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martedì 21 marzo 2023

"Luni santu, Marti santu…" l’antica orazione-scongiuro dei ciarmavermi siciliani.


"Ciarmavermi" (foto web)

Nel variegato panorama delle orazioni e degli scongiuri recitati dai "ciarmavermi siciliani" (tagliatore dei vermi intestinali), il più conosciuto è quello che l’antropologo siciliano Giuseppe Pitrè chiama "Scongiuro della Settimana Santa". Nel saggio "Medicina popolare siciliana" Pitrè definisce la credenza e la pratica del taglio dei vermi "verminazione" e le persone che la praticano sono chiamati "ciarmavermi”, termine che deriva da "ciarmare" ossia "affascinare, ammaliare”, individuando così l’azione di curare il male.

Nella cultura popolare contadina quando un bimbo aveva prurito nella zona anale o piangeva sempre o soffriva di mal di pancia, le mamme di una volta dicevano "Ha il verme nella pancia". La frase stava ad indicare, in modo figurato, che il dolore provato dal bambino traeva origine da parassiti intestinali, chiamati in medicina “ossiuri”. Sono dei parassiti di forma affusolata e di colore bianco/avorio diffusi soprattutto tra i più piccoli. Il primo sintomo è quello del prurito nella zona anale, associato al mal di pancia persistente.

Ossiuri (foto web)

Per le ciarmavermi siciliani la causa è "Nu scantu" ossia uno spavento improvviso. Le persone più colpite sono quelle più deboli, come i bambini e le donne. A tal proposito Pitrè scrive: <<Questi vermi hanno la loro sede in un dato posto degli intestini e si raccolgono e aggomitolano insieme in forma di ciambella, detta "cuddura di lì vermi”>>. Affinché la pratica si svolga in modo corretto, la ciarmavermi e il bambino debbono essere a digiuno. Il digiuno è una pratica comune a tutte le religioni o riti propiziatori, perché rende il corpo e l’anima puri, non contaminati da agenti esterni. Oltre all’ orazione- scongiuro, la guaritrice utilizza alcuni strumenti, come uno spicchio d’aglio, dell’olio d’oliva, una tazzina da caffè, una bacinella piena d’acqua e uno spago. La mano da utilizzare è quella sinistra perché, come scrive Giuseppe Bonomo in Scongiuri del Popolo Siciliano, <<la magia ama fare il contrario della Religione e della vita sociale. Bisogna pure tener presente che l'inversione dei gesti, delle azioni, delle parole è una delle forze della magia>>.

Ciarmavermi (foto web)

Passiamo al rito vero e proprio. Si prende una tazzina di caffè, si schiaccia all’interno uno spicchio d’aglio e si aggiunge olio d’oliva crudo. Poi si sporca un po' il bordo della tazzina e si tiene in mano. Per iniziare si fa il segno della croce, si recita il Padre Nostro e si ripete "Luni santu, Marti santu, Mircuri santu, Juvi santu, Venniri santu, Sabatu santu, a Duminica di Pasqua u vermi 'nterra casca". Al termine dell’orazione con la mano sinistra si fa il segno della croce in direzione dell’ombelico del paziente. Si prende la tazzina, si capovolge sull’ombelico e si continua con lo scongiuro. Se ci sono veramente i vermi la tazzina si attacca all’ombelico, altrimenti rimane staccata. Se i vermi non ci sono, non si attacca, si stacca subito. 

A Barrafranca (EN) la guaritrice A. B. (per la privacy citiamo solo le iniziali del nome) intervistata dalla scrivente, utilizzava un procedimento più lungo: dopo aver fatto sdraiare il paziente con la pancia scoperta, prendeva dell’olio di oliva, ciarmato per l’occasione (ossia reso atto alla guarnizione mediante particolari pratiche che solo la guaritrice conosce) e inizia con il pollice, l’indice e il medio della mano destra, uno per volta, e dà piccoli tocchi di polpastrelli unti di olio sulla pancia, partendo dall’ombelico e poi tutto attorno. Terminato il procedimento con la mano destra, si ripete il tutto con la mano sinistra. Alla fine, la guaritrice fa un segno della croce con la mano sinistra. Il rito si deve ripetere per un totale di 3 giorni. La domenica successiva la ciarmavermi fa ritornare il paziente per controllare, attraverso un altro rito, se i vermi sono veramente scomparsi. Si prende un grosso filo di cotone, che usavano le nonne per cucire, e una bacinella piena d’acqua. Si prende il filo e si misura la lunghezza del corpo del pazienta, a partire dalla punta del pollice della mano sinistra e, attraversando tutto il corpo, fino al pollice della mano destra. Si continua misurando dalla testa fino alla punta dei piedi e dal femore destro e sinistro fino alla punta dei piedi. Poi il filo veniva raccolto tra il dito indice e il dito medio della mano sinistra (le dita debbono rimanere separati) e viene tagliato a pezzetti e buttato nella bacinella piena d’acqua. Se i pezzetti vanno a fondo vuol dire che i vermi sono moti. Se alcuni pezzetti rimanevano a galla, contorcendosi, non tutti i vermi sono morti e bisogna rifare la pratica.

Ritornando allo scongiuro, l’invocazione contenuta in esso è indirizzata alla Settimana Santa che, nella sua sacralità, diventa veicolo di guarigione. <<Si invocano sette dimensioni potenti, sette entità che i questa parte dell’orazione sono caratterizzate soltanto al loro legame col tempo, col numero e col sacro>> scrive Mannella nel suo saggio "Il sussurro magico". I sette giorni della settimana nella connotazione di "santi" perdono il loro valore temporale per assumere quello della sacralità. Sempre dal Mannella apprendiamo che la cifra sette rappresenta la sintesi del tempo con il sacro: sette è la somma di tre, che rappresenta il divino e di quattro che rappresenta il tempo (quattro sono le stagioni, le fasi lunari, etc.). L’invocazione del ricordo ciclico della passione, morte e resurrezione di Cristo, della vittoria della vita sulla morte, permette al guaritore di eliminare il male. Come in tutte le pratiche popolari, anche in questa si mescolano sacro e profano, conoscenze arcaiche acquisite con una ciclicità gestuale che, per essere efficace, ha bisogno di un richiamo autorevole come il ricorso alle preghiere sacre.

FONTI: Giuseppe Pitrè, "Medicina popolare siciliana, volume unico, 1896; Roberto Martorana, L’uso della Mano Sinistra in alcuni Scongiuri popolari, pubblicato in www.academia.edu; "Verba et incantamenta carminum. Sulla medicina popolare siciliana" di Gian Mauro Sales Pandolfini, pubblicato il 1° gennaio 2018 in DIALOGHI MEDITTERRANEI, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (TR); Pier Luigi Josè Mannella, Il sussurro magico. Scongiuri, malesseri e orizzonti cerimoniali in Sicilia, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2015 Studi e materiali per la storia della cultura popolare Edizione storica n. 27; fonti orali tra cui l’intervista di Rita Bevilacqua alla guaritrice A. B. di Barrafranca (EN). FOTO: pagina facebook “Preghiere e scongiuri popolari siciliani”; sito web DIALOGHI MEDITTERRANEI, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (TR).  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA



mercoledì 9 marzo 2022

I VIRGINEDDI- antica pratica devozionale a San Giuseppe

Un’antica pratica devozionale che si svolgeva a Barrafranca (EN) era quella dei VIRGINEDDI. In realtà tale pratica è presente in molti paesi della Sicilia e si svolge in occasione della festa del patriarca San Giuseppe (le tavolate stesse sono chiamate "di virgineddi"): vedi Enna, Catenanuova (EN), Regalbuto (EN), Lascari (PA), Alimena (PA), Motta Sant’Anastasia (CT), Castel di Lucio (ME), tanto per citarne alcuni. L’origine di questa pratica si perde nel tempo e risale al passato agricolo-rurale della società. Si tratta di una sorta di ex voto al Santo patriarca, San Giuseppe, protettore dei poveri, degli orfani e delle ragazze nubili. Date le condizioni d’indigenza generalizzata in cui anticamente si trovava la gente, si capisce come la preparazione della tavola a San Giuseppe era un vero sacrificio poiché si offriva agli altri la quantità di cibo sufficiente a sfamare per intere settimane tutta la famiglia.

Tavola di San Giuseppe

La tavola porta a compimento un voto per grazia ricevuta, chiesto per se o per i propri cari, ma la sua realizzazione è frutto di una collaborazione sociale ampia, confermandone l’identità e rinsaldandone i legami.  C’era anche chi prometteva di realizzare la tavola chiedendo di casa in casa o prodotti alimentari oppure offerte in denaro (secondo un’usanza ormai del tutto abbandonata). Attraverso l’affermazione del diritto-dovere di chiedere e di dare, il devoto (in genere erano le donne) dimostrava al Santo la sua gratitudine per la grazia ricevuta, riaffermando il diritto di tutti alla sopravvivenza e ravvivando vincoli essenziali di solidarietà. Infatti, le "tavolate" (così come sono chiamate a Barrafranca) erano organizzate dalla famiglia, coadiuvata dalla spontanea iniziativa di altri nuclei familiari. C’era anche chi realizzava la tavola a proprie spese con enorme sacrificio, anche se erano  bene accette le eventuali offerte in natura o in denaro. L’organizzazione seguiva una regola base: promessa di realizzare una o più tavole; le spese per la loro realizzazione dovevano gravare sulla famiglia organizzatrice, anche se c’era chi, nella promessa, decideva di andare a chiedere ai vicini un’offerta; scelta dei personaggi che potevano essere figuranti la Santa famiglia: Maria, Giuseppe e Gesù Bambino, oppure giovani adolescenti, i Virgineddi: comunque dovevano far parte di ceti poveri o indigenti; la preparazione delle pietanze che variavano da 19 a un numero non definito, secondo la "promessa" fatta; la preparazione delle pietanze e l’allestimento della tavola doveva avvenire grazie al contributo di amici o parenti. Lo stesso termine VIRGINEDDI ci dà già l’idea di quanto fosse radicato nella religiosità popolare il legame spirituale non solo con il Patriarca Giuseppe, che tra i tanti patronati ha anche quello di essere protettore delle vergini, ma con la Santa Famiglia e Maria in particolare. Come Giuseppe accolse e aiutò la giovane "vergine e madre Maria", così i devoti, accogliendo nelle loro tavole le giovani donne vergini e indigenti, chiedono per loro aiuto e protezione.  Ritornando alla pratica devozionale, essa si svolgeva il 19 marzo o un qualsiasi mercoledì (giorno dedicato al Santo) del mese di Marzo.  Consisteva in un invito a pranzo di giovani ragazze indigenti e vergini, ossia non sposate. Difatti le ragazze dovevano avere un’età inferiore ai 18 anni. "L’omu di vintuttu e a fimmina di diciuttu" sentenziava un antico proverbio siciliano, marcando come l’età da marito oscillava intorno ai diciotto anni. Le giovani che dovevano partecipare alla "tavola" (potevano essere tre come tre sono i personaggi della Santa Famiglia o un numero non definito) dovevano essere vestite di bianco, simbolo di purezza e dovevano digiunare dalla mattina fino a pranzo. Fino al 1970, anni in cui la chiesa di San Giuseppe fu chiusa al culto, la signora che aveva fatto l’ex -voto e le ragazze-virgineddi andavano ad assistere alla messa dell’aurora nella chiesa di san Giuseppe (in seguito si andava alla chiesa di San Francesco).

Particolare tavola di San Giuseppe

Terminata la funzione, andavano a casa della signora per sedersi alla tavola imbandita in onore di San Giuseppe a mangiare un lauto pasto: la "pasta di san Giuseppe" un minestrone di lasagne insaporito con finocchietto selvatico, broccoletto, chiamato taghiallassu, e un mix di legumi: ceci, lenticchie e fagioli; frittate di verdure, come tagghiallassu finocchietto selvatico, spinaci, brucculu (cavolfiore) o semplici frittate di uova e pane grattatto, polpette di patate, uova sode su cui erano inseriti, mediante stecchini, olive nere, chiamati munachiddi, (la carne era proibita, poiché si era in Quaresima) e i dolci come pagnuccata, pasta siringata, sfingi, armuzzi santi, cassateddi, crispelle di riso, cannoli con crema e ricotta, 'mbanata cu a ghiacciata (pan di spagna con sopra la glassa) e altro. A fine pasto venivano dati finocchi e arance. 

Pane di San Giuseppe

Dopo aver pranzato, le giovani verginelle venivano congedate, dando loro il "pane di san Giuseppe": un pane particolare realizzato in varie forme, reso lucido dal bianco dell’uovo e cosparso di semi di papavero che in dialetto sono chiamati "girgiullina". C’era chi dava anche del denaro, tutto dipendeva dal tipo di promessa fatta al Santo. Con gli anni la tradizione ha subito alcune modifiche: come la scomparsa dell’abito bianco delle ragazze, che potevamo vestirsi con abiti eleganti; il consumo di pietanze diverse a quelle tradizionali; il ricevere in dono del denaro. Purtroppo i cambiamenti sociali della società barrese hanno portato alla definitiva scomparsa di questa pratica, lasciando, quasi inalterata, l’allestimento della tavola con i tre personaggi della Santa famiglia: Giuseppe, Maria e il Bambino.

FONTI: Ricerche di Rita Bevilacqua e fonti orali. TESTI: Fatima Giallombardo, La festa di San Giuseppe in Sicilia, Fondazione Ignazio Buttitta, 2006; Claudio Paterna, PERSISTENZA ARCAICHE NELL’ENTROTERRA, Novograf, 2010. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA




domenica 12 dicembre 2021

L’antica tradizione della "Cuccìa", il grano bollito che si consuma in onore di Santa Lucia

Cuccià salata

Un’antica tradizione siciliana in onore di Santa Lucia è il consumo di un piatto gastronomico conosciuto come "cuccìa". Si tratta di un piatto povero realizzato con del grano bollito.
Tante sono le ipotesi da cui deriva il termine. Alcuni ritengono che l’etimologia derivi dall'arabo kiskiya polenta di grano, o dal greco kokkìa frumento bollito. Secondo altri invece, deriverebbe dal termine "cuccìu" (ossia chicco in siciliano) di grano. Mentre la derivazione di "cuccìa" dal greco ta ko(u)kkía (i grani) è ormai definitivamente accertata e sostenuta unanimemente dagli studiosi moderni. 
Secondo la tradizione conosciuta come "Il miracolo della fine della carestia dell’anno 1646", il 1646 fu un anno particolarmente calamitoso per la Sicilia a causa di una grave carestia, aggravatasi per la minore disponibilità di carne in seguito ad una moria che distrusse quasi tutti gli allevamenti bovini. Siracusa era allo stremo. Allora il vescovo monsignor Francesco Elia de' Rossi chiamò il popolo alla preghiera, facendo esporre, sull'altare maggiore della cattedrale, l'argenteo simulacro di santa Lucia e indusse 8 giorni di suppliche. La mattina del 13 maggio 1646, mentre la cattedrale era gremita per la messa solenne, fu vista aleggiare una colomba tre o quattro volte finché si posò sul capo del vescovo. Quasi all'istante si sparse la voce che una nave carica di grano e legumi era approdata nel porto di Siracusa. La folla si commosse, gridò al miracolo e ringraziò santa Lucia. Per poterlo consumare immediatamente, il grano non fu macinato ma bollito e mangiato. Da allora si associa il consumo del grano bollito alla festa di santa Lucia. In realtà li consumo di grano bollito ha radici molto più antiche. Grano mescolato con latte si mangiava e si mangia anche in Egitto e in Tunisia. Questo piatto si chiama "kesc". La cuccìa risulta parente stretta anche della kóllyva greca, una vivanda a base di «grano cotto, spesso mescolato con chicchi di melograno, di uva passa, farina, zucchero in polvere, ecc., che si porta su un vassoio in chiesa alla fine di una messa di requie e si distribuisce ai presenti a glorificazione dei defunti», e della kutjà russa, che era a base di grano (o miglio, orzo, riso) bollito. L’esistenza della cuccìa, o di un cibo equipollente nella sua essenza, è certamente molto più antica della prima attestazione scritta, che troviamo nel Vocabolario siciliano e latino di Lucio Scobar stampato a Venezia nel 1519, dove cuchia (il digramma ch era pronunciato c in antico siciliano) è chiosata "triticum decoctum" (grano bollito). La cuccìa mette in gioco un doppio rapporto da un lato con la Santa e dall'altro (e più antico) con le potenze del sottosuolo cui si chiede protezione per il raccolto futuro…. un rapporto con i morti. Non a caso in molti paesi siciliani e pugliesi la cuccia si fa anche per i morti ed è detta grano dei morti. Nella Sicilia contadina si credeva che fossero i morti a rendere possibile la germinazione del grano spingendo il seme da sotto terra e non a caso essi si festeggiavano all'inizio della semina e si scacciavano sotto terra, ritualmente, soltanto in seguito. I morti e i santi erano le figure necessarie perché "tutto andasse bene" nei campi, e bisognava ingraziarseli. Santa Lucia, patrona contro le carestie, è onorata nel modo più classico: si consumano in suo onore abbondanti provviste perché non manchino quelle nuove, perché i campi producano il necessario, perché torni il grano nelle dispense. Un po’ come San Giuseppe apre le porte alla rinascita primaverile, e le sue tavole ornate fanno mostra di fertilità perché la terra si svegli, così Santa Lucia prefigura quella rinascita mantenendo in potenza i prodotti. L’ipotesi del significato augurale della cuccia è confermata da alcuni usi a essa connessi: si prepara per voto personale e si distribuisce ad amici e parenti in recipienti che devono tornare al proprietario sporchi e mai lavati (toglierebbe Provvidenza) o può essere benedetta in chiesa e consumarla sul posto, in atto devozionale.

Grano ammollo (foto web)

La tradizione siciliana vuole che il grano venga tenuto in ammollo nei tre giorni precedenti la festa, cambiando l’acqua ogni giorno, per farlo ammorbidire. Quando è gonfio si eliminano le spoglie, ossia "la pula", per lasciare così solo il cuore del chicco di grano. Poi si cuoce a lungo in grandi pentole e si consuma con un filo di olio. Questa è la versione salata. Esiste anche in alcuni paesi siciliani la versione dolce. Dopo aver bollito il grano, la cuccìa così ottenuta è condita con crema di ricotta e spolverizzata con cannella. 

Cuccià dolce (foto web)

A Barrafranca (EN) alcuni usano mettere  il grano in ammollo il giorno prima o la mattina del 12 dicembre. Anticamente il grano era "scanalato", ossia il grano rigonfio di acqua erasfregato "nu canali" (antica tegola di terracotta girata dalla parte più ruvida), per eliminare le spoglie. Poi in grandi "cadarua" era bollito a lungo e consumato solo con un filo di olio. C’è chi usa condirlo con legumi, tradizione che si ritrova in altri paesi siciliani. Gli anziani barresi sostengono che la vera "cuccìa" è quella semplice, condita con un filo d’olio. In un’intervista realizzata nel dicembre 1996 dal professor Ignazio E. Buttitta ad alcuni anziani barresi sul consumo della "cuccìa", questi rispondono: «C’è quello che segue l’uso antico: Santa Lucia era vergine e la dobbiamo mangiare bollita; c’è quello che non ci tiene al fatto della verginità e la condisce diversamente con ciò che gli piace, ma la vera cuccia è quella con il solo frumento, logicamente con un po’ di olio». Prima di essere utilizzata come piatto rituale legato a santa Lucia e consumato solo quel giorno, a "cuccìa" era un piatto usato comunemente dai contadini, poiché piatto povero e di facile preparazione.

FONTI: Alberto Vàrvaro, Vocabolario etimologico siciliano, Palermo, 1986, vol. I, s. vc; Luigi Milanesi, Dizionario Etimologico della lingua siciliana, Mnamon, 2015; Maria Ivana Tanga, Il Grano e la Dea, aprile 2018; Vladimir Ja. Propp, Feste agrarie russe, Bari, 1978; Angelo De Gubernatis, Storia comparata degli usi funebri in Italia e presso gli altri popoli indo-europei, Milano, 1878; Nuova edizione a cura di Alfonso Leone pubblicata col titolo Il vocabolario siciliano-latino di L.C. Scobar, Palermo, 1990; Ignazio E. Buttitta, Le fiamme dei santi. Usi rituali del fuoco in Sicilia, 1999. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

 RITA BEVILACQUA

 

mercoledì 23 giugno 2021

"U lavuriddu": il rituale festivo dei germogli di grano

Lavuriddu

Che spettacolo vedere quei longilinei e altezzosi filamenti di colore verde o giallo paglierino spiccare da vasi di terracotta finemente lavorati e preparati per ricordare o esorcizzare la vittoria della vita sulla morte. Stiamo parlando du "LAVURIDDU", cosi chiamati in dialetto siciliano, ossia i germogli di grano o altri legumi che sono preparati dalle donne in occasione di determinate ricorrenze. A livello rituale, u lavuriddu è impiegato in alcune feste stagionali che corrispondo al ciclo di lavorazione del grano, che può essere così tripartito: Festa dei morti/Natale (solstizio d’inverno) in corrispondenza della semina del grano; San Giuseppe/Settimana Santa (equinozio di primavera) in corrispondenza della germinazione del grano; San Giovanni Battista/San Calogero (solstizio d’estate) in corrispondenza della raccolta del grano.

Lavuriddu

Come attestato dall'antropologo palermitano Giuseppe Pitrè, "u lavuriddu" è realizzato seminando in terraglie (piatti o ciotole) i semi di grano, di ceci o di altri legumi, sopra uno strato di stoppa o canapa (adesso si usa il cotone), mantenuto bagnato per far si che germogli e riposto al buio perché cresca di un bel colore giallo paglierino, evitando che la fotosintesi clorofilliana lo faccia diventare verde. Anche in questi piccoli accorgimenti, si nota il simbolismo che pervade l’intera preparazione: i semi sono simbolo di nascita, il buio delle tenebre della morte e il germogliare simbolo della vita che rinasce dal seme. In realtà, anticamente, le donne lo preparavano senza rendersi conto di tanto simbolismo, ma eseguivano un processo che si tramandava da padre in figlio. Questa simbologia affonda le sue radici nel periodo romano del mito del dio Adone, anche se era già «venerato dalle popolazioni semitiche della Siria e della Babilonia e dai Greci fin dal VII secolo a.C.» (J. G. Frazer, Il ramo d’oro, cap. XXIX), dove vigeva l’usanza di offrire al dio germogli di grano, "i giardini di Adone", ossia dei cestini o vasi, pieni di terra, nei quali le donne seminavano frumento, orzo, lattuga e vari tipi di fiori, che poi curavano per otto giorni e allo scadere del tempo, quei recipienti erano portati via con l’effige del morto Adone e gettati in mare. Per questo il "lavuriddu"è conosciuto anche come "giardino di Adone". I romani riprendono dai greci il culto di Adone, il giovane ragazzo di cui si era innamorata la dea Afrodite e che, dopo essere stato ucciso da un cinghiale, ottenne da Zeus, commosso per il dolore della dea, di passare una parte dell’anno tra i vivi, per poi tornare periodicamente nel mondo dei morti. Questo culto, simbolo del risveglio della natura, in Grecia era celebrato il primo giorno di primavera e anche a inizio estate.

Lavuriddu presente nell'Altare della Reposizione (Saburcu)

I siciliani lo chiamano "lavuriddu", diminutivo di "lavuru", termine con cui i contadini siciliani chiamano il campo di grano (lavuriddu rappresenta in piccolo "u lavuri"). Questo termine deriva dal latino "labor laboris" che significa lavoro, fatica, proprio a richiamare la fatica e lo sforzo con cui i contadini preparano il campo di grano.

Treccia di lavuriddu

Ancora adesso questi germogli sono preparati per abbellire l’Altare della Reposizione, in siciliano "Saburcu", mentre è quasi del tutto scomparsa la tradizione di prepararlo perla festa di san Giovanni Battista (24 giugno). Per tradizione la mattina del 24 giugno i ragazzini, con un piatto di "lavuriddu", andavano di porta in porta da parenti e amici per farsi tagliare in testa un ciuffo di "lavuriddu" in senso ben augurale. Dopo il ragazzino otteneva in dono pochi spiccioli o un santino. Alcune ragazze, invece, tagliavano alcuni germogli, li intrecciavano, li legavano con nastrini colorati e li regalavano all'amica del cuore, che doveva conservarli, diventando così comari per tutta la vita.

FONTI: Rita Bevilacqua, SETTIMANA SANTA A BARRAFRANCA, Bonfirraro Editore, 2014; "San Giovanni Battista e alcune tradizioni barresi" di Rita Bevilacqua pubblicato il 24 giugno 2019 sul blog- Il mio paese Barrafranca; "Cumpari e sangiuvanni" di Rita Bevilacqua pubblicato nella rivista ARCHEO NISSENA numero unico, Caltanissetta, 2015; I germogli. Un viaggio simbolico dall’Iran all’Italia meridionale di Gioele Zisa, pubblicato il 3 giugno 2019 su treccani.it/magazine/atlante/cultura. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

martedì 2 giugno 2020

Culto di Maria SS Odigitria nella tradizione siciliana


Particolare tela Maria SS Odigitria- Barrafranca (EN)
Il Messale proprio delle Chiese di Sicilia (il Messale, voluto dal Card. Salvatore Pappalardo, fu approvato dalla Santa Sede nel 1980 come Messale e Lezionario e nel 2004 come Liturgia delle Ore) assegna al martedì dopo la Pentecoste la festività liturgica di Maria SS Odigitria (dal greco antico ὸδηγήτρια, colei che istruisce, che mostra la direzione) patrona delle Chiese di Sicilia. Si ricorda Madonna d'Odigitria che spinse gli Apostoli, dopo la Pentecoste, ad andar per il mondo a portare la parola di Dio, simboleggiando quindi il cammino. Il nome di Odigitria fu dato dai fedeli di Costantinopoli ad una antichissima immagine della Vergine. Secondo l'agiografia questa reliquia sarebbe stata una delle tre icone mariane dipinte dall'evangelista Luca che Elia Eudocia (Aelia Eudocia, circa 401-460), moglie dell'imperatore Teodosio II, avrebbe ritrovato in Terra Santa e traslata a Costantinopoli.  Successivamente venne donata all'imperatrice Elia Pulcheria (399-435) perché fosse venerata in quella città. Pulcheria le eresse una Chiesa-santuario con annesso monastero nell'acropoli della città, nei pressi del palazzo imperiale: essa, col tempo, fu comunemente chiamata "degli odeghi" cioè delle guide, dall'appellativo dato ai monaci custodi del santuario che facevano da guide ai frequentatori del santuario, in maggioranza ciechi, venuti a chiedere la guarigione alla Madonna, o "dei condottieri", perché vi si recavano a invocare la protezione della Vergine i condottieri dell’esercito imperiale, prima di marciare contro i Turchi. 
Da ciò derivò alla Vergine raffigurata in quell'immagine l’appellativo di Odigitria. Secondo alcuni studiosi l’appellativo "odigitria" potrebbe far riferimento anche ad un antico prodigio attribuito alla Madonna di Costantinopoli che guidò due ciechi fino alla sua chiesa e fece loro recuperare la vista. Questa celebre immagine fu considerata la protettrice, la "conduttrice, guida della via "della città e di tutto l’impero d’Oriente.
Tela Maria SS Odigitria- Barrafranca (EN)
La testimonianza del ruolo di protettrice della Sicilia la troviamo a Roma in via del Tritone 82, sede dell’Arciconfraternita di S. Maria Odigitria dei Siciliani, presso l’omonima chiesa eretta dai confrati nel 1595.  Con Bolla di Sua Santità Paolo VI, del 12 gennaio 1973, fu elevata a "diaconia cardinalizia" e assegnata al Cardinale Salvatore Pappalardo; con Bolla di Sua Santità Benedetto XVI, del 20 novembre 2010, fu elevata al "titolo presbiterale cardinalizio" e assegnata al Cardinale Paolo Romeo. Nell'isola il suo culto è diffusissimo sin da tempi remoti, lascito del rito bizantino. La raffigurazione più diffusa nell'isola appare quella della Madonna col Bambino in braccio che poggia su una cassa tenuta a spalla da due basiliani. Essa riepiloga i momenti più salienti del "viaggio" dell'Odigitria bizantina che, secondo la tradizione leggendaria, al tempo dell'iconoclastia, chiusa da alcuni monaci basiliani dentro una cassa di legno e affidata al mare, finì per approdare sulle coste meridionali dell'Italia.. La devozione alla Vergine Odigitria fu portata in Sicilia nel sec. VIII da soldati siciliani dell'esercito imperiale che avevano partecipato ad una grande battaglia contro i Turchi, assedianti Costantinopoli con una flotta di 800 navi. La battaglia era stata vinta e la flotta distrutta in seguito ad una furiosa tempesta, sorta non appena i monaci del "Monastero degli odeghi" avevano condotto in processione sulle mura della città e posto di fronte al nemico la venerata icona della Vergine Odigitria recata a spalla. Per questo le immagini della Madonna di Costantinopoli o Madonna Odigitria (col titolo abbreviato in Itria o Idria), diffuse largamente in Sicilia, rappresentano una icona della Vergine recata a spalla da due monaci di rito bizantino, detti comunemente "vecchioni".
PS L’immagine sopra ritrae la tela della Madonna dell’Itria che si trova nell'omonima chiesa di Barrafranca (EN).

FONTI: Abbate Michele Giustiniani, "Dell'origine della Madonna di Costantinopoli, o sia d'Itria. E delle di lei traslazioni", Roma, 1656; siti web www.carthopedia.org; www.cattoliciromani.com (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

giovedì 31 ottobre 2019

“I bambini e i doni dei morti”. La festa siciliana dei murticiddi.


(foto dal web)
Il 2 novembre ricorre la “Commemorazione dei defunti”, chiamata dai siciliani la Festa dei Morti. La festività fu celebrata per la prima volta dalla Chiesa nel 998, per disposizione di Odilone di Mercoeur, abate di Cluny, che ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 novembre come giorno solenne per la “Commemorazione dei defunti”.
In Sicilia la commemorazione è l'occasione per commemorare i propri cari e ricordarli. E’ anche l’occasione per spiegare e insegnare ai bambini a non aver paura della morte. In questo giorno si rinnova il senso di appartenenza a una famiglia, grazie al ricordo di chi non c’è più che, generandoci, ha permesso la continuità e lo sviluppo della famiglia stessa. Elemento cardine di questa giornata sono i “doni” che i cari defunti portano ai bambini, ossia il regalo che, la notte tra l'uno e il due novembre, i cari defunti portano ai bambini sempre se questi si fossero comportati bene durante l'anno. La tradizione vuole che in questo giorno i defunti, avendo voglia di rivedere i loro famigliari, abbiano l’opportunità di uscire dalle loro tombe e di andare, mentre tutti dormono, nelle case dei famigliari a visitarli e a lasciare dei doni ai bimbi. 
Pupi di Zucchero
Non c’era bambino che la mattina del 2 novembre, impaziente di cercare, non andasse in giro per casa il regalo dei morti, nascosto con astuzia dalle madri, in posti meno sospettosi. Si rovistava anche nei posti più strani della casa, finché non saltava fuori il regalo. In cosa consisteva il tanto atteso regalo dei Morti? Questo poteva essere un vassoio di dolci, come taralli, frutta Martorana o Pupi di zucchero, di frutta secca, oppure giocattoli o abiti.  
Antonio Fragale, professore di Antropologia ed esperto di tradizioni popolari siciliane, vede in questa festa una funzione ludica – istruttiva: «Il primo novembre è la giornata in cui la società siciliana decide che occorre impartire ai bambini un’educazione finalizzata al rispetto dei propri morti. Educazione tesa anche all’esaltazione dell’identità familiare, anche se poi a portare i doni non è “il nonno defunto”, ma “i morti” in senso generico». Il valore educativo della festa consiste proprio nel rompere la soglia della paura col mondo dei morti e ciò mediante il dono: si spiega ai bambini che i morti li vogliono bene, tanto da portargli in dono quello che di più bello possono desiderare: giocattoli e dolci. In questo modo i genitori insegnano ai loro figli ad avere un rapporto tranquillo con la morte. La morte non deve far paura e il modo come esorcizzarla il siciliano lo trova andando al cimitero a visitare i propri cari defunti, non solo in segno di rispetto, ma di ringraziamento per i doni ricevuti.
Canestro con dolci e frutta Martorana
Nell'isola questa festa è vissuta in modo gioioso, dedicata soprattutto ai bambini e strettamente legata al valore simbolico del cibo. Esiste una relazione molto stretta tra i morti e il cibo. « La festa dei morti è una cena organizzata per le anime dei morti» spiega l’antropologo siciliano Antonino Buttitta (1933/2017) nel documentario “Il 2 Novembre: La festa dei morti in Sicilia” che spiega la festa dei defunti secondo la tradizione siciliana e il legame profondo con la terra e con il cibo, elementi di congiunzione tra il mondo trascendente e quello trascendentale.  Alla fine di ogni ciclo annuale che in agricoltura va da novembre a novembre, i morti ritornano. E ritornano con le stesse caratteristiche umane: amori odi o bisogni. E uno di questi bisogni è il cibo. Quindi i morti ritornano per mangiare. «Questa cena, questi dolci preparati per i morti in realtà poi – spiega Antonino Buttitta- si danno ai bambini. Facendo mangiare ai bambini “il cibo dei morti” ricostituisci la continuità tra la vita e la morte. I pupi rappresentano le anime dei morti (infatti si chiamano pupi a cena). I bambini mangiandole in realtà incorporano i morti e in questo modo li fanno rinascere».
Fonti: www.santiebeati.it; www.sicilyland.it; documentario “Il 2 Novembre: La festa dei morti in Sicilia”nato dall’idea di Fabrizia Lanza, regia Giacomo Costa, pubblicato nel 2017 su “La Torre del Gusto Channel”; blog: Il mio paese Barrafranca. articolo “La festa dei Morti: tra storia e tradizioni” di Rita Bevilacqua. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

martedì 26 febbraio 2019

PEPPE NAPPA: la più antica maschera siciliana


Carnevale è sinonimo di maschere. Non c’è regione italiana che non che non abbia una sua maschera, tutte prese in prestito dalla commedia dell’arte, e divenute in seguito emblema e simbolo dei festeggiamenti carnevaleschi.
La maschera più antica della Sicilia è quella di PEPPE NAPPA. Incerte le sue origini. Secondo gli studiosi, Peppe Nappa fa parte di quel gruppo di maschere che, tra Seicento e Settecento, irrompono con la loro straordinaria carica umana di vizi e virtù sulla scena della Commedia dell'Arte. Incerto anche il luogo di origine: secondo alcuni Palermo, altri invece la localizzano a Messina o Trapani, altri ancora lo attribuisco originario della città di Sciacca (AG). Peppe (diminutivo dialettale di Giuseppe) soprannominato Nappa (nappa in siciliano è la toppa che erano cucita sui pantaloni per rammendarli) è un personaggio pigro, fannullone, in altre parole “un uomo da nulla”. Le sue origini sono povere, come dice il suo soprannome Nappa (toppa nei pantaloni), associandolo all'elemento simbolo della miseria che, nell'immaginario collettivo, è rappresentato appunto dalla Nappa, dalla “pezza” che anticamente era cucita su abiti laceri. I suoi abiti sono poveri, anche se non hanno toppe. 

Il costume di Peppe Nappa è costituito da un vestito azzurro con dei grandi bottoni, una fascia al collo e delle maniche e dei pantaloni molto lunghi. In testa porta un cappello in feltro e ai piedi indossa delle scarpe bianche con la fibbia. Non porta maschera ne trucco, ha il viso raso, da sempliciotto. Egli è un servo pigro, dormiglione e goloso, regolarmente picchiato per ogni guaio che combina. Caratteristica peculiare è la fame insaziabile, unita a una smisurata golosità, che fa della cucina il suo ambiente favorito e del cibo il suo primario interesse. In pratica una versione siciliana del celebre Pulcinella napoletano, ma più agitato e agile.
Dagli anni ’50 è stato scelto come maschera del Carnevale di Sciacca. 
Peppe Nappa è così conosciuto e popolare tra il popolo siciliano che gli ha dedicato alcune filastrocche, in dialetto, recitate durante i giochi fanciulleschi. Ne riportiamo una delle tante versioni:
-Peppe Nappa munci la vacca
muncila tu ch'a mia mi scappa
e mi scappa na lu chianu
Peppe Nappa lu ruffianu.

(La foto di destra è tratta da: “Maschere, Favole, Costumi, Personaggi” – Editrice MAP – Roma- Anni ’50, pubblicata online dal Prof. U. Bartocci)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA