro e si vietò il suono delle campane a morto. Il paese fu suddiviso in 6 zone: la prima assegnata al dott. Angelo Ippolito, la seconda al dott. Mandarà, la terza dott. Benedetto Mattina, la quarta al cap. med. Amato, la quinta al dott. Mastrobuono e la sesta al cap. med. Spampinato. Questa suddivisione non fu mantenuta a causa dell’infermità di alcuni medici.
Da una stima sommaria i morti furono circa 500.

FONTI: Luigi Giunta, Cenni storici su Barrafranca, Caltanissetta, 1928.- Worobey M, Han GZ, Rambaut A, "Genesis and pathogenesis of the 1918 pandemic H1N1 influenza a virus" in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

martedì 31 dicembre 2019

1 gennaio: l’antica tradizione della chiesa Itria di festeggiare il BAMBINELLO

Altare chiesa Maria SS. dell'Itria Barrafranca
Pochi sanno che a Barrafranca (EN) in tempi lontani il 1° gennaio si festeggiava il Bambinello. Andiamo per ordine. Il 1 gennaio la Chiesa festeggia Maria SS. Madre di Dio. Il Martirologio Romano recita: “Nell'ottava del Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria: i Padri del Concilio di Efeso l’acclamarono Theotókos (colei che genera Dio), perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome”. In questo giorno si festeggia la maternità di Maria, l’aver procreato il Figlio. 
Per queste ragioni fino alla prima metà del ‘900 a Barrafranca (EN) si svolgeva una particolare tradizione conosciuta come LA FESTA DEL BAMBINELLO. Difatti il popolo appella il 1 gennaio come “A festa du Bamminu”.
Bambinello (foto G.Vicari) 
Dallo storico barrese don Luigi Giunta apprendiamo  che negli archivi parrocchiali del 1761 era registrata una tradizione che si svolgeva nella chiesa Maria SS. dell’Itria il 1° gennaio. Questa devozione era ancora praticata ai tempi in cui lo storico pubblica il suo libro “Brevi cenni storici su Barrafranca” (1928).  Ecco cosa scrive: “Trono in un documento di questo arch. parr. che nel 1761 si praticava in questa chiesa di vestire un bambino povero nel capodanno in onore del bambino Gesù, ma s’inibiva al sacerdote che lo guidava di non portare cotta e stola. Questa devozione si pratica ancora oggi”.
La festa si svolgeva in chiesa. Alla Celebrazione Eucaristica partecipava un bambino povero, vestito con tunica bianca, a simboleggiare Gesù Bambino, e veniva portato in processione per le vie adiacenti alla chiesa. Al termine al bambino venivano donati viveri di prima necessità per lui e la sua famiglia. Probabilmente con lo scoppio della seconda guerra mondiale, tali festeggiamenti scomparvero. Di questa tradizione non rimane che il ricordo delle persone più anziane, le quali ricordano anche la presenza, sempre nella chiesa dell’ Itria, di una statuetta in cartapesta  di Gesù Bambino dell’altezza di 60 centimetri circa, esposta in un ultimo altarino vicino all’ altare maggiore dove, attualmente, si trova la porta d’accesso ai locali parrocchiali.
Quando alla fine degli anni ’50 si decise di eliminare  le statue realizzate in cartapesta, materiale facilmente deteriorabile, anche questo  particolare simulacro fu tolto. A differenza di alcune statue presenti in altre chiese barresi, non fu buttato o bruciato, ma regalato ad una parrocchiana, che lo sistemò e conservò con devozione. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


lunedì 4 novembre 2019

Barrafranca 4 novembre 1921. Onoranze al Milite Ignoto


Barrafranca 4 nov. 1921
In occasione della ricorrenza del 4 novembre, pubblichiamo questa foto d’epoca (archivio cav. Giovanni Collura), che ritrae i festeggiamenti del 4 novembre 1921 a Barrafranca (EN), quando l’attuale monumento ai Caduti, da tutti conosciuto come “U pupu”, sito in piazza Regina Margherita, non era stato eretto, cosa che avvenne nel 1935. Come si vede dalla foto, i festeggiamenti avvenivano davanti al sagrato della chiesa di san Francesco, sita in piazza Regina Margherita, alla presenza delle autorità civili e militari, dei frati francescani, dei reduci della guerra e di tutta la popolazione che, con fervore, ricordava i caduti della "Grande Guerra". Tutta la popolazione accorreva a ricordare i suoi figli morti per la patria durante la “Grande Guerra" (1914-1918). 
Opuscolo
Dagli archivi storici si evince che in quel 4 novembre 1921, le onoranze al "Milite ignoto", così denominata la ricorrenza,  furono pronunciate dall’avv. GIUSEPPE GUIDO LOSCHIAVO (1899-1973), pretore del Mandamento a Barrafranca dal settembre 1921 al luglio 1922.
Esiste un opuscolo datato 4 novembre 1921 e stampato a spese del comune di Barrafranca, dal titolo: ONORANZE AL MILITE IGNOTO- Parole pronunciate il 4 novembre 1921 dall’avv. GIUSEPPE GUIDO LOSCHIAVO pretore del Mandamento (una copia è in mio possesso). Anche la nostra cittadina diede il suo contributo di sangue alla Patria, il cui elenco è riportato nelle lapidi dell’attuale monumento. Fu durante il periodo fascista che si decise di erigere, anche a Barrafranca, un monumento ai caduti della “Grande Guerra”, a perenne ricordo del loro sacrificio. Il monumento fu inaugurato il 3 novembre 1935. 
Ne riportiamo l'elenco inciso nella lepide:
Sott.Ten. LIGOTTI ANGELO fu Liborio. Caporali: BARBAGALLO LUIGI; FARACI GAETANO; GAGLIOLO ALFONSO; LA ZIA SALVATORE; PANEPINTO ANGELO; TAMBE’ ALESSANDRO. 
Soldati:  AIELO GAETANO; ASSENNATO SALVATORE; AVOLA ROCCO; BEVILACQUA GIUSEPPE; BEVILACQUA LIBORIO; BONAFFINI GIUSEPPE; BONAFFINI LUIGI; BONAFFINI SALVATORE; BONFIRRARO ANTONINO;  BONFIRRARO GAETANO; BONFIRRARO GIUSEPPE di Giuseppe; BONFIRRARO GIUSEPPE di Salvatore; BONFIRRARO GAETANO; BONFIRRARO PIETRO; BOTTIGLIERI GIUSEPPE; BRUNO ALESSANDRO; CAMPOCHIARO MATTEO; CASSERO PIETRO; CASTRONUOVO SALVATORE; CENTONZE PAOLO;  COLLURA ONOFRIO; COSTA GIUSEPPE; COSTA SALVATORE; CRAPANZANO GIUSEPPE; CUCCHIARA GIOVANNI; CUCCHIARA GIUSEPPE; D’ALEO GIUSEPPE; D’ALESSANDRO VINCENZO; D’ANGELO GAETANO DIDIO SPAGNUOLO SALVATORE; FALLUZA AGOSTINO; FARACI GIUSEPPE; FARACI GIOVANNI; FARACI SALVATORE; FAUDONE ALESSANDRO; FERRIGNO GAETANO; FRANCHINO GIUSEPPE; GAGLIANO SALVATORE; GAGLIOLO VINCENZO; GALIANO BENEDETTO; GERACI CALOGERO; GIAMMUSSO SALVATORE;  GIUNTA ANGELO;  GIUNTA FILIPPO;  GIUNTA GIOVANNI; GIUNTA PAOLO; GUGLIARA FILIPPO; IUDICA ANTONINO;  LA DELFA GIUSEPPE; LA LOGGIA GIOACCHINO; LANZA GIUSEPPE;  LA PORTA GIUSEPPE; LA ZIA FILIPPO; LA ZIA SALVATORE;  MADONIA FILIPPO;  MARCHI’ COSIMO; MASOTTA GIOVANNI di Filippo;  MASOTTA GIOVANNI di Ignazio;  MASSA PASQUALE;  MASUZZO SEBASTIANO; MATTINA LIBORIO;  MESSINA CALOGERO;  MUNDA LUIGI; NICOLETTI SALVATORE;  NICOSIA MARIANO; PALMERI GIUSEPPE; PANEPINTO ANGELO; PANEPINTO GIUSEPPE; PATERNO’ ALESSANDRO; PIAZZA GIOVANNI;  PITRELLA FILIPPO;  RAZZA GIOVANNI;  RAZZA MARIANO; RUSSO ALESSANDRO;  SANSONE LUIGI;  SEGGIO LUIGI;  SICILIANO ALESSANDRO;  SIMONTE ANTONINO; SPATARO CALOGERO; SPATARO GIUSEPPE di Calogero; SPATARO GIUSEPPE di Steliario; STRAZZANTI SALVATORE;  TERRANOVA LUIGI;  TORTORICI MICHELE; TUMMINO GIACOMO;  TUMMINO GIUSEPPE;  VERDURA PIETRO. 
CURIOSITÀ: la festa del 4 novembre ricorda l’entrata in vigore del cosiddetto armistizio di Villa Giusti (Padova) del 1918, con il quale in Italia si fa coincidere, convenzionalmente, la fine della Prima Guerra Mondiale e fu istituita già nel 1919 per commemorare e rendere onore ai tanti commilitoni caduti per la patria.
Milite Ignoto: le Nazioni che avevano partecipato alla Grande Guerra vollero onorare i sacrifici e gli eroismi delle collettività nella salma di un anonimo combattente caduto con le armi in pugno. In Italia l’idea di onorare una salma sconosciuta risale al 1920 e fu propugnata dal Generale Giulio Douhet. Il disegno di legge fu presentato alla camera italiana nel 1921. Approvata la legge, il Ministero della guerra diede incarico a una commissione di percorrere i campi di battaglia per raccogliervi undici salme d’impossibile identificazione, fra le quali la sorte ne avrebbe designata una, da tumulare in Roma sul Vittoriano, sotto la statua equestre del “Padre della Patria”. La commissione esplorò attentamente tutti i luoghi nei quali si era combattuto. Fu scelta una salma per ognuna delle seguenti zone: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, tratto da Castagnevizza al mare. Le undici salme ebbero ricovero, in un primo tempo, a Gorizia, di dove furono poi trasportate nella basilica di Aquileia il 28 ottobre 1921. Quivi si procedette alla scelta della salma destinata al glorioso riposo sull’Altare della patria. La scelta fu fatta da una popolana, Maria Bergamas di Trieste, il cui figlio Antonio aveva disertato dall’esercito austriaco per arruolarsi nelle file italiane, ed era caduto in combattimento senza che il suo corpo potesse essere identificato. La bara prescelta fu collocata sull’affusto di un cannone e, accompagnata da reduci decorati al valore e più volte feriti, fu deposta in un carro disegnato dall'architetto Cirilli. Le altre dieci salme rimaste ad Aquileia furono tumulate nel cimitero di guerra che circonda il tempio romano. Il viaggio si compì sulla linea Aquileia-Venezia-Bologna-Firenze-Roma e lungo il tragitto folle d’italiani poterono esprimere i loro sentimenti di ringraziamento. La cerimonia ebbe il suo epilogo nella capitale. Il 4 novembre 1921 ascese all’Altare della patria, divenendo il simbolo di ogni combattente caduto in guerra. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



giovedì 8 agosto 2019

L’8 agosto 1914 veniva ucciso a Barrafranca l’ex sindaco avv. Luigi Bonfirraro

Avv. Luigi Bonfirraro 

La storia di Barrafranca degli inizi del Novecento è caratterizzata da un movimentato clima politico e dall’uccisione di alcuni personaggi che ne furono i protagonisti. Due ex sindaci, di schieramenti politici opposti, vengono barbaramente trucidati: il 14 giugno 1905 fu ucciso il comm. Benedetto Giordano, che per ben vent’anni aveva governato il paese e l’8 agosto 1914 l’avv. Luigi Bonfirraro, sindaco di Barrafranca.
Chi era l’avv. Luigi Bonfirraro?
Egli nasce a Barrafranca il 07 agosto 1861, da Giuseppe Bonfirraro Lombardo (già sindaco di Barrafranca negli anni 1856/58 e 1868/69) e Francesca Bonfirraro. Laureatosi in Giurisprudenza a Palermo, oltre ad esercitare la professione di avvocato, s’inserisce nella politica locale, grazie anche all’appoggio del fratello Angelo e dei fratelli preti Benedetto e Raffaele Vasapolli. Sostenitore delle idee socialista e appartenente allo schieramento opposto a quello del comm. Benedetto Giordano, nel 1893 si pose a capo del "Fascio dei Lavoratori" con l’intendimento di contrastare il suo avversario politico. Lui, esponente della classe proprietaria, si mette a capo di un Movimento che, nel suo seno, raccoglieva braccianti, minatori, artigiani e piccoli proprietari, stanchi ormai delle angherie e dell’oppressione dei padroni. Essi chiedevano l’esproprio dei latifondi e migliori condizioni di lavoro. Dall’agosto 1902 al novembre 1913 l’avvocato governò il paese. Durante il suo mandato, il Sindaco fu coinvolto in una rivolta popolare, scoppiata il 23 marzo 1912 a causa della “tassa sul morto” che l’avvocato aveva approvato da poco. Questa rivolta popolare è ricordata dai barresi per la partecipazione di Maria Catena Balsamo, conosciuta come "Catina a viddana". A questo sistema di tassazione adottato dall’avvocato si oppose anche il sindacalista barrese Alfonso Canzio. 
Via Convento 1908 
Il clima agitato, eventi politici avversi decretarono la fine dell’ex sindaco. L’8 agosto 1914, intorno alle 20.30, mentre l’ avvocato Bonfirraro stava scendendo lungo la via Convento (attuale Umberto I), fu colpito da tre colpi di rivoltella Browning, sparatigli a distanza ravvicinata. Caduto a terra, il Bonfirraro venne subito soccorso da alcuni passanti e portato a casa della sorella Maria Teresa che abitava li vicino, mentre l’omicida fugge e si dilegua in via Cavour. Dopo poche ore il Bonfirraro si spense.
L’assassino venne individuato in un certo Benedetto Grillo, affiancato alla “Lega di Miglioramento”. Difatti i primi sospetti caddero su Benedetto Grillo come esecutore materiale, che si diede alla latitanza e Salvatore Gagliano, carrettiere e Salvatore Faraci come mandanti dell’omicidio. Dopo oltre un anno di detenzione il Gagliano e il Faraci furono scarcerati, mentre il Grillo fu trovato ucciso il 27 dicembre 1916 in via Caltavuturo, nel quartiere Grazia di Barrafranca.

FONTI: Salvatore Vaiana "Una storia siciliana tra Ottocento e Novecento",  Bonfirraro Editore; Salvatore Licata, Carmelo Orofino, "Barrafranca, la storia, le tradizioni, la cultura popolare"; Salvatore Licata, "Il Brigante giustiziere".(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA