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giovedì 14 agosto 2025

BARRAFRANCA. Storia di una festa non più esistente: la Buona Morte

 


Tra i meandri della memoria abbiamo riportato alla luce i ricordi di una festa che pochi conoscono ma che ha un non so ché di arcano. Stiamo parlando della festa della Madonna della “BUONA MORTE” che si festeggiava a Barrafranca fino all’agosto del 1950 nella Chiesa Itria, la quale custodiva una statua della BUONA MORTE appunto.

Il titolo “Maria della Buona Morte” non è un titolo ufficiale che la Chiesa cattolica ha attribuito alla Vergine Maria. Questa riconosce il concetto di “buona morte” (in latino: “mors bona”) come pratica cristiana delle confraternite della Buona Morte, che si occupavano di assistere i moribondi e di fornire una degna sepoltura ai defunti indigenti. Queste confraternite, diffuse in Italia fin dal Medioevo, avevano lo scopo di assistere i condannati a morte, di seppellire i poveri e di accompagnare spiritualmente i moribondi. L’associazione del concetto di “buona morte” a Maria è data dal fatto che la Vergine spesso è invocata come protettrice dei moribondi. Inoltre, questo culto è connesso a quello più conosciuto della “Dormitio Virginis”, che trae origini nella tradizione orientale, dove si crede che Maria non sia morta, ma sia caduta in un sonno profondo prima della sua Assunzione in cielo. 

Tornando a Barrafranca, la BUONA MORTE era una statua in cera che raffigurava, secondo l’iconografia classica, la Vergine giacente su un letto, Maria dormiente appunto, vestita con abiti pregiati, dentro ad una teca lignea con ante in vetro. La teca era posizionata su un altare appoggiato sul muro di destra della navata principale della Chiesa Itria e circondato da un arco in gesso.

Il culto della Madonna della Buona Morte era molto sentito dai fedeli barresi. Difatti, la festa liturgica si svolgeva il 15 agosto ed era anticipata dalla pratica cristiana conosciuta come “Quindicina”, ossia i 15 giorni in cui i fedeli si ritrovano nel tardo pomeriggio ad assistere alla messa in onore della Vergine, preceduta dalla recita del rosario. Come ci racconta le sorelle barresi Stella (93 anni) e Clara (84 anni) Faraci, l’organizzazione dei festeggiamenti era curato dalla nonna materna di queste, la signora Teresa Faraci (classe 1866). La signora Teresa aveva realizzato a mano una pregiata tovaglia che serviva a ricoprire l’altare durante i festeggiamenti. Inoltre, questo veniva addobbato con dei “rametti” ossia dei rami di fiori di carta realizzati a mano. In quegli anni in paese era costume realizzare a mano dei fiori con carta velina che poi venivano venduti, per pochi soldi, alla gente.



Questo perché dilagava la povertà e l’acquisto di fiori freschi era molto oneroso. Era una vera e propria arte: si tagliavano i petali nelle forme e varietà del fiore che si doveva realizzare. Poi si scioglieva la cera di una candela e con questa si incollavano le parti e si legavano alla parte terminale del gambo, fatto di fil di ferro, rivestito di carta velina verde. C’è chi realizzava i fiori con vecchie calze di nylon. Tornando ai festeggiamenti, questi duravano quindici giorni, per concludersi con le celebrazioni eucaristiche del 15 agosto. Durante questi giorni, molti devoti portavano, come ex voto, oggetti in oro che venivano posizionati sopra l’altare, vicino alla teca che veniva aperta durante la festa. Al termine dei festeggiamenti, gli ori votivi venivano conservati dal parroco Don Calogero Guerreri (parroco Chiesa Itria 1947-1969), mentre i rametti e la tovaglia dalla signora Teresa Faraci, pronti per l’anno prossimo.

La festa scomparve con la distruzione della statua. La notte del 15 agosto 1950, dopo i festeggiamenti, si sviluppò un incendio, causato da una candela lasciata accesa, che fece sciogliere la statua in cera e ridusse in cenere l’urna lignea che la conteneva. Invece di ripristinare ciò che era rimasto dell’altare, il parroco Guerreri decise di smontare tutto, grazie all’aiuto dello stimato falegname barrese Giovanni Faraci (1894) e del figlio Luigi (1937). A ricordo di ciò rimangono due santini raffiguranti l’Assunzione della B.V. “Dormiente”.


Mesi dopo l’increscioso evento, il 1° novembre 1950 Papa Pio XII emanava la costituzione apostolica “Munificentissums Deus” con la quale fu proclamato il dogma dell’Assunzione di Maria. Il culto della Dormizione ha contribuito alla formulazione del dogma dell’Assunzione di Maria. Maria, «essendo giunta al termine della propria vita terrena, fu elevata in corpo e anima alla gloria del Cielo ed esaltata dal Signore come Regina dell’universo, per essere così del tutto conforme al Figlio, Signore dei Signori, vittorioso sul peccato e sulla morte».

La formulazione del nuovo dogma spinse don Guerreri a far costruire un nuovo altare dove posizionare una statua dell’Assunta, chiudendo la porta laterale destra della chiesa e scavare nella parete una nicchia per contenere la nuova statua. I lavori furono completati nel 1957 come si evince dalla lapide posta a sinistra dell’altare.

Non più la Madonna della Buona Morte o della Dormizione, ma la Vergine Assunta. Cambia anche l’iconografia: non più la “Dormitio Virginis” ma la vergine attorniata dagli angeli che viene elevata al cielo.

CURIOSITA’ La “quindicina” è una pratica cristiana, un momento di riflessione sul senso della festa e di preparazione alla festa stessa. Questa pratica, che può variare di numero dai tre giorni “Triduo”, ai nove giorni “Novena”, ai quindici giorni “Quindicina”, si ispira a quanto attestato negli “Atti degli Apostoli” sulla preghiera vissuta dalla prima comunità degli Apostoli dopo “l’Ascensione di Gesù”, in attesa della “Discesa dello Spirito Santo”.

Ringrazio le sorelle Stella e Clara Faraci, e il nipote Gianni Faraci per la fattiva collaborazione e le preziose informazioni.

FONTI SCRITTE: La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1993, nota ad At 1,14; Pino Giuliana, La Chiesa di Piazza armerina nel Novecento”, Edizione Lussografica, 2010; Gaetano Vicari, Guide alle principali chiese di Barrafranca, 2 edizione; Iole Virone, Lontano dal cuore, 2025. FONTI ORALI: Stella Faraci classe 1932; Clara Faraci classe 1941. SITOGRAFIA: https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_apc_19501101_munificentissimus-deus.html. FONTI FOTOGRAFICHE: Rita Bevilacqua; Gianni Faraci. RITA BEVILACQUA








martedì 3 settembre 2024

Storia dell’ex CHIESA DEL PURGATORIO di Barrafranca, con documenti inediti

 

Bozza dell'ex chiesa del Purgatorio

C’era una volta… e adesso non c’è più. Così inizia la nostra storia, la storia dell’antica chiesa di un assolato paese dell’entroterra siciliano chiamato Barrafranca (EN).

La storia che stiamo per raccontare riguarda la chiesa del Purgatorio sotto il titolo di Maria SS della Concezione. Fino agli anni '50 a Barrafranca in piazza Madonna, accanto ai "Putieddi" (strutture tardo-medievale) e vicino alla chiesa Maria SS. della Stella, esisteva una chiesa molto antica che, dagli studi condotti dallo storico dott. Angelo Ligotti e da quelli recenti del prof. Liborio Centonze, si fa risalire al periodo bizantino (durante i lavori di abbattimento furono ritrovati due monete bizantine, una moneta normanna di Guglielmo II e altro). Si tratta della chiesa del Purgatorio, conosciuta come "U Priatoriu".  Secondo il sacerdote Luigi Giunta era un fabbricato del principe Branciforti dato che, in questa chiesa, si conservava un suo stemma. Secondo lo storico Angelo Scarpulla non è da escludere che, originariamente, la chiesa fosse stata costruita sulle rovine di un preesistente tempio. Durante lo sviluppo del Cristianesimo, era normale sostituirsi a ciò che già esisteva, per cui molte chiese cristiane furono costruite sui ruderi di templi pagani. Sempre secondo Scarpulla ciò sarebbe dimostrato dal fatto che la suddetta chiesa, come altre chiese, è rivolta verso "occidente", fatto strano per una chiesa cristiana la cui costruzione veniva orientata verso "oriente" (questo sistema si afferma già a partire dal VII secolo). In tempi antichi, quando Barrafranca era ancora un piccolo borgo dallo strano nome “Convicino”, fu dedicata dalla fine del 1500 in poi a san Lio,  come si evince da diversi Atti notarili di Barrafranca, conservati nell’Archivio di Stato di Caltanissetta.

Nel “Martirologio romano” non esiste nessun San Lio. Il nome Lio trae le sue origini dal greco antico Leôn, che significa "leone" e per questo, in lingua veneta, san Lio è l’appellativo con cui si indica San Leone IX (1002- 1054), il cui culto è molto sentito a Venezia. Questo avvalora la tesi del Ligotti prima e del Centonze dopo, che la chiesa risalga al periodo bizantino (395-1453) e la discesa delle popolazioni del Nord-Italia portò il culto di San Lio (esiste una chiesa intitolata a San Lio a Venezia).

Attuali locali dell'ex chiesa (foto google maps)

Nei registri ecclesiastici di Barrafranca e in particolare nei registri riguardanti gli atti di morte del 1625, “il 20 marzo viene sepolto nella Chiesa Madonna della Concezione un certo Cristofolo di anni 50, morto a casa propria, confessato e viaticato”.  Nei registri di morte a partire dal 1770 si parta di sepolti nella chiesa del Purgatorio. Questo sta ad indicare che nella suddetta chiesa non venivano sepolti solo morti di morte violenta, come da sempre si è creduto.

In due inventari, uno datato 31 luglio 1789 redatto da Sac. Ignazio Grillo e l’altro datato 1808 redatto dal sac. Andrea Vasapolli e conservati nell’Archivio Storico della Diocesi di Catania, la chiesa è appellata del Purgatorio sotto il titolo di Maria SS della Concezione. Difatti vi erano presenti due piccole tele: una delle Anime Santissime del Purgatorio e una di Maria SS della Concezione. Dai barresi era anche chiamata la “Chiesa di l’armi santi”. Per il cattolicesimo le “anime sante” erano le anime del purgatorio, da qui l’associazione di purgatorio con anime sante. In alcuni schizzi realizzati sulla base della memoria storica di chi ha avuto modo di frequentare la chiesa, si evince che la chiesa e il campanile erano annessi a un cotile-giardino, ancora esistente, che dava sulla sagrestia. La struttura del campanile era molto simile a quello della vicina chiesa Maria SS. della Stella, con la differenza che la cupola del campanile della chiesa del Purgatorio aveva una forma piramidale.

Vicolo Purgatorio

La chiesa era separata dalle "Putieddi" dalla via Purgatorio che collegava piazza Madonna al corso Garibaldi. Parte della strada fu chiusa quando fu demolita la chiesa e creati i nuovi locali, lasciando il vicolo Purgatorio, al quale si accede dal corso Garibaldi. Entrando nel suddetto vicolo, in fondo si può ammirare ancora l'antica abside della chiesa, mentre all’interno l’abside su trasforma in una piccola cappella e la navata centrale è diventata l’attuale salone. 
Abside dell'ex chiesa ancora visibile

Come si evince dall’inventario del 1789, La chiesa era ad una sola navata e all’interno vi erano 6 altari: altare Maggiore, altare del SS Crocifisso di Maria; altare del SS Rosario; altare di san Gaetano; altare di San Isidoro e altare di San Eligio. Inoltre, vi era un organo ligneo e il campanile era dotato di 2 campane, una più grande e una più piccola. Molti degli arredi sono stati perduti, mentre alcuni furono portati nella vicina Chiesa Maria SS della Stella, come l’antica tela rappresentante sant'Isidoro Agricola di Pietro d'Asaro, detto il monocolo (era cieco di un occhio) di Racalmuto (1597-1647), mentre fino al 2011 trovava posto anche l’antica tela di San Eligio Vescovo. Sempre nella suddetta chiesa troviamo alcuni altari lignei e l’antica acquasantiera in pietra, installata negli anni ’90, dopo che era rimasta conservata nel cortile dell’oratorio.Una delle campane fu installata nel campanile della cappella Cuore Immacolato di Maria, conosciuta come chiesetta di San Giovanni (sita nell’omonima contrada), l’altra rimase nei sotterranei della chiesa Maria SS della Stella. Quando la cappella del Cuore Immacolato di Maria fu chiusa, la campana fu smontata e conservata, assieme all’altra, nei sotterranei della hiesa. Nel 2021 entrambe le campane sono state montate nel campanile della chiesa Maria SS della Stella.
Cappella dell'abside interno

Era presente un antico simulacro ligneo dell’Immacolata Concezione, di mirabile fattura, che dopo la demolizione della chiesa passò nella chiesa Maria SS. della Stella. Anni dopo l’antico Simulacro fu portato da don Pino Giuliana a Riesi (CL) nella chiesa di S. Salvatore. Tanta era la devozione all’Immacolata, che fino agli anni’50, esisteva la Confraternita dell’Immacolata. Essa si sciolse, come avvenne per tante altre Confraternite barresi, dopo la condanna di papa Pio XII ai comunisti. Negli archivi parrocchiali del 1777 risulta che vi era la “Confraternita delle Anime del Purgatorio”, la quale aveva il costume di fare delle processioni esterne con il SS Sacramento gli ultimi giorni di Carnevale.

Nei tempi antichi fu ufficiata dai Conventuali di san Francesco. Tra questa chiesa e quella dei Minori Riformati sita in Piazza Regina Margherita, sorse una questione su quale delle due dovesse celebrare la festa dell'Immacolata nel giorno dell'8 dicembre. La questione portata davanti al governo fu decisa in favore della chiesa del Purgatorio con ministeriale dell'11 aprile 1836. 

Durante i bombardamenti del 18 luglio 1943 una bomba, caduta tra la via Bellini angolo Corso Garibaldi, colpisce il tetto della chiesa danneggiandolo. Dai racconti orali apprendiamo che, a causa questo increscioso evento, Monsignor Antonino Catarella, vescovo della Diocesi di Piazza Armerina, decise di chiudere la chiesa. Dopo anni di chiusura e in barba alla sua veneranda età e ai lustri che aveva dato a “Convicino” prima e a “Barrafranca” dopo, si decise di distruggerla. Erano gli anni ’50 e l’idea di creare dei locali utilizzabili dalla vicina chiesa Maria SS della Stella balenò nella mente dell’allora parroco Don Giovanni Faraci. L’anno 1957 decretò la fine della chiesa del Purgatorio. Nacquero gli attuali locati adibiti, dal marzo 1968, ad ospitare l’oratorio “Casa del Fanciullo”, fortemente voluto da Don Giuseppe Zafarana, il quale si prodigò anche ad aprire una scuola materna parrocchiale. Per alcuni anni furono utilizzati come "Centro per gli anziani" e dal 2000 al 2016 ospitarono le suore Clarisse Apostoliche Domenicane. Attualmente ospita il parroco della vicina chiesa Maria SS della Stella.

FONTI: Archivio di Stato di Caltanissetta; Archivio Storico della Diocesi di Catania; Registri ecclesiastici Barrafranca- Diocesi di Piazza Armerina. TESTI: Sac. Luigi Giunta, Brevi cenni storici su Barrafranca, Tipografia Ospizio Provinciale di Beneficenza, Caltanissetta, 1928; Angelo Li gotti, La penetrazione cristiana nella zona di Barrafranca, Piazza, Pietraperzia, Mazzarino, secondo le recenti scoperte, Società Siciliana per la Storia Patria, Palermo, 1965; Angelo Scarpulla, C’era una volta e c’è ancora Barrafranca, Rimini, 2001; Liborio Centonze, Navigando i fiumi, vol. I, Edizioni NovaGraf, 2013. Gaetano Vicari, Guida alle principali chiese di Barrafranca, seconda edizione, 2019; FONTI ORALI.  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

martedì 16 luglio 2024

Uomini del passato: Peppino Seggio e l’amore per la musica

 

Nella metà degli anni Cinquanta, Barrafranca (EN) vide protagonista un uomo singolare che, con il suo umorismo leggero e il suo canticchiare scanzonato, lasciò un ricordo indelebile tra quelli che l’hanno conosciuto.


Stiamo parlando di Giuseppe Seggio, meglio conosciuto come Pippinu Siggiu. Secondo di sei figli, Giuseppe nasce il 14 luglio 1896 in una famiglia poverissima. Il padre Pasquale, figlio di Giuseppe e Giuseppina Barbuzza nato a Barrafranca il 28 agosto 1856, sposa il 03 aprile del 1894 Laura Farruggia di Rocco e Felicita Grillo, nata a Barrafranca il 21 aprile 1866.  Dalla loro unione nascono: Giuseppa (1894), Giuseppe (Peppino), Felicita Maria Stella (1898), Rocco (1902), Carmela (1905) e Maristella (1908).

Per sfamare una famiglia così numerosa, Pasquale si adattava a qualsiasi mestiere (negli archivi comunali alla voce “mestiere” troviamo “industrioso”), Laura fa la casalinga. Come tantissime famiglie di allora, non hanno la possibilità di far studiare i figli. Così Giuseppe che, fin da bambino aveva la passione per la musica, dovette rassegnarsi e limitarsi a canticchiava valzer, mazurche e altro con testi e musiche proprie che sapevano di una sola personale tonalità. Si dilettava anche a scrivere poesie e versetti. Per vivere Giuseppe faceva il muratore. Trascorse buona parte della sua vita in una casetta, assieme alla sorella Maria Stella, in via Ciulla incrocio via Paterno Rossi.

Negli anni Quaranta arriva a Barrafranca il maestro leonfortese Paolo Marinacci, amico del dott. Angelo Ligotti, al quale fu chiesto di comporre degli spartiti per la banda cittadina. In questo frangente i dot. Ligotti chiede all’amimico di musicare una marcia funebre che Peppino Seggio canticchiava. Quello starno canticchiare fu trasformato in una marcia funebre dal titolo che "Padre Pietoso". Da subito bbe un gran successo, tanto che ancora oggi viene suonata il pomeriggio del Venerdì Santo davanti al Sagrato della chiesa Madre durante la preparazione del Crocifisso.


Spesso il dott. Angelo Ligotti lo faceva esibire o nel suo studio medico o nel bar della zi Santina Gueli in Piazza Itria. In una delle foto più conosciute si vede Peppino sopra una sedia e, con in mano una bacchetta, dirigere un’orchestra fantasma. Accanto a lui un cagnolino, il suo fedele compagno. Dello stesso autore celebri furono  anche "Il valzer di Monte Navone", "Cirumbelli - polka", "La Mazurca di Caceci" ed altri, ideati dal Marinacci ed attribuiti al Seggio. Celebre e storica la frase che era solito ripetere: "Amara quella porta che ha bisogna del pontillo”.

Muore il 18 luglio 1971. Al suo funerale, la banda musicale del paese gli rese omaggio suonando, gratuitamente, diverse marce funebri, tra cui la sua amata “Padre Pietoso”. 

Riportiamo un ricordo del prof. Carmelo Orofino: “Sbucando dallo stradone, giungeva alla piazzetta del bar Centrale con la sua aria timida e sognante, accentuata dalla lunga sciarpa intorno al collo e dal vecchio cappotto che portava fino ad aprile inoltrato. Camminava mogio mogio, come pestasse le uova, e al suo fianco trotterellava il cane Autore. Non appena sedeva, qualcuno incominciava: «Maestro, ci faccia sentire qualcosa». L’anziano compositore si guardava attorno con gli occhietti spiritati e incominciava, agitando nell’aria la manina ossuta: «Po' po’ po' poropopò...» «Che cos’è, maestro?» «Una marcia funebre, l’ho composta stanotte.» Bisogna dire che il maestro componeva molto: canzoni, marce, opere e tutto con la bocca. Tutti lo incoraggiavano e tutti gli dicevano che il successo non sarebbe tardato. Una sera lo fecero salire su una sedia, gli misero in mano una bacchetta e gli fecero dirigere la musica diffusa da una radio a transistor. Molti canticchiavano le sue canzonette strampalate ed in particolare la Ballata delle pulci.”

FONTI: Archivio di Stato di Enna. Località Barrafranca; Registri ecclesiastici, Chiesa Maria SS. Della Purificazione di Barrafranca- Diocesi di Piazza Armerina. TESTI: Franco Balsamo, Barrafranca. Vita fatti e personaggi del ventesimo secolo, Caltanissetta, 2 edizione, lito-tipografia Bartolozzi Caltanissetta, 1992; “Il maestro compositore di Carmelo Orofino”, articolo pubblicato nel Giornale “Orizzonti” di Piazza Armerina (EN) 1997. FONTI ORALI: intervista Giuseppina e Maria Stella Bartoli, nipoti del compianto Seggio; intervissta a Salvatore Rizzo, Maestro della Banda Musicale Città di Barrafranca; FOTO: Archivio Cateno Marotta. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA



martedì 4 giugno 2024

STORIE DI UOMINI- Chi era il maresciallo Salvatore Troja, ucciso a Barrafranca (EN) il 13 febbraio 1956


Uno dei doveri della società civile è ricordare gli uomini dal grande spessore morale che, per sfortunate vicende, hanno perso la vita. È in quest’ottica che oggi vogliamo far conoscere il maresciallo Salvatore Troja, ucciso a Barrafranca (EN) il 13 febbraio 1956, attraverso la sua figura di uomo e di ufficiale.

Il 13 gennaio 1908 nasce a Ramacca (CT) Salvatore TROJA, di Tommaso e di Giuseppina Sanfilippo,

Il 30 aprile 1926 si arruola nell’Arma dei Carabinieri.

Il 15 ottobre 1926, dopo il corso, vieni promosso Carabinieri a piedi.

Dal 1926 al 1929 svolge servizio come C.re ausiliario presso la legione di Palermo.

Il 29 settembre 1929 a Scordia (CT) sposa Lucia Scirè, di Rocco, classe 1908.

Il 01 maggio 1929 viene posto in concedo illimitato.

Il 27 settembre 1930 nasce a Scordia la primogenita Giuseppa, deceduta il 5 settembre1931.

Il 28 novembre1933 nasce a Catania la figlia Giuseppa Anna Maria.

Il 07 settembre1937 nasce a Scordia la figlia Fortunata Antonina Angela

Il 06 marzo 1940 nasce a Scordia la figlia Amalia.    

Il 04 giugno 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia, viene richiamato alle armi.

Il 31 marzo 1940 viene promosso Vice Brigadiere dei Carabinieri

Il 18 novembre 1941 è mobilitato col 13° Battaglione CC.NN “Bologna”.

Il 01 gennaio 1943 viene catturato dai tedeschi.

Dopo l’armistizio di Cassabile dell’8 settembre 1943 non aderisce alla RSI e unitamente ad altri militari si disperde in Albania.

L’08 settembre 1944 viene fatto prigioniero di guerra in Albania.

Il 14 aprile 1945 riparte da Tirana e giunge a Bari dove viene ricoverato all’Ospedale militare di Valenzano per malaria.

Il 19 aprile 1946 riprende, con il grado di Brigadiere servizio a Messina.

Nel 1947, grazie ad una delicata operazione, il Troja riceve un encomio solenne concesso dal Comando Legione Messina con la seguente motivazione: “Sottoufficiale in sottordine-dando prova di alto senso del dovere, energia e zelo, coadiuvò efficacemente il proprio comandante di compagnia in laboriose indagini che si conclusero con l’arresto di sette persone associate per delinquere e responsabile di rilevanti furti, e con il recupero di gran parte della refurtiva per un valore di circa duemila lire. Nel corso delle indagini richiamato dalla detonazione di una pistola sparato dal collega impegnato in una colluttazione con pericoloso delinquente che stava per essere sopraffatto e disarmato, affronta decisamente il ribelle stordendolo con un colpo di calcio della pistola di ordinanza permettendo in tal modo l’arresto. Floridia- Avola 1947”.

Il 30 giugno 1949 promosso Maresciallo Ordinario.

Il 30 giugno 1951 promosso Maresciallo Capo.

Il 18 settembre 1952 è nominato Comandante della stazione dei carabinieri di Barrafranca (EN) che allora era sita in via Santa Rita, dietro l’attuale palazzo Comunale. Difatti una parte del palazzo comunale (dove attualmente c’è il gabinetto del sindaco) era la stazione del comando dei Carabinieri e i locali attigui, erano le carceri.

Il 13 febbraio 1956 viene ferito gravemente, assieme alla figlia Amelia, in un agguato davanti casa. La ragazza muore sul colpo. Il maresciallo viene trasportato all’Ospedale di Caltanissetta, dove muore il 14 febbraio.

Dopo i funerali le salme vengono trasferite e tumulate al cimitero di Scordia (CT), dove attualmente riposano.

FONTI: documentazione in possesso del maresciallo in pensione Salvatore Sessa, nipote del compianto Troja; ricerche storiche del maresciallo in pensione Vincenzo Pace di Barrafranca (EN; ricerche storiche di Carmelo Gambera incaricato per la memoria del presidio Libera di Scordia; articoli del quotidiano “La Sicilia” anno 1956.  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA




domenica 1 maggio 2022

U pani di “Santruscianniru”- il pane antropomorfo offerto al Santo patrono di Barrafranca

Altare di sant'Alessandro, patrono di Barrafranca 

Da secoli il 03 maggio Barrafranca (EN) onora e festeggia il patrono Sant'Alessandro, attraverso riti e tradizioni che hanno un sapore arcaico. 

Dai fedeli barresi, Sant'Alessandro è considerato PATRONO poiché si ritiene che possa intercedere presso Dio in favore della comunità; PROTETTORE in quanto ha il potere di proteggere da calamità naturali e GUARITORE nel senso che guarisce o difende dai mali corporali. Per queste sue doti è oggetto di grande devozione.

Pane antropomorfo a figura intera
Una caratteristica della devozione al Santo è l’offerta del pane, conosciuto come “U pani di Santruscianniru". Non si tratta di un semplice pane ma di un ex-voto, ossia di un oggetto materiale, nel caso specifico il pane, offerto in cambio di una grazia ricevuta. I fedeli stringono un patto con il Santo: offrire devozione e ricevere la grazia. In questo modo l’ex-voto custodisce e rende visibile la richiesta.

Pane antropomorfo a forma di testa

E’ dal carattere economico-agrario della società siciliana, legata alla terra e di conseguenza alle alternanze delle stagioni, che trae origine la pratica devozionale del pane. «Nelle culture agricole e pastorali, ove la vita stessa della comunità dipende dalla quantità e qualità del raccolto, dal benessere degli armenti, questo fatto si manifesta con particolare evidenza.» Era inevitabile che in quelle società che fondavano la loro economia sulla raccolta di cereali, il fluire del tempo e l’avvicendarsi del tempo sacro e del tempo profano si articolava in relazione ai periodi di semina, di germoglio primaverile e di raccolto. Cosa poter offrire al proprio Santo patrono, eletto come protettore sia delle genti che delle messi (il simulacro di Sant'Alessandro porta sulla sedia papale delle spighe intrecciate) se non il bene più prezioso: il pane. Non si tratta del consueto pane, del pane di tutti i giorni, è un pane particolare, è il pane della festa. Proprio questa connotazione gli conferisce una particolarità, una sacralità, che supera le barriere spazio-temporali, per proiettarsi nella dimensione del divino. 

"E’ u pani da festa. E’ u pani binidittu!". Questo ripetono gli anziani quando gli si chiede del valore che per loro aveva il pane offerto ai Santi e consumato durante le feste. Il pane della festa è riconoscibile per il particolare impasto e la particolare modellazione, per quella "forma diversa", che ne rimarca la dimensione del tempo festivo rispetto alla quotidianità. Quel particolare pane, preparato e consumato in una determinata occasione rituale, diventa segno imprescindibile della festa.

Pane antropomorfo a forma di mano

Il pane di Santruscianniru è preparato con farina di frumento, sale, acqua, lievito e impastato a lungo, affinché la pasta diventi dura e compatta. In seguito è modellato in modo tale da conferirgli le forma desiderata, che richiamano parti del corpo o l’intera persona, in base alla richiesta di guarigione fatta dal devoto: si possono trovare pani a forma di gamba, di testa, di mano, di mammella, ecc. Prima di essere infornato viene spennellato con uovo sbattuto. La consegna del pane è preceduta un rituale ben preciso: prima della festa, i fedeli compiono, per nove giorni consecutivi, un viaggio penitenziale presso la chiesa Maria Ss della Stella. Poi il giorno della festa i fedeli riempiono l’altare con i pani antropomorfi simboli del loro patto con il Santo. Il tutto termina con la benedizione del pane e la sua consumazione che può avvenire in chiesa, distribuito ai fedeli in piccole porzioni come in una sorta di eucaristia, oppure portato a casa, dopo aver dato un’offerta, e conservano come un oggetto investito di proprietà apotropaiche, in quanto allontana gli influssi negativi.

IL PANE DELLE FOTO è stato realizzato dal PANIFICIO BARRESI di Barrafranca (EN). 

FONTI:  Giuseppe Pitrè, Usi e  costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, 4 voll., 1889; Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempo del lavoro e ritmi della festa, Meltemi Editore, Roma, 2006; http://www.istitutoeuroarabo.it/DM/in-nome-del-pane-in-nome-delluomo: Ricerche di Rita Bevilacqua e fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

Pane antropomorfo a forma di gamba

mercoledì 9 marzo 2022

I VIRGINEDDI- antica pratica devozionale a San Giuseppe

Un’antica pratica devozionale che si svolgeva a Barrafranca (EN) era quella dei VIRGINEDDI. In realtà tale pratica è presente in molti paesi della Sicilia e si svolge in occasione della festa del patriarca San Giuseppe (le tavolate stesse sono chiamate "di virgineddi"): vedi Enna, Catenanuova (EN), Regalbuto (EN), Lascari (PA), Alimena (PA), Motta Sant’Anastasia (CT), Castel di Lucio (ME), tanto per citarne alcuni. L’origine di questa pratica si perde nel tempo e risale al passato agricolo-rurale della società. Si tratta di una sorta di ex voto al Santo patriarca, San Giuseppe, protettore dei poveri, degli orfani e delle ragazze nubili. Date le condizioni d’indigenza generalizzata in cui anticamente si trovava la gente, si capisce come la preparazione della tavola a San Giuseppe era un vero sacrificio poiché si offriva agli altri la quantità di cibo sufficiente a sfamare per intere settimane tutta la famiglia.

Tavola di San Giuseppe

La tavola porta a compimento un voto per grazia ricevuta, chiesto per se o per i propri cari, ma la sua realizzazione è frutto di una collaborazione sociale ampia, confermandone l’identità e rinsaldandone i legami.  C’era anche chi prometteva di realizzare la tavola chiedendo di casa in casa o prodotti alimentari oppure offerte in denaro (secondo un’usanza ormai del tutto abbandonata). Attraverso l’affermazione del diritto-dovere di chiedere e di dare, il devoto (in genere erano le donne) dimostrava al Santo la sua gratitudine per la grazia ricevuta, riaffermando il diritto di tutti alla sopravvivenza e ravvivando vincoli essenziali di solidarietà. Infatti, le "tavolate" (così come sono chiamate a Barrafranca) erano organizzate dalla famiglia, coadiuvata dalla spontanea iniziativa di altri nuclei familiari. C’era anche chi realizzava la tavola a proprie spese con enorme sacrificio, anche se erano  bene accette le eventuali offerte in natura o in denaro. L’organizzazione seguiva una regola base: promessa di realizzare una o più tavole; le spese per la loro realizzazione dovevano gravare sulla famiglia organizzatrice, anche se c’era chi, nella promessa, decideva di andare a chiedere ai vicini un’offerta; scelta dei personaggi che potevano essere figuranti la Santa famiglia: Maria, Giuseppe e Gesù Bambino, oppure giovani adolescenti, i Virgineddi: comunque dovevano far parte di ceti poveri o indigenti; la preparazione delle pietanze che variavano da 19 a un numero non definito, secondo la "promessa" fatta; la preparazione delle pietanze e l’allestimento della tavola doveva avvenire grazie al contributo di amici o parenti. Lo stesso termine VIRGINEDDI ci dà già l’idea di quanto fosse radicato nella religiosità popolare il legame spirituale non solo con il Patriarca Giuseppe, che tra i tanti patronati ha anche quello di essere protettore delle vergini, ma con la Santa Famiglia e Maria in particolare. Come Giuseppe accolse e aiutò la giovane "vergine e madre Maria", così i devoti, accogliendo nelle loro tavole le giovani donne vergini e indigenti, chiedono per loro aiuto e protezione.  Ritornando alla pratica devozionale, essa si svolgeva il 19 marzo o un qualsiasi mercoledì (giorno dedicato al Santo) del mese di Marzo.  Consisteva in un invito a pranzo di giovani ragazze indigenti e vergini, ossia non sposate. Difatti le ragazze dovevano avere un’età inferiore ai 18 anni. "L’omu di vintuttu e a fimmina di diciuttu" sentenziava un antico proverbio siciliano, marcando come l’età da marito oscillava intorno ai diciotto anni. Le giovani che dovevano partecipare alla "tavola" (potevano essere tre come tre sono i personaggi della Santa Famiglia o un numero non definito) dovevano essere vestite di bianco, simbolo di purezza e dovevano digiunare dalla mattina fino a pranzo. Fino al 1970, anni in cui la chiesa di San Giuseppe fu chiusa al culto, la signora che aveva fatto l’ex -voto e le ragazze-virgineddi andavano ad assistere alla messa dell’aurora nella chiesa di san Giuseppe (in seguito si andava alla chiesa di San Francesco).

Particolare tavola di San Giuseppe

Terminata la funzione, andavano a casa della signora per sedersi alla tavola imbandita in onore di San Giuseppe a mangiare un lauto pasto: la "pasta di san Giuseppe" un minestrone di lasagne insaporito con finocchietto selvatico, broccoletto, chiamato taghiallassu, e un mix di legumi: ceci, lenticchie e fagioli; frittate di verdure, come tagghiallassu finocchietto selvatico, spinaci, brucculu (cavolfiore) o semplici frittate di uova e pane grattatto, polpette di patate, uova sode su cui erano inseriti, mediante stecchini, olive nere, chiamati munachiddi, (la carne era proibita, poiché si era in Quaresima) e i dolci come pagnuccata, pasta siringata, sfingi, armuzzi santi, cassateddi, crispelle di riso, cannoli con crema e ricotta, 'mbanata cu a ghiacciata (pan di spagna con sopra la glassa) e altro. A fine pasto venivano dati finocchi e arance. 

Pane di San Giuseppe

Dopo aver pranzato, le giovani verginelle venivano congedate, dando loro il "pane di san Giuseppe": un pane particolare realizzato in varie forme, reso lucido dal bianco dell’uovo e cosparso di semi di papavero che in dialetto sono chiamati "girgiullina". C’era chi dava anche del denaro, tutto dipendeva dal tipo di promessa fatta al Santo. Con gli anni la tradizione ha subito alcune modifiche: come la scomparsa dell’abito bianco delle ragazze, che potevamo vestirsi con abiti eleganti; il consumo di pietanze diverse a quelle tradizionali; il ricevere in dono del denaro. Purtroppo i cambiamenti sociali della società barrese hanno portato alla definitiva scomparsa di questa pratica, lasciando, quasi inalterata, l’allestimento della tavola con i tre personaggi della Santa famiglia: Giuseppe, Maria e il Bambino.

FONTI: Ricerche di Rita Bevilacqua e fonti orali. TESTI: Fatima Giallombardo, La festa di San Giuseppe in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta, 2006; Claudio Paterna, PERSISTENZA ARCAICHE NELL’ENTROTERRA, Novograf, 2010. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA




domenica 12 dicembre 2021

L’antica tradizione della "Cuccìa", il grano bollito che si consuma in onore di Santa Lucia

Cuccià salata

Un’antica tradizione siciliana in onore di Santa Lucia è il consumo di un piatto gastronomico conosciuto come "cuccìa". Si tratta di un piatto povero realizzato con del grano bollito.
Tante sono le ipotesi da cui deriva il termine. Alcuni ritengono che l’etimologia derivi dall'arabo kiskiya polenta di grano, o dal greco kokkìa frumento bollito. Secondo altri invece, deriverebbe dal termine "cuccìu" (ossia chicco in siciliano) di grano. Mentre la derivazione di "cuccìa" dal greco ta ko(u)kkía (i grani) è ormai definitivamente accertata e sostenuta unanimemente dagli studiosi moderni. 
Secondo la tradizione conosciuta come "Il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646", il 1646 fu un anno particolarmente calamitoso per la Sicilia a causa di una grave carestia, aggravatasi per la minore disponibilità di carne in seguito ad una moria che distrusse quasi tutti gli allevamenti bovini. Siracusa era allo stremo. Allora il vescovo monsignor Francesco Elia de' Rossi chiamò il popolo alla preghiera, facendo esporre, sull'altare maggiore della cattedrale, l'argenteo simulacro di santa Lucia e indusse 8 giorni di suppliche. La mattina del 13 maggio 1646, mentre la cattedrale era gremita per la messa solenne, fu vista aleggiare una colomba tre o quattro volte finché si posò sul capo del vescovo. Quasi all'istante si sparse la voce che una nave carica di grano e legumi era approdata nel porto di Siracusa. La folla si commosse, gridò al miracolo e ringraziò santa Lucia. Per poterlo consumare immediatamente, il grano non fu macinato ma bollito e mangiato. Da allora si associa il consumo del grano bollito alla festa di santa Lucia. In realtà li consumo di grano bollito ha radici molto più antiche. Grano mescolato con latte si mangiava e si mangia anche in Egitto e in Tunisia. Questo piatto si chiama "kesc". La cuccìa risulta parente stretta anche della kóllyva greca, una vivanda a base di «grano cotto, spesso mescolato con chicchi di melograno, di uva passa, farina, zucchero in polvere, ecc., che si porta su un vassoio in chiesa alla fine di una messa di requie e si distribuisce ai presenti a glorificazione dei defunti», e della kutjà russa, che era a base di grano (o miglio, orzo, riso) bollito. L’esistenza della cuccìa, o di un cibo equipollente nella sua essenza, è certamente molto più antica della prima attestazione scritta, che troviamo nel Vocabolario siciliano e latino di Lucio Scobar stampato a Venezia nel 1519, dove cuchia (il digramma ch era pronunciato c in antico siciliano) è chiosata "triticum decoctum" (grano bollito). La cuccìa mette in gioco un doppio rapporto da un lato con la Santa e dall'altro (e più antico) con le potenze del sottosuolo cui si chiede protezione per il raccolto futuro…. un rapporto con i morti. Non a caso in molti paesi siciliani e pugliesi la cuccia si fa anche per i morti ed è detta grano dei morti. Nella Sicilia contadina si credeva che fossero i morti a rendere possibile la germinazione del grano spingendo il seme da sotto terra e non a caso essi si festeggiavano all'inizio della semina e si scacciavano sotto terra, ritualmente, soltanto in seguito. I morti e i santi erano le figure necessarie perché "tutto andasse bene" nei campi, e bisognava ingraziarseli. Santa Lucia, patrona contro le carestie, è onorata nel modo più classico: si consumano in suo onore abbondanti provviste perché non manchino quelle nuove, perché i campi producano il necessario, perché torni il grano nelle dispense. Un po’ come San Giuseppe apre le porte alla rinascita primaverile, e le sue tavole ornate fanno mostra di fertilità perché la terra si svegli, così Santa Lucia prefigura quella rinascita mantenendo in potenza i prodotti. L’ipotesi del significato augurale della cuccia è confermata da alcuni usi a essa connessi: si prepara per voto personale e si distribuisce ad amici e parenti in recipienti che devono tornare al proprietario sporchi e mai lavati (toglierebbe Provvidenza) o può essere benedetta in chiesa e consumarla sul posto, in atto devozionale.

Grano ammollo (foto web)

La tradizione siciliana vuole che il grano venga tenuto in ammollo nei tre giorni precedenti la festa, cambiando l’acqua ogni giorno, per farlo ammorbidire. Quando è gonfio si eliminano le spoglie, ossia "la pula", per lasciare così solo il cuore del chicco di grano. Poi si cuoce a lungo in grandi pentole e si consuma con un filo di olio. Questa è la versione salata. Esiste anche in alcuni paesi siciliani la versione dolce. Dopo aver bollito il grano, la cuccìa così ottenuta è condita con crema di ricotta e spolverizzata con cannella. 

Cuccià dolce (foto web)

A Barrafranca (EN) alcuni usano mettere  il grano in ammollo il giorno prima o la mattina del 12 dicembre. Anticamente il grano era "scanalato", ossia il grano rigonfio di acqua erasfregato "nu canali" (antica tegola di terracotta girata dalla parte più ruvida), per eliminare le spoglie. Poi in grandi "cadarua" era bollito a lungo e consumato solo con un filo di olio. C’è chi usa condirlo con legumi, tradizione che si ritrova in altri paesi siciliani. Gli anziani barresi sostengono che la vera "cuccìa" è quella semplice, condita con un filo d’olio. In un’intervista realizzata nel dicembre 1996 dal professor Ignazio E. Buttitta ad alcuni anziani barresi sul consumo della "cuccìa", questi rispondono: «C’è quello che segue l’uso antico: Santa Lucia era vergine e la dobbiamo mangiare bollita; c’è quello che non ci tiene al fatto della verginità e la condisce diversamente con ciò che gli piace, ma la vera cuccia è quella con il solo frumento, logicamente con un po’ di olio». Prima di essere utilizzata come piatto rituale legato a santa Lucia e consumato solo quel giorno, a "cuccìa" era un piatto usato comunemente dai contadini, poiché piatto povero e di facile preparazione.

FONTI: Alberto Vàrvaro, Vocabolario etimologico siciliano, Palermo, 1986, vol. I, s. vc; Luigi Milanesi, Dizionario Etimologico della lingua siciliana, Mnamon, 2015; Maria Ivana Tanga, Il Grano e la Dea, aprile 2018; Vladimir Ja. Propp, Feste agrarie russe, Bari, 1978; Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi funebri in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano, 1878; Nuova edizione a cura di Alfonso Leone pubblicata col titolo Il vocabolario siciliano-latino di L.C. Scobar, Palermo, 1990; Ignazio E. Buttitta, Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, 1999. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

 RITA BEVILACQUA

 

mercoledì 23 giugno 2021

"U lavuriddu": il rituale festivo dei germogli di grano

Lavuriddu

Che spettacolo vedere quei longilinei e altezzosi filamenti di colore verde o giallo paglierino spiccare da vasi di terracotta finemente lavorati e preparati per ricordare o esorcizzare la vittoria della vita sulla morte. Stiamo parlando du "LAVURIDDU", cosi chiamati in dialetto siciliano, ossia i germogli di grano o altri legumi che sono preparati dalle donne in occasione di determinate ricorrenze. A livello rituale, u lavuriddu è impiegato in alcune feste stagionali che corrispondo al ciclo di lavorazione del grano, che può essere così tripartito: Festa dei morti/Natale (solstizio d’inverno) in corrispondenza della semina del grano; San Giuseppe/Settimana Santa (equinozio di primavera) in corrispondenza della germinazione del grano; San Giovanni Battista/San Calogero (solstizio d’estate) in corrispondenza della raccolta del grano.

Lavuriddu

Come attestato dall'antropologo palermitano Giuseppe Pitrè, "u lavuriddu" è realizzato seminando in terraglie (piatti o ciotole) i semi di grano, di ceci o di altri legumi, sopra uno strato di stoppa o canapa (adesso si usa il cotone), mantenuto bagnato per far si che germogli e riposto al buio perché cresca di un bel colore giallo paglierino, evitando che la fotosintesi clorofilliana lo faccia diventare verde. Anche in questi piccoli accorgimenti, si nota il simbolismo che pervade l’intera preparazione: i semi sono simbolo di nascita, il buio delle tenebre della morte e il germogliare simbolo della vita che rinasce dal seme. In realtà, anticamente, le donne lo preparavano senza rendersi conto di tanto simbolismo, ma eseguivano un processo che si tramandava da padre in figlio. Questa simbologia affonda le sue radici nel periodo romano del mito del dio Adone, anche se era già «venerato dalle popolazioni semitiche della Siria e della Babilonia e dai Greci fin dal VII secolo a.C.» (J. G. Frazer, Il ramo d’oro, cap. XXIX), dove vigeva l’usanza di offrire al dio germogli di grano, "i giardini di Adone", ossia dei cestini o vasi, pieni di terra, nei quali le donne seminavano frumento, orzo, lattuga e vari tipi di fiori, che poi curavano per otto giorni e allo scadere del tempo, quei recipienti erano portati via con l’effige del morto Adone e gettati in mare. Per questo il "lavuriddu"è conosciuto anche come "giardino di Adone". I romani riprendono dai greci il culto di Adone, il giovane ragazzo di cui si era innamorata la dea Afrodite e che, dopo essere stato ucciso da un cinghiale, ottenne da Zeus, commosso per il dolore della dea, di passare una parte dell’anno tra i vivi, per poi tornare periodicamente nel mondo dei morti. Questo culto, simbolo del risveglio della natura, in Grecia era celebrato il primo giorno di primavera e anche a inizio estate.

Lavuriddu presente nell'Altare della Reposizione (Saburcu)

I siciliani lo chiamano "lavuriddu", diminutivo di "lavuru", termine con cui i contadini siciliani chiamano il campo di grano (lavuriddu rappresenta in piccolo "u lavuri"). Questo termine deriva dal latino "labor laboris" che significa lavoro, fatica, proprio a richiamare la fatica e lo sforzo con cui i contadini preparano il campo di grano.

Treccia di lavuriddu

Ancora adesso questi germogli sono preparati per abbellire l’Altare della Reposizione, in siciliano "Saburcu", mentre è quasi del tutto scomparsa la tradizione di prepararlo perla festa di san Giovanni Battista (24 giugno). Per tradizione la mattina del 24 giugno i ragazzini, con un piatto di "lavuriddu", andavano di porta in porta da parenti e amici per farsi tagliare in testa un ciuffo di "lavuriddu" in senso ben augurale. Dopo il ragazzino otteneva in dono pochi spiccioli o un santino. Alcune ragazze, invece, tagliavano alcuni germogli, li intrecciavano, li legavano con nastrini colorati e li regalavano all'amica del cuore, che doveva conservarli, diventando così comari per tutta la vita.

FONTI: Rita Bevilacqua, SETTIMANA SANTA A BARRAFRANCA, Bonfirraro Editore, 2014; "San Giovanni Battista e alcune tradizioni barresi" di Rita Bevilacqua pubblicato il 24 giugno 2019 sul blog- Il mio paese Barrafranca; "Cumpari e sangiuvanni" di Rita Bevilacqua pubblicato nella rivista ARCHEO NISSENA numero unico, Caltanissetta, 2015; I germogli. Un viaggio simbolico dall’Iran all’Italia meridionale di Gioele Zisa, pubblicato il 3 giugno 2019 su treccani.it/magazine/atlante/cultura. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 11 giugno 2021

"I paggetti di sant’Antonio" antica tradizione popolare dedicata a sant’Antonio di Padova

I paggetti di sant'Antonio (foto Salvatore Licata)

Quando la devozione popolare ai Santi era motivo di unione, d’imput a esternare un senso di religiosità popolare che varcava i canoni classici del credo religioso, fino agli anni ’60 del secolo scorso, si svolgeva a Barrafranca (EN) una particolare tradizione religiosa popolare chiamata "I paggetti di sant'Antonio". Si trattava della vestizione in divisa di alcuni bambini i quali partecipavano alla processione solenne organizzata dai frati del Convento di San Francesco in occasione del "Corpus Domini".  Prima della riforma del Concilio Vaticano II (1962-1965) la festa durava otto giorni e ogni Chiesa organizzava una solenne processione che si snodava per le vie della propria parrocchia. La processione procedeva per le vie del quartiere, dove erano allestiti degli altarini, realizzati appendendo al muro esterno della casa, una coperta di seta o di ciniglia, riccamente lavorata, su cui sopra era appesa un’immagine sacra. Gli altarini erano arricchiti con immagine sacre, fiori, candele, spighe o pane e vino. Particolare era la processione organizzata dai frati che vedevano la presenza, appunto, dei paggetti di sant'Antonio, ossia dei bambini vestiti con un’uniforme simile nella forma a quella della Guardia Svizzera pontificia ma di colore diverso: pantaloni e casacca color carta da zucchero (azzurrino)con strisce nere, mantello nero (il nero ricorda il saio del Santo) e in testa basco nero con piuma bianca. Al fianco portavano una piccola spada. Al momento dell’elevazione dell’Ostensorio, mentre la banda musicale suonava il canto "T’adoriam Ostia Divina"e i fedeli intonavano inni sacri, i paggetti di sant'Antonio sguainavano le spade. Lo ricorda bene lo storico barrese Salvatore Licata quando, da bambino, vestiva i panni del paggetto e seguiva, assieme ai ragazzini della parrocchia, la lunga e spesso difficoltosa processione del Corpus Domini che si snodava tra le vie del quartiere Serra e Poggio (le strade di allora erano polverose e piene di ghiaia).
Da altre testimonianze emerge che i bambini vestiti da paggetti andavano in Chiesa anche il 13 giugno durante la celebrazione liturgica in onore di Sant’Antonio che si svolgeva nella Chiesa di San Francesco, dove è presente un simulacro del Santo padovano.

Paggetto di Sant'Antonio (foto Alessandro Costa)

Alessandro Costa
(classe 1945) ci racconta che erano i frati a fornire ai fedeli, che ne facessero richiesto, le indicazioni e il modello del paggetto. A organizzare la presenza dei paggetti sia per i festeggiamenti in onore di sant'Antonio, sia per il Corpus Domini erano padre Ludovico, padre Agnello, padre Guardiano e alcune fedeli della parrocchia. 

Paggetto di Sant'Antonio (foto Giuseppe Salvaggio)

Alcuni vestitini furono realizzati per grazia ricevuta. E’ il caso del compianto Giuseppe Salvaggio (classe 1945). La figlia Loredana ci racconta che la nonna, dopo la morte di un predicente figlio, aveva posto sotto la protezione di sant'Antonio il piccolissimo Giuseppe, affinché non morisse come gli altri. Scampato il pericolo, la madre andò in chiesa e a Padre Guardiano le diede le indicazioni per realizzare il vestitino da paggetto di Sant'Antonio.
Da alcune ricerche è emerso che la tradizione dei bambini vestiti da paggetti nella processione del 13 giugno la ritroviamo a Messina.

Messina 1962- Paggetti nella processione di sant'Antonio di Padova (foto web)

Da fonti storiche la devozione al Santo padovano si ebbe grazie al Beato Annibale Maria di Francia (1851-1927), grande devoto di Sant'Antonio e fondatore della Basilica Antoniana. Negli anni Messina è diventata il centro della devozione al Santo: difatti ogni anno migliaia di fedeli, provenienti non solo dalla provincia di Messina, ma da varie zone della Sicilia e dalla vicina Calabria, raggiungono la Basilica di S. Antonio per rendere omaggio al Santo e partecipare all'imponente processione del Carro Trionfale (l’attuale carro risale al 1946; il primo al 1931). Inoltre bimbi vestiti da paggetti sono presenti anche nei festeggiamenti che si svolgono a Padova e in altri paesi del Veneto. Da tutto ciò, si potrebbe ipotizzare che la tradizione, già presente a Messina nella prima metà del 1900, sia arrivata a Barrafranca ha metà del ‘900, portata dai frati francescani presenti nel Convento barrese. Difatti, dalle interviste sopra citate e dalle foto d’epoca, si evince che la tradizione si svolgeva anche a Barrafranca già negli anni '50. 
In questa tradizione centrale è la presenza dei bambini, caratteristica questa che riscontriamo in altre pratiche popolari come le orfanelle dietro i cortei funebri, le bimbe vestite di bianco nelle processioni del Corpus Domini o del Venerdì Santo. Simboli di purezza e d’innocenza, la presenza dei bambini qui assume un ruolo speciale, poiché Sant'Antonio è stato da sempre considerato protettore dei bambini, con riferimento ai tanti miracoli compiuti dal Santo verso i piccoli.

FONTI: Salvatore Licata, Carmelo Orofino, "BARRAFRANCA. La storia, le tradizioni, la cultura popolare", 3ªedizione, 2010; "PADOVA. LA PROCESSIONE DEL SANTO E I TREDICI PAGGETTI. NELLA TRADIZIONE, UNA SERENA BARRIERA AL CONFORMISMO NEOPAGANO" di Elisabetta Frezza, pubblicato nel giugno 2013 in ricognizioni.it; www.basilicaantoniana.it; Fonti orali tra cui Salvatore Licata, Alessandro Costa, Loredana Salvaggio. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

martedì 25 maggio 2021

"I nove cori degli Angeli" antica pratica devozionale che si faceva a Barrafranca

Antico funerale davanti alla chiesa Madre di Barrafranca

La pratica conosciuta come "I nove cori degli Angeli", che si svolgeva a Barrafranca (EN) fino alla fine degli anni '60, affonda le sue radici in quelle pratiche di devozione popolare che permettono a due persone di stringere un vincolo sotto la tutela cristiana. Una sorta di parentela spirituale che permette a persone estranee di stringere legami indissolubili che solo la morte può sciogliere.

Come tutti i patti che si stringono tra persone, anche questa pratica presuppone tutta una serie di riti e di obblighi che servono a suggellare il patto intrapreso. I nove cori degli Angeli si svolgeva il giorno di Pasquetta che per consuetudine è chiamato "Lunedì dell’Angelo" in ricordo dell’apparizione dell’Angelo alle donne che si erano recate al Sepolcro nel giorno della Resurrezione di Cristo. L'espressione "Lunedì dell'Angelo", diffusa in Italia, non appartiene al calendario liturgico della Chiesa cattolica, il quale lo indica come lunedì dell'Ottava di Pasqua.

In quel giorno, due ragazze stringevano un patto che consisteva nel digiunare per nove anni consecutivi il giorno della Pasquetta, tanti quanti sono i cori angelici. Il beneficio che se ne ricavava era quello che alla morte di uno l’altro superstite si sarebbe adoperato a far partecipare al corteo funebre nove bambine vestite di bianco. Dopo i nove anni o "digiuni" il patto era ormai sancito e le ragazze diventavano "comari" per tutta la vita. In alcuni casi questo patto si poteva estendere ai figli morti prematuramente di una delle due contraenti. Se a morire fosse stata una donna non sposata o un bimbo piccolo, le bambine portavano dei cestini pieni di petali di rose bianche che venivano sparsi durante il corteo funebre. I nove bambini, canditi come la loro veste bianca, rappresentavano la purezza degli Angeli che accompagnavano l’anima del defunto. Erano nove, tanti quanti sono i cori degli Angeli, ossia la divisione in "schiere" o "cori" con cui vengono classificati gli angeli. Secondo i Padri della Chiesa gli Angeli si possono suddividere in tre Gerarchie, ognuna delle quali è divisa in tre Ordini differenti, che dalla loro riunione formano quello che si chiamano "I nove Cori degli Angeli". La prima Gerarchia comprende Serafini, Cherubini Troni, la seconda Dominazioni, le Potenze e le Virtù, la terza Principati, Arcangeli e Angeli. Questa divisione si basa sui nomi di angeli che si rinvengono nelle Sacre Scritture. Tra le tante preghiere che la Chiesa dedica agli angeli, molto conosciuta è la "Corona angelica", simile a un rosario, con la quale si pregano gli angeli di ogni gerarchia e si chiede loro di intercedere presso Dio per ottenere la grazia.

Ritornando al patto che i bambini stringevano nel giorno di pasquetta, questo dava la possibilità al futuro defunto di essere accompagnato, nel suo ultimo tragitto terreno, dalla preghiera e dalle litanie di anime candide che gli rendessero più agevole il trapasso nell’aldilà. Per capire il senso di tutto ciò, dobbiamo fare un passo indietro e ricordare alcune delle usanze funebri. Una di queste era quella di far partecipare al corteo funebre le orfanelle del paese. Difatti le suore accompagnavano, dietro richiesta, un nutrito gruppo di orfanelle vestite di nero, ricevendo in cambio l'elemosina. Le orfanelle s’impegnavano a pregare per l'anima del defunto. Più alta era la classe sociale del defunto, più nutrito era la schiera di persone che accompagnavano il corteo funebre, come il clero, i monaci, le orfanelle.

13 febbraio 1956 funerali Maresciallo Troja con le orfanelle 

Queste pratiche di pietà popolare nascono dalla convinzione secondo cui il trapasso nell'aldilà diventa più agevole con le preghiere di famigliari e di anime pure, come i bambini o le orfanelle. Nella cultura popolare siciliana i bambini e i poveri fungono da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, una sorta di "trait d’union" dove i bambini o i poveri diventano il tramite con l’aldilà, agevolandone trapasso. Molti rituali siciliani hanno come protagonista i bambini, vedi le tradizioni del 2 novembre o i poveri che per la loro condizione, la purezza dei bambini e l’indigenza dei poveri, li avvicina a Dio. Inoltre il rituale della preghiera permettere all'anima del defunto di oltrepassare la soglia del Naturale ed elevarsi verso il Paradiso. Secondo i cristiani, infatti, l’anima della persona scomparsa si trova in Purgatorio finché non gli viene permesso di salire in Cielo. Oltre all'ascensione delle anime, le preghiere per i defunti servono anche per far sentire la vicinanza tra chi rimane in vita e la persona scomparsa.

Ringrazio la professoressa Maria Costa per avermi raccontato la sua esperienza e avermi stimolata alla ricerca di questa tradizione barrese e la signora Maria Stella Faraci per la concessione della foto (pubblicata anche nella pagina facebook BARRAFRANCA IN BIANCO E NERO).

P.S Nella foto sono presenti oltre alle bambine vestite di bianco raffiguranti "I nove cori degli Angeli" e le orfanelle vestite di nero, alcuni personaggi del clero barrese di una volta: don Luigi Faraci e i francescani padre Agnello e padre Ludovico.

FONTI: Diego Aleo, Gaetano Vicari, La grande eredità. Viaggio attraverso le tradizioni della Settimana santa nel cuore della Sicilia, ristampa 2018; www.amordei.it; Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA