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martedì 27 marzo 2018

La preghiera in dialetto barrese conosciuta come “I SETTI DULURA D’ADDULURATA”

Fercolo dell'Addolorata di Barrafranca 
Una delle preghiere in dialetto barrese più conosciute tra quelle recitate durante la Settimana Santa è "I SETTI DULURA D’ADDULURATA". Questa riprende in dialetto la corona dei Sette dolori dell’Addolorata, preghiera molto antica che risale al XIII secolo. I sette dolori rappresentano sette momenti principali della vita di Maria, descritti dai Vangeli: 1 profezia di Simeone sul Bambino Gesù che preannuncia a Maria le difficoltà che dovrà incontrare e superare (Luca 2,34-35); 2 la fuga in Egitto per mettere in salvo il figlio dalla persecuzione di Erode (Matteo 2, 13-21); 3 perdita di Gesù a Gerusalemme (Luca 2,41-51); 4 prigionia di Gesù: quando Gesù sale al Calvario, portando la croce e Maria lo incontra (Luca 23,27-31); 5 Maria ai piedi della croce (Giovanni, 19,25-27); 6 Maria accoglie il figlio tra le sue braccia prima che venga sepolto (Matteo 27,51-71); 7 Maria è presente quando Gesù viene deposto nel sepolcro da cui risorgerà dopo tre giorni (Luca 23,55-56).

Giuseppina La Zia
Si tratta di una preghiera tramandata oralmente e per questo motivo se ne possono trovare diverse versioni che, pur mantenendo la stessa forma, presentano varianti di terminologie o di rime. Qui riportiamo la versione della signora Giuseppina La Zia (trascritta così per come è stata registrate, per mantenerne il contenuto).

I SETTI DULURA 

A lu primu duluri Figghju fustivu
quannu vi nutricaiu e vui nascistivu
quannu a lu Santu tempiu vi prisintaiu
comu cumanna la vostra Santa liggi
ddà c’era un vecchju Santu Simeoni
Maria cchi dduci Figghju ha creatu
sarà cutiddu di la Passioni
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci amuri
haiu sintutu un grandissimu duluri
n’terra cascai tutta stranguscenti
cchjù di latri mammi afflitti e dulenti.
 A lu secunnu duluri Figghju fustivu
quannu a Ggerusalemmi vi purtaiu
ncasa di nu bbunu latruni n’ammu jutu
ddà c’era u vusciu Patri spirituali
Maria, fuggitinni in Egittu chi
Erode è vvinnutu,  tutti i picciriddi ha ppigghjatu,
nusciu Gesuzzu ppigghjarisi si voli.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci…
 A lu terzu duluri Figghju fustivu
quannu vi persi 3 nnotti e 3 jorna
ji sula ppi li strati jiva circannu
nun c’era quarchi omu o quarchi donna
chi notizia di vui nuddu mi dava
susiju l’ucchji o cilu
e vvitti a Vui nilla dottrina liggi
vi chiamaiu ccu tanta pazinza
mi rispunnistivu ccu na ranni e Ssanta rriverenza.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
A lu quartu duluri Figghju fustivu
quannu alla Santa culonna vi ttaccaru
strittu, liatu, crucifissatu, la Santa facci
chjna di sangu e di sudura 66000 battitura
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
A lu quintu duluri Figghju fustivu
quannu cchjanastivu l’aspra muntata
nudu, scazu, murtu di fami e siccu di la siti
Maria niscì ppi acqua e nun ni potti aviri
ci dittiru la spugna ntussicata,
nntussica Maria la vera donna
chi vustru Figghju iè juntu alla culonna
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
 A lu sestu duluri Figghju fustivu
quannu alla Santa cruci vi mintiru
li Santi manu ccu li Santi pidi
3 cchjova pungenti alla divina cassa
lanciata a lu custatu chi cci trava
cchi sangu preziosu cci curriva
e l’angilu Garbiele lu cugghjva
cchi bbelli cruni d’oru nni faciva
alle virgineddi puru li mintiva.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
 A lu settimu duluri Figghju fustivu
quannu di la Santa cruci vi scinniru
a lu Santu monumentu vi purtaru
scumpagnatu d’amici e di parinti.
Maria jittà na vuci: Figghju mia murtu  ncruci
iutatimillu a ccianciri amici mia:
haiu pirsu un figghiu di 33 anni!
33 anni aviva nustru Signure quannu pigghjà morti
e Passione.
Figghju, Figghjuzzu cchi turmenti ha vistu:
littu di chiova e cchjumazzu di spini,
mentri voli accusì lu Redenturi,
sia fatta a sò Santa volontà.
Invocazione finale:
Santa Matri chi aviti dittu e chi aviti cuntatu sti sette dulura,
nun sapivati cci fussi quarchi omu o quarchi donna
40 giorni li facissi dire, chi nun li sappia li vorrà ‘mparari.
Paci e concordia 'nna sò casa.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

martedì 6 marzo 2018

TELA QUARESIMALE

Cattedrale Maria Santissima delle Vittorie Piazza Armerina
“Tela Quaresimale” o “Tela della Passione” è un’enorme tela su cui sono rappresentate scene della Passione di Cristo esposta durante la Quaresima nelle chiese cristiane. L’utilizzo di queste tele trae origine dal racconto della “Peregrinatio Aetheriae”di Egeria, in cui la pellegrina narra il proprio viaggio in Terra Santa avvenuto nel IV secolo. Nelle chiese orientali, il ricordo del “rito dell'inumazione di Cristo” prevedeva un coinvolgimento emotivo dei fedeli grazie a un sapiente uso di sudari e tele dipinte, che rendessero più veritiera la sensazione di quei momenti.
La funzione di queste tele era nascondere l'altare dall'inizio della Quaresima o della domenica della Passione fino il mercoledì o il sabato santo. In Occidente divenne comune, infatti, porre nel presbiterio un velo o due diversi veli. Secondo quella sensibilità liturgica, tutto ciò che riguarda la decorazione deve essere rimosso o coperto anche nel periodo di Quaresima. Secondo alcuni ciò deve avviene la domenica della Passione (la V di Quaresima come prescritto e operante in tutta la Chiesa), poiché da quel momento in poi, la divinità fu nascosta e velata in Cristo, poiché Egli si lasciò prendere e flagellare, come un uomo che non possedeva il potere della divinità. Le croci sono quindi coperte. Simbolicamente il potere della divinità è nascosto, per far posto alla sofferenza che il Figlio dell'uomo dovette subire per la nostra salvezza. 
Altri, invece, lo fanno dalla prima domenica di Quaresima, poiché da quel momento in avanti la Chiesa inizia a trattare della Passione gloriosa di Cristo Signore.
Secondo l'usanza di alcuni luoghi, si usavano due veli o tende, una delle quali è posta attorno al coro, l'altra è appesa tra l'altare e il coro, in modo che le cose che si trovano nel presbiterio non siano visibili.
Tela Quaresimale della fine del sec. XVIII - Cattedrale di Acireale (CT)
In Sicilia questa pratica è conosciuta come “A calata 'a tiledda o tila”. Questo rito prevede due momenti: la notte tra il martedì grasso e il mercoledì delle ceneri la tiledda viene fata calare per nascondere il presbiterio, che rimarrà coperto fino alla Resurrezione. Il secondo momento del rito prevede lo improvviso disvelamento del presbiterio durante la veglia della notte di Pasqua al pronunciamento del Gloria, per rappresentare e mostrare in modo figurato il Cristo risorto.
È un rito comune in molte parrocchie delle diocesi siciliane, desueto e recentemente in fase di voluto ripristino.
Non ci sono studi specifici su questo rito. La maggior parte degli studiosi ritiene che la velatio, l'esposizione delle tele della Passione, derivi da una consuetudine tedesca tipica del IX secolo legata alla penitenza quaresimale. Era in uso in Germania, all’inizio della Quaresima, stendere davanti all’altare maggiore un velo detto Hungertuch che significa “panno della fame”, con l’intento di avvertire i fedeli dell’inizio del periodo di penitenza. L’introduzione in Sicilia di questa pratica devozionale è riconducibile all'opera dei missionari dell'Ordine teutonico giunti a Palermo e Messina grazie al volere, all'appoggio e alla considerazione del Gran Conte Ruggero, avvenuta dopo la riconquista normanna della Sicilia. Alcuni ritengono che il rito sia di chiara origine spagnola, come tutte le tradizioni pasquali siciliane.
Questo rito ancora resiste in molti paesi siciliani. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 
Rita Bevilacqua 

domenica 22 febbraio 2015

"A calata a Tiledda" tradizione barrese di inizio Quaresima.

Foto d'epoca interno chiesa Madre
Il mercoledì delle Ceneri segna l’inizio della Quaresima, il passaggio dalla dissolutezza del Carnevale ai quaranta giorni che precedono e preparano  alla Pasqua. In molti paesi della Sicilia, questo passaggio è segnato da un’antica cerimonia conosciuta come a calata a tiledda. Questa cerimonia, di cui ne parla anche il Pitrè nella raccolta “Feste popolari siciliane”,  fa parte di quelle antiche cerimonie di inizio quaresima, in cui era costume velare con drappi viola Crocifissi  e absidi delle chiese. Tutto ciò richiama la tradizione popolare di ricoprire con manti neri i vetri, le porte e quant’altro delle case in segno di lutto, di sofferenza in attesa della morte e della successiva Risurrezione di Cristo.
Fino agli anni ’60 anche a Barrafranca (EN) presso la Chiesa Maria SS. della Purificazione, conosciuta come chiesa Madre, si svolgeva questa cerimonia. 
La "tiledda" era un’enorme tela, alta una quindicina di metri la quale, azionata grazie ad alcune funi su cui erano attaccate dei contrappesi (sacchi di sabbia), veniva “calata” per nascondere tutto l’abside e celarlo fino alla resurrezione. Era di colore grigiastro, su cui erano raffigurate la Crocifissione di Cristo e alcuni momenti della passione, tra cui la sepoltura. Veniva azionata grazie ad alcune funi su cui erano attaccate dei contrappesi, consistenti in sacchi di sabbia. La sera del martedì grasso, allo scoccare della mezzanotte, un suono di campane annunziava l’inizio della Quaresima e per le strade passava una Croce, per ricordare alla gente che il carnevale era terminato. Al suo passaggio, la gente che si trovava ancora per strada, vestita in maschera, si spogliava immediatamente e cessavano le serate danzanti. Il passaggio della croce era scandito da un canto in dialetto barrese:Oi in vittura e dumani in servitura. Beatu cu ppi l’arma si pripara.” 
Cattedrale Maria SS. delle Vittorie- Piazza Armerina
Le persone allora si recavano nella chiesa Madre ad assistere alla "
calata da tiledda”. A questa cerimonia partecipavano tutte le confraternite (allora erano otto) che, al momento della “calata”, rigiravano la fascia da confrate dalla parte nera e al suono della “scattiola” (troccola) iniziavano a cantare i lamenti. Questo evento era così seguito dalla popolazione che spesso sfociava in disordini e risse. Allora il clero fu costretto a sospenderla, malgrado l’indignazione della gente. E' da circa dieci anni che questa tradizione è stata ripresa dai parroci della chiesa Madre, in modo diverso da come si svolgeva anticamente. Dopo l'adorazione dell'Eucarestia, esposta per le Quarantore, il parroco, i membri della Confraternita del SS. Crocifisso e alcuni dei lamentatori si preparano sull'altare maggiore. Quando tutto è pronto, si spengono le luci della chiesa e al suono della "scattiola" viene fatto cadere il manto rosso e bianco che copriva l'abside in occasione delle Quarantore, mostrando la nicchia dell'abside ricoperta da un manto viola su cui spicca la "Croce".  Alla fine vengono accese le luci delle "Stazioni della via crucis" e iniziano i lamenti! Momenti suggestivi a cui partecipa una gran folla di fedeli che ascoltano emozionati i lamenti, anticipatori degli eventi del Venerdì Santo! Molti sono i paesi della Sicilia  che  celebrano questo rito, come ad esempio nella Cattedrale Maria SS. delle Vittorie diocesi di Piazza Armerina, di cui Barrafranca fa parte, alla presenza del Vescovo e di parte del clero diocesano. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA