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giovedì 14 agosto 2025

BARRAFRANCA. Storia di una festa non più esistente: la Buona Morte

 


Tra i meandri della memoria abbiamo riportato alla luce i ricordi di una festa che pochi conoscono ma che ha un non so ché di arcano. Stiamo parlando della festa della Madonna della “BUONA MORTE” che si festeggiava a Barrafranca fino all’agosto del 1950 nella Chiesa Itria, la quale custodiva una statua della BUONA MORTE appunto.

Il titolo “Maria della Buona Morte” non è un titolo ufficiale che la Chiesa cattolica ha attribuito alla Vergine Maria. Questa riconosce il concetto di “buona morte” (in latino: “mors bona”) come pratica cristiana delle confraternite della Buona Morte, che si occupavano di assistere i moribondi e di fornire una degna sepoltura ai defunti indigenti. Queste confraternite, diffuse in Italia fin dal Medioevo, avevano lo scopo di assistere i condannati a morte, di seppellire i poveri e di accompagnare spiritualmente i moribondi. L’associazione del concetto di “buona morte” a Maria è data dal fatto che la Vergine spesso è invocata come protettrice dei moribondi. Inoltre, questo culto è connesso a quello più conosciuto della “Dormitio Virginis”, che trae origini nella tradizione orientale, dove si crede che Maria non sia morta, ma sia caduta in un sonno profondo prima della sua Assunzione in cielo. 

Tornando a Barrafranca, la BUONA MORTE era una statua in cera che raffigurava, secondo l’iconografia classica, la Vergine giacente su un letto, Maria dormiente appunto, vestita con abiti pregiati, dentro ad una teca lignea con ante in vetro. La teca era posizionata su un altare appoggiato sul muro di destra della navata principale della Chiesa Itria e circondato da un arco in gesso.

Il culto della Madonna della Buona Morte era molto sentito dai fedeli barresi. Difatti, la festa liturgica si svolgeva il 15 agosto ed era anticipata dalla pratica cristiana conosciuta come “Quindicina”, ossia i 15 giorni in cui i fedeli si ritrovano nel tardo pomeriggio ad assistere alla messa in onore della Vergine, preceduta dalla recita del rosario. Come ci racconta le sorelle barresi Stella (93 anni) e Clara (84 anni) Faraci, l’organizzazione dei festeggiamenti era curato dalla nonna materna di queste, la signora Teresa Faraci (classe 1866). La signora Teresa aveva realizzato a mano una pregiata tovaglia che serviva a ricoprire l’altare durante i festeggiamenti. Inoltre, questo veniva addobbato con dei “rametti” ossia dei rami di fiori di carta realizzati a mano. In quegli anni in paese era costume realizzare a mano dei fiori con carta velina che poi venivano venduti, per pochi soldi, alla gente.



Questo perché dilagava la povertà e l’acquisto di fiori freschi era molto oneroso. Era una vera e propria arte: si tagliavano i petali nelle forme e varietà del fiore che si doveva realizzare. Poi si scioglieva la cera di una candela e con questa si incollavano le parti e si legavano alla parte terminale del gambo, fatto di fil di ferro, rivestito di carta velina verde. C’è chi realizzava i fiori con vecchie calze di nylon. Tornando ai festeggiamenti, questi duravano quindici giorni, per concludersi con le celebrazioni eucaristiche del 15 agosto. Durante questi giorni, molti devoti portavano, come ex voto, oggetti in oro che venivano posizionati sopra l’altare, vicino alla teca che veniva aperta durante la festa. Al termine dei festeggiamenti, gli ori votivi venivano conservati dal parroco Don Calogero Guerreri (parroco Chiesa Itria 1947-1969), mentre i rametti e la tovaglia dalla signora Teresa Faraci, pronti per l’anno prossimo.

La festa scomparve con la distruzione della statua. La notte del 15 agosto 1950, dopo i festeggiamenti, si sviluppò un incendio, causato da una candela lasciata accesa, che fece sciogliere la statua in cera e ridusse in cenere l’urna lignea che la conteneva. Invece di ripristinare ciò che era rimasto dell’altare, il parroco Guerreri decise di smontare tutto, grazie all’aiuto dello stimato falegname barrese Giovanni Faraci (1894) e del figlio Luigi (1937). A ricordo di ciò rimangono due santini raffiguranti l’Assunzione della B.V. “Dormiente”.


Mesi dopo l’increscioso evento, il 1° novembre 1950 Papa Pio XII emanava la costituzione apostolica “Munificentissums Deus” con la quale fu proclamato il dogma dell’Assunzione di Maria. Il culto della Dormizione ha contribuito alla formulazione del dogma dell’Assunzione di Maria. Maria, «essendo giunta al termine della propria vita terrena, fu elevata in corpo e anima alla gloria del Cielo ed esaltata dal Signore come Regina dell’universo, per essere così del tutto conforme al Figlio, Signore dei Signori, vittorioso sul peccato e sulla morte».

La formulazione del nuovo dogma spinse don Guerreri a far costruire un nuovo altare dove posizionare una statua dell’Assunta, chiudendo la porta laterale destra della chiesa e scavare nella parete una nicchia per contenere la nuova statua. I lavori furono completati nel 1957 come si evince dalla lapide posta a sinistra dell’altare.

Non più la Madonna della Buona Morte o della Dormizione, ma la Vergine Assunta. Cambia anche l’iconografia: non più la “Dormitio Virginis” ma la vergine attorniata dagli angeli che viene elevata al cielo.

CURIOSITA’ La “quindicina” è una pratica cristiana, un momento di riflessione sul senso della festa e di preparazione alla festa stessa. Questa pratica, che può variare di numero dai tre giorni “Triduo”, ai nove giorni “Novena”, ai quindici giorni “Quindicina”, si ispira a quanto attestato negli “Atti degli Apostoli” sulla preghiera vissuta dalla prima comunità degli Apostoli dopo “l’Ascensione di Gesù”, in attesa della “Discesa dello Spirito Santo”.

Ringrazio le sorelle Stella e Clara Faraci, e il nipote Gianni Faraci per la fattiva collaborazione e le preziose informazioni.

FONTI SCRITTE: La Bibbia di Gerusalemme, EDB, 1993, nota ad At 1,14; Pino Giuliana, La Chiesa di Piazza armerina nel Novecento”, Edizione Lussografica, 2010; Gaetano Vicari, Guide alle principali chiese di Barrafranca, 2 edizione; Iole Virone, Lontano dal cuore, 2025. FONTI ORALI: Stella Faraci classe 1932; Clara Faraci classe 1941. SITOGRAFIA: https://www.vatican.va/content/pius-xii/it/apost_constitutions/documents/hf_p-xii_apc_19501101_munificentissimus-deus.html. FONTI FOTOGRAFICHE: Rita Bevilacqua; Gianni Faraci. RITA BEVILACQUA








martedì 21 marzo 2023

"Luni santu, Marti santu…" l’antica orazione-scongiuro dei ciarmavermi siciliani.


"Ciarmavermi" (foto web)

Nel variegato panorama delle orazioni e degli scongiuri recitati dai "ciarmavermi siciliani" (tagliatore dei vermi intestinali), il più conosciuto è quello che l’antropologo siciliano Giuseppe Pitrè chiama "Scongiuro della Settimana Santa". Nel saggio "Medicina popolare siciliana" Pitrè definisce la credenza e la pratica del taglio dei vermi "verminazione" e le persone che la praticano sono chiamati "ciarmavermi”, termine che deriva da "ciarmare" ossia "affascinare, ammaliare”, individuando così l’azione di curare il male.

Nella cultura popolare contadina quando un bimbo aveva prurito nella zona anale o piangeva sempre o soffriva di mal di pancia, le mamme di una volta dicevano "Ha il verme nella pancia". La frase stava ad indicare, in modo figurato, che il dolore provato dal bambino traeva origine da parassiti intestinali, chiamati in medicina “ossiuri”. Sono dei parassiti di forma affusolata e di colore bianco/avorio diffusi soprattutto tra i più piccoli. Il primo sintomo è quello del prurito nella zona anale, associato al mal di pancia persistente.

Ossiuri (foto web)

Per le ciarmavermi siciliani la causa è "Nu scantu" ossia uno spavento improvviso. Le persone più colpite sono quelle più deboli, come i bambini e le donne. A tal proposito Pitrè scrive: <<Questi vermi hanno la loro sede in un dato posto degli intestini e si raccolgono e aggomitolano insieme in forma di ciambella, detta "cuddura di lì vermi”>>. Affinché la pratica si svolga in modo corretto, la ciarmavermi e il bambino debbono essere a digiuno. Il digiuno è una pratica comune a tutte le religioni o riti propiziatori, perché rende il corpo e l’anima puri, non contaminati da agenti esterni. Oltre all’ orazione- scongiuro, la guaritrice utilizza alcuni strumenti, come uno spicchio d’aglio, dell’olio d’oliva, una tazzina da caffè, una bacinella piena d’acqua e uno spago. La mano da utilizzare è quella sinistra perché, come scrive Giuseppe Bonomo in Scongiuri del Popolo Siciliano, <<la magia ama fare il contrario della Religione e della vita sociale. Bisogna pure tener presente che l'inversione dei gesti, delle azioni, delle parole è una delle forze della magia>>.

Ciarmavermi (foto web)

Passiamo al rito vero e proprio. Si prende una tazzina di caffè, si schiaccia all’interno uno spicchio d’aglio e si aggiunge olio d’oliva crudo. Poi si sporca un po' il bordo della tazzina e si tiene in mano. Per iniziare si fa il segno della croce, si recita il Padre Nostro e si ripete "Luni santu, Marti santu, Mircuri santu, Juvi santu, Venniri santu, Sabatu santu, a Duminica di Pasqua u vermi 'nterra casca". Al termine dell’orazione con la mano sinistra si fa il segno della croce in direzione dell’ombelico del paziente. Si prende la tazzina, si capovolge sull’ombelico e si continua con lo scongiuro. Se ci sono veramente i vermi la tazzina si attacca all’ombelico, altrimenti rimane staccata. Se i vermi non ci sono, non si attacca, si stacca subito. 

A Barrafranca (EN) la guaritrice A. B. (per la privacy citiamo solo le iniziali del nome) intervistata dalla scrivente, utilizzava un procedimento più lungo: dopo aver fatto sdraiare il paziente con la pancia scoperta, prendeva dell’olio di oliva, ciarmato per l’occasione (ossia reso atto alla guarnizione mediante particolari pratiche che solo la guaritrice conosce) e inizia con il pollice, l’indice e il medio della mano destra, uno per volta, e dà piccoli tocchi di polpastrelli unti di olio sulla pancia, partendo dall’ombelico e poi tutto attorno. Terminato il procedimento con la mano destra, si ripete il tutto con la mano sinistra. Alla fine, la guaritrice fa un segno della croce con la mano sinistra. Il rito si deve ripetere per un totale di 3 giorni. La domenica successiva la ciarmavermi fa ritornare il paziente per controllare, attraverso un altro rito, se i vermi sono veramente scomparsi. Si prende un grosso filo di cotone, che usavano le nonne per cucire, e una bacinella piena d’acqua. Si prende il filo e si misura la lunghezza del corpo del pazienta, a partire dalla punta del pollice della mano sinistra e, attraversando tutto il corpo, fino al pollice della mano destra. Si continua misurando dalla testa fino alla punta dei piedi e dal femore destro e sinistro fino alla punta dei piedi. Poi il filo veniva raccolto tra il dito indice e il dito medio della mano sinistra (le dita debbono rimanere separati) e viene tagliato a pezzetti e buttato nella bacinella piena d’acqua. Se i pezzetti vanno a fondo vuol dire che i vermi sono moti. Se alcuni pezzetti rimanevano a galla, contorcendosi, non tutti i vermi sono morti e bisogna rifare la pratica.

Ritornando allo scongiuro, l’invocazione contenuta in esso è indirizzata alla Settimana Santa che, nella sua sacralità, diventa veicolo di guarigione. <<Si invocano sette dimensioni potenti, sette entità che i questa parte dell’orazione sono caratterizzate soltanto al loro legame col tempo, col numero e col sacro>> scrive Mannella nel suo saggio "Il sussurro magico". I sette giorni della settimana nella connotazione di "santi" perdono il loro valore temporale per assumere quello della sacralità. Sempre dal Mannella apprendiamo che la cifra sette rappresenta la sintesi del tempo con il sacro: sette è la somma di tre, che rappresenta il divino e di quattro che rappresenta il tempo (quattro sono le stagioni, le fasi lunari, etc.). L’invocazione del ricordo ciclico della passione, morte e resurrezione di Cristo, della vittoria della vita sulla morte, permette al guaritore di eliminare il male. Come in tutte le pratiche popolari, anche in questa si mescolano sacro e profano, conoscenze arcaiche acquisite con una ciclicità gestuale che, per essere efficace, ha bisogno di un richiamo autorevole come il ricorso alle preghiere sacre.

FONTI: Giuseppe Pitrè, "Medicina popolare siciliana, volume unico, 1896; Roberto Martorana, L’uso della Mano Sinistra in alcuni Scongiuri popolari, pubblicato in www.academia.edu; "Verba et incantamenta carminum. Sulla medicina popolare siciliana" di Gian Mauro Sales Pandolfini, pubblicato il 1° gennaio 2018 in DIALOGHI MEDITTERRANEI, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (TR); Pier Luigi Josè Mannella, Il sussurro magico. Scongiuri, malesseri e orizzonti cerimoniali in Sicilia, Edizioni Museo Pasqualino, Palermo 2015 Studi e materiali per la storia della cultura popolare Edizione storica n. 27; fonti orali tra cui l’intervista di Rita Bevilacqua alla guaritrice A. B. di Barrafranca (EN). FOTO: pagina facebook “Preghiere e scongiuri popolari siciliani”; sito web DIALOGHI MEDITTERRANEI, periodico bimestrale dell’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo (TR).  (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA



giovedì 30 giugno 2022

“Il pappagallino indovina ventura”

Pappagallino intovina vantura
Chi si ricorda del "Pappagallino indovina ventura" o "pappagaddinu da vintura"? Era un pappagallino che con il suo becco prelevava da una gabbietta un foglietto colorato, il fogliettino “pianeti della fortuna”, su cui era scritta la "ventura", ossia la previsione dell’avvenire o sorte a cui era destinato l’uomo. Andiamo per ordine.
Intorno agli anni 50/60 del secolo scorso, non era insolito vedere circolare nei paesi, soprattutto durante le feste e le sagre, strani forestieri con un pappagallino dentro una cassetta o gabbietta piena zeppa di bigliettini di tonalità diverse. Secondo il ricordo di alcuni anziani, a Barrafranca (EN) era una zingarella (o zingarello) che girava per le strade avvicinando le persone che incontravano o bussando a ogni casa, per offrire il loro speciale servizio: "a lettura da vintura", ossia la lettura del futuro. Con la modica somma di cinque lire o con pagamento in natura, la zingarella ti prediceva il futuro. La procedura era sempre la stessa: questa chiedeva all'interlocutore l’età, il sesso e lo stato civile e dopo la risposta apriva la gabbietta e il pappagallino con il becco estraeva un bigliettino colorato. C’era chi invece, spaventato dalla lettura del futuro, dava all'avvenente zingarella il denaro, senza farsi estrarre il bigliettino.
Bigliettino "Pianeta della Fortuna"
I bigliettini facevano parte della raccolta conosciuta come "I pianeti della fortuna". Si tratta di pubblicazioni popolari molto diffuse che riportavano su foglietti di diverso colore e di piccolo formato (cm 9x12) predizioni sul futuro e l'indicazione dei numeri fortunati per il gioco del lotto. Prevedevano pronostici personalizzati per le diverse categorie di lettori (per uomini, donne, bambini, mariti, etc.) ed erano caratterizzati da semplici vignette. Furono inventati intorno alla metà del XIX secolo dal tipografo Giuseppe Pennaroli di Fiorenzuola d’Arda e distribuiti ai venditori ambulanti che li raccoglievano in una cassetta ed estratti da un pappagallino.

Bigliettino "Pianeta della Fortuna"

Questi bigliettini venivano visti dalle classi meno abbienti come una sorta di riscatto, la possibilità di "un’altra vita", la speranza di un futuro migliore, l’aspirazione al benessere e ad una sorta di giustizia sociale, fornita dalla previsione scritta in cui bigliettini colorati che, non a caso, rispecchiavano le aspettative delle classi subalterne. Amore, ricchezza, fortuna erano previsioni per tutti e la credere in forniva alla gente comune la credenza in un riscatto sociale.

Locandina mostra 

A tal proposito l’antropologo siciliano Antonino Uccello nell’introduzione alla "Mostra di documenti originali della pubblicazione I pianeti della fortuna. Canzoni e vignette popolari dell'antica tipografia G. Pennaroli di Fiorenzuola d'Arda" del 1975 scrive: «Molti di noi hanno forse avuto “indovinata la ventura” da uno di questi foglietti- pianeti coloratissimi illustrati da una rozza vignetta che a noi ragazzi qualche volta è capitato di prendere dal becco di un pappagallo portato in giro in una gabbietta da un ometto che faceva il mestiere di vagabondo. Questi “foglietti” hanno rappresentato una sorta di fata morgana, la vita altra cui le classi subalterne hanno sempre aspirato. L’oracolo racchiuso in questi “fogli” protrae nel tempo la segreta speranza dei poveri e degli sfruttati che possono trovare soddisfatta la loro aspirazione al benessere e alla giustizia sociale solo nella rappresentazione del sogno e della rappresentazione fantastica…”. 

FONTE: "Per le feste arriva ancora l’indovina-ventura col pappagallo" di Nello Blancato, pubblicato il 6 Luglio 2020 sul sito www. alazzolo-acreide-siracusa; www.casamuseo.it; FONTI ORALI. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

 

martedì 15 dicembre 2020

Perché la tradizione vuole che a tavola il PANE NON VA MAI CAPOVOLTO


Tante le tradizioni popolari o meglio le superstizioni che la cultura popolare porta avanti da secoli. Tra queste ancora resiste quella che vuole che in tavola il PANE NON VA MAI CAPOVOLTO. Guai a farlo perché è sintomo di sventura. Secondo alcuni studiosi, questa superstizione può avere due spiegazioni: una religiosa e una storica.  

Il pane è da sempre considerando un cibo sacro, la primordiale forma di nutrimento, immancabile nell'alimentazione umana. Il pane era l’alimento cardine dell’alimentazione di tutta la famiglia, principale elemento di sostentamento, prodotto dalla trasformazione del grano e reso unico dalle mani dell’uomo. All'interno del nucleo famigliare, il pane assumeva un ruolo sacro, perché era garanzia di vita. I gesti che precedono e accompagnano il suo consumo sono ritualizzati e seguono una precisa. Il procedimento di trasformazione del grano in farina era un’attività femminile, come anche la successiva trasformazione della farina in pane. I compiti iniziarono a delinearsi: all'uomo compete la coltivazione della terra con lo scopo di raccogliere il grano, alla donna invece tocca il compito di trasformare "quei chicchi gialli come l’oro" in farina e poi in pane. La sua realizzazione e il suo consumo sono quindi oggetto di precisi rituali e di preghiere che scaturiscono in detti e proverbi.

(Foto del web)
Per la Chiesa esso rappresenta il Corpo di Cristo, che simboleggia l’unità della Chiesa. Capovolgere il pane, significherebbe capovolgere Cristo, non accogliendolo così in tavola. Inoltre nelle credenze religiose mettere sottosopra alcuni simboli cristiani, come ad esempio la croce capovolta, è portatore di sventure.Come fa notare Giuseppe Pitrè nella sua opera " Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano" in Sicilia il pane era considerato "Grazia di Dì", ossia una grazia dispensata dalla provvidenza divina e per questo era degno di gran rispetto: capovolgerlo significherebbe disprezzare la provvidenza e l’amore di Dio.

Questa superstizione va ricercata in un'antica leggenda che ha come protagonista la Francia di Carlo VII (1403-1461). La leggenda trae spunto dal lavoro dei boia che, a causa della politica troppo dura del sovrano, avevano un gran da fare. Questa professione così particolare fece scatenare l’odio del popolo francese e in particolar modo dei fornai, che decisero di non vendere più loro il pane, che rappresentava l’unica fonte di sostentamento delle classi più povere. Venderlo ai boia significava disprezzare quell'alimento sacro. Per far fronte a questo problema, Carlo VII emanò un editto col quale obbligava i fornai a vendere il pane anche ai boia, pena la decapitazione. Tale imposizione non fu ben accolta tanto che i fornai prepararono il pane destinato ai boia con i peggiori ingredienti. Inoltre per poterlo distinguerlo da quello destinato al popolo, questi pani erano capovolti e serviti loro sempre al contrario, mostrando così il disprezzo provato per il loro lavoro. Inoltre la leggenda vuole che, per ovviare a questo inconveniente, re Carlo VII imponesse ai boia di lavorare con un cappuccio in testa, così che non fossero riconosciuti. Leggende a parte, ci troviamo di fronte a una superstizione che si tramanda nel tempo e che ancora adesso continua a persistere.

Fonti: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. IV, Palermo 1889; Rivista delle tradizioni popolari italiane, diretta da Angelo De Gubernatis, anno I, 1893; www.eroidelgusto.it; www.napolimilionaria.it;  Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

 

 

venerdì 25 settembre 2020

Tradizioni di una volta: la carta di dote o carta dotale

"Cascia con dote" (foto dal web)

Tra le tante pratiche di preparazione al matrimonio che si svolgevano a Barrafranca (EN) e in tutto il meridione vi era la compilazione della "carta di dote" o "carta dotale, tradizione attestabile fino agli anni ’50.  Era una consuetudine tipica della cultura meridionale mettere nero su bianco i beni che le rispettive famiglie donavano ai futuri sposi. La dote non era altro che l’insieme dei beni che la famiglia della sposa dava al marito e viceversa, creando così una base nella formazione della nuova famiglia. Conosciuta anche come "capitolo matrimoniale", "minuta", "carta dotale", il momento della sua stesura era, per le famiglie, un avvenimento molto importante perché si rendevano concreti gli accordi patrimoniali relativi alla dote. A garanzia dell’esecuzione dei patti sanciti, intervenivano i testimoni. Le famiglie più ricche andavano davanti al notaio, le famiglie contadine, invece, stipulavano la carta di dote a casa. La dote doveva essere proporzionata allo status sociale degli sposi. Nella società contadina siciliana era diffusa l’abitudine che la sposa portasse in dote al marito un piccolo appezzamento di terra, del bestiame o attrezzi utili al lavoro dei campi. Di obbligo invece era di portare in dote una cassapanca (cascia in siciliano) che conteneva il corredo, come lenzuola, camicie, grembiuli, biancheria e altro che la madre della sposa e la sposa stessa avevano cuto. Da qui il detto siciliano: "A robba ‘na cascia e a figghia ‘na fascia" (La dote nella cassa e la figlia nella fascia): difatti era consuetudine nelle famiglie contadine iniziare a preparare il corredo dopo la nascita di una figlia (ossia appena nata), corredo che sarebbe stato conservato nella cassapanca (cascia) in attesa del matrimonio. 

Matrimonio barrese anni '50

Nel giorno concordato tra le parti, a casa della ragazza, dove oltre ai genitori erano presenti anche zii, nonni e altri parenti, si compilava una lista scritta, in cui si elencava ciò che i rispettivi capifamiglia avrebbero consegnato ai due promessi sposi, all’atto del matrimonio; i parenti convenuti ne erano testimoni. Tra i nobili e i borghesi la lista, che assumeva valore di un vero e proprio contratto, si faceva su carta bollata. Il corredo della sposa era considerato a pezzi e questi formavano un gruppo, p. es. quattro camicie, quattro coperte, quattro paia di calzoni ecc. Si elencavano, in modo analitico, il mobilio, il corredo, come indumenti, lenzuola, le scarpe, le stoviglie. Tutto dipendeva dalla disponibilità economica della famiglia. Per lo sposo, l’elenco poteva contenere, oltre agli indumenti personali, un appezzamento di terra da lavorare, un alloggio autonomo, se non si andava a convivere nella casa paterna, un asino, un maiale vivo o macellato, animali da cortile, indumenti e un certo quantitativo di grano da macinare e in parte da seminare.

Carta di dote

Anni fa ebbi tra le mani la "Carta di dote" che mio nonno materno Giuseppe fece scrivere in occasione del matrimonio della sua primogenita: scritta su un foglio uso bollo, la carta è datata 13 gennaio 1951, scritta per mano della sorella Filippa. Ne riportiamo alcune parti (così come sono state scritte): «Carta di dote che fa alla prima figlia io qui sotto scritti… lasciano alla propria figlia… prima tutto £  100.000 dico cento mila tempo tre anni… secondo mobile un comò un comodino un moarro una tavola da mangiare… Biancheria 3 coltri una bianca una canalia una il colore che viene 3 paia di lenzuola 2 ricamate e uno con ricamo 6 paia di cuscini 3 pezzi di tovaglia una di casa una aspugna uno lavorato… uno materazzo 8 camicie… e la zita come si trova 2 abiti 2 sottane un partò 2 paia di scarpe ricevi i più distinti saluti.» 

FONTI: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze  e pregiudizi del popolo siciliano, volume secondo, Palermo, 1889; Federica Proni, La dote e le sue carte, TiPubblica, 2017; Fonti orali (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 3 maggio 2020

I rituali festivi nella cerimonialità agraria al SS. Crocifisso del 3 Maggio

Croce di canne e rami di ulivo benedetti la Domenica delle Palme (foto web)
Fino alla riforma del Calendario Liturgico, il 3 maggio la Chiesa celebrava l’Inventio Crucis (dal latino inventio-onis: scoperta) dal popolo intesa Festa d’u Crucifissu.  La commemorazione fa riferimento al ritrovamento della Croce, nel 326, per merito di sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino. La Croce si trovava a Gerusalemme, sotto un tempio dedicato alla dea Venere, e con essa ne erano state sotterrate altre due. Si narra che per sant'Elena fu facile scoprire quale delle tre fosse quella che aveva visto morire Gesù. Ella fece avvicinare una donna ammalata che, accostandosi a una delle croci, guarì immediatamente. Questo è quanto riferiva il "Messale Romano Quotidiano", prima che la riforma del Calendario Liturgico, seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II, accorpasse l'Invenzione della Santa Croce con la festa dell'Esaltazione della Croce del 14 settembre, data in cui la Chiesa ricorda l'Exaltatio Crucis (dal latino exaltatio-onis: elevazione, innalzamento). Tale celebrazione è riferita alla restituzione della Croce da parte del figlio di Cosroe II (il re persiano che l’aveva trafugata nel 614), all'imperatore bizantino Eraclito I che la riportò a Gerusalemme nel 628.
Tra i diversi rituali festivi che testimoniano la permanenza della cerimonialità agraria nelle feste dedicate al SS. Crocifisso, celebrate in Sicilia diffusamente il 3 o la prima domenica di maggio e, in qualche caso, la seconda metà di settembre, è la tradizione di piantare nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme. Maggio è per il contadino siciliano un mese decisivo. Scrive l’antropologo Giuseppe Pitrè in "Spettacoli e feste popolari siciliane" (1881): «Le spighe secondo la credenza, per la festa del Signore, sono belle e compiute (cunchiuti)». Da qui il detto: "Si ntra maju ‘un t’attalentu, vinni li voi e accatta lu frumentu" (Se entro maggio non vieni appagato delle fatiche, vendi i buoi e compra il frumento). Come osserva il botanico siciliano Francesco Minà Palumbo (1841-1899), «Nel mese di maggio le spighe son piccoline, se soprabbondano le erbe nocive, se dominano i furiosi ed estenuanti venti meridionali, se mancano le piogge, ogni speranza è perduta, l’agricoltore deluso cambia divisamento, e per nutrir la sua famiglia è costretto di vendere i buoi». (Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa). Il grano sta per giungere a maturazione, momento, quindi, cardine per la buona riuscita del raccolto. l folclorista Salvatore Salamone Marino (1847-1916) segnala che, «quando ancora le sementi erano conferite ai contadini dal padrone, dal camperi (campiere – guardia campestre) o dal curatulu (quelli che si prendono cura per parte della campagna del padrone), li simenzi (sementi) devono essere già consegnate un’ora innanzi dì, ossia nel momento che lucifero, la stella precorritrice dell’aurora, splende all’oriente; ed è perciò che questa stella riceve da’ villicci (dai contadini) il nome di stidda di li simenzi (stella delle sementi)». Inoltre afferma che, ai suoi tempi, la pratica di far benedire una parte simbolica delle sementi e la permanenza dell’uso di “segnar con una croce il grano innanzi di cavarne il primo tòmolo, ripetendo intanto le parole consuete: ‘Nomine Patri e di lu Figghiu e di lu Spiritu Santu! (Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!), era già desunta.
Sempre il Pitrè scrive che: «In Nicosia sopra ogni bùrgiu (covone) si pone una croce di canna; in Alimena al primo o all'ultimo mazzu (mazzo) o timugna di gregni (catasta o accumulo di grano) si colloca un’immagine della santa protettrice del comune, Maria Maddalena, (in Gianciana, una figurina di S. Vincenzo Ferreri; in Casteltermini, dell'Assunta ecc.) perchè protegga la raccolta da' fulmini, dagl'incendi e da qualunque accidente.» Per proteggere il raccolto, i contadini piantavano  nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme Lo scopo era quello di proteggere le colture dai temporali e dalla grandine. La Croce diventa così simbolo della Vita, di quell'Axis Mundi di cui parla lo storico della religioni Mircea Eliade. La Croce o Albero della Vita indica quell'asse dell’universo che, per la sua posizione in verticale, congiunge CIELO TERRA e INFERI: simbolicamente l’asse permette il passaggio dalla morte, rappresentata dalla base dell’asse, alla vita, rappresentata dalla sua sommità. Eliade continua affermando che l'Albero-Croce, in quanto riproduzione del tempo e dello spazio, esprime simbolicamente l'essere del cosmo e la sua capacità di rigenerarsi all'infinito. Di conseguenza la Croce realizzata con elementi naturali come le canne diventa elemento riconducibile ai rituali primaverili e ai culti di propiziazione agraria. 
Secondo le testimonianze proposte dal Pitrè, oltre che dal trasporto processionale del Crocifisso, i giorni di festa sono caratterizzati: dalla distribuzione e dal lancio di abbondanza della produzione agraria; dall'addobbo del simulacro o fercolo con alimenti ed elementi vegetali tra cui spighe di grano e fave; e ancora da processioni di torce, dalla presenza dei ceti, di cavalcate, di benedizioni dei campi. Tutti questi tratti, per quanto variamente articolati e più o meno  inseriti all'interno dei rituali, sono tutt'oggi presenti nelle attuali cerimonie siciliane dedicate al SS. Crocifisso.

FONTI: Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, 1881; Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, 2006; Mircea Eliade, Trattato delle religioni, a cura di Pietro Angelini,  Boringhieri, 1976. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



venerdì 1 maggio 2020

I Diavoli di maggio- ossia i VENTI che soffiano del mese di MAGGIO

(foto del web)

Anticamente i contadini siciliani sapevano che in questo mese nelle campagne soffiano venti più caldi e prorompenti, come il vento di "Sciroccu". Venti caldi ma fastidiosi che portavano con sé anche sabbia, rendendo difficile il lavoro dei campi.
L'antica credenza popolare vedeva in questi movimentati venti dei "diavoli" venuti sulla terra per dare fastidio agli uomini. L’antropologo palermitano Giuseppe Pitrè racconta nel saggio "Spettacoli e feste popolari siciliane" (1881) che il 1° maggio il vento di scirocco ed il turbine vengono scatenati dai diavoli e investono tutto quanto incontrano. Per aria è un vero inferno, e il fischio ed il rumore che si sente è fischio e rumore di Diavoli che si agitano e sconvolgono gli elementi della natura. E ciò deriva dall' avversione che i Diavoli hanno i Santi Filippo e Giacomo, la festa dei quali ricorre proprio in quel giorno (nell’antico calendario la festa cadeva il 1° maggio, poi passata all’11 maggio e con la riforma liturgica di Pio XII che al 1 maggio istituì la festa di San Giuseppe lavoratore, al 3 maggio). I contadini non appena si accorgono che il giorno piglia cattiva piega, si danno l’allarme con le parole: "Li Diavuli pri l’aria cci sù!" e corrono a premunirsi mangiando dell'aglio crudo.
Così i contadini mangiano aglio crudo e recitano formule deprecatorie, in attesa che ritorni l’ordine. Perchè proprio l'aglio? L'acutissimo odore di questo bulbo, spargendosi intorno, fa fuggire i diavoli!
Le donnette, poi, hanno una specie di formula deprecatoria in siciliano che per allontanare i Diavoli nel Primo di Maggio:
"Santu Filippu e Jàpicu biati,
Apostuli putenti e putintati,
Agnisdei, Agnisdei, Agnisdei,
L'ariu binidiciti ed annittati!"
(Traduzione: Santi Filippo e Giacomo beati,
apostoli potenti e potentati,
Agnello di Dio, Agnello di Dio, Agnello di Dio,
L’aria benedite e ripulite!).
Tra i tanti venti, molto temuto dai contadini siciliani era il "Mazzamuriddu". Questo "diavulu di vintu" , così come lo chiamavano contadini,  era un essere che ama spaventare la gente con vortici di vento (da qui il suo nome), tempeste e trombe marine.
Il Pitrè in  "Usi e costumi credenze e pregiudizi del popolo siciliano" (1889), alla voce "Esseri soprannaturali e meravigliosi", descrive u Mazzamuriddu come il 4 diavolo. Ecco cosa scrive l’antropologo siciliano:
«Tra' tanti e tanti diavoli che popolano l'inferno, la tradizione ne distingue sei (principali), ai quali dà nomi ed uffici speciali: 1 Lu Gifru o Cifaru o Capu Cifaru Zifaru; 2 Varsu cani; 3 Farfareddu o Farfaricchiu o Nfanfarricchiu; 4 Mazzamareddu o Ammazzamariddu ed anche Mazzapaneddu ; 5 'Ntantiddu o Tentaturi ; 6 Zuppiddu.»
Mazzamureddu ha proprio la missione di spaventare gli uomini sia coi vortici del vento, d'onde il  suo nome, sia coi terremoti, sia con le tempeste, sia con le trombe marine. Devasta, distrugge, uccide, trasporta a lunghe distanze; sicché il danno, e le carestie che ne sopravvengono sono innumerevoli. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

martedì 31 dicembre 2019

1 gennaio: l’antica tradizione della chiesa Itria di festeggiare il BAMBINELLO

Altare chiesa Maria SS. dell'Itria Barrafranca
Pochi sanno che a Barrafranca (EN) in tempi lontani il 1° gennaio si festeggiava il Bambinello. Andiamo per ordine. Il 1 gennaio la Chiesa festeggia Maria SS. Madre di Dio. Il Martirologio Romano recita: “Nell'ottava del Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria: i Padri del Concilio di Efeso l’acclamarono Theotókos (colei che genera Dio), perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome”. In questo giorno si festeggia la maternità di Maria, l’aver procreato il Figlio. 
Per queste ragioni fino alla prima metà del ‘900 a Barrafranca (EN) si svolgeva una particolare tradizione conosciuta come LA FESTA DEL BAMBINELLO. Difatti il popolo appella il 1 gennaio come “A festa du Bamminu”.
Bambinello (foto G.Vicari) 
Dallo storico barrese don Luigi Giunta apprendiamo  che negli archivi parrocchiali del 1761 era registrata una tradizione che si svolgeva nella chiesa Maria SS. dell’Itria il 1° gennaio. Questa devozione era ancora praticata ai tempi in cui lo storico pubblica il suo libro “Brevi cenni storici su Barrafranca” (1928).  Ecco cosa scrive: “Trono in un documento di questo arch. parr. che nel 1761 si praticava in questa chiesa di vestire un bambino povero nel capodanno in onore del bambino Gesù, ma s’inibiva al sacerdote che lo guidava di non portare cotta e stola. Questa devozione si pratica ancora oggi”.
La festa si svolgeva in chiesa. Alla Celebrazione Eucaristica partecipava un bambino povero, vestito con tunica bianca, a simboleggiare Gesù Bambino, e veniva portato in processione per le vie adiacenti alla chiesa. Al termine al bambino venivano donati viveri di prima necessità per lui e la sua famiglia. Probabilmente con lo scoppio della seconda guerra mondiale, tali festeggiamenti scomparvero. Di questa tradizione non rimane che il ricordo delle persone più anziane, le quali ricordano anche la presenza, sempre nella chiesa dell’ Itria, di una statuetta in cartapesta  di Gesù Bambino dell’altezza di 60 centimetri circa, esposta in un ultimo altarino vicino all’ altare maggiore dove, attualmente, si trova la porta d’accesso ai locali parrocchiali.
Quando alla fine degli anni ’50 si decise di eliminare  le statue realizzate in cartapesta, materiale facilmente deteriorabile, anche questo  particolare simulacro fu tolto. A differenza di alcune statue presenti in altre chiese barresi, non fu buttato o bruciato, ma regalato ad una parrocchiana, che lo sistemò e conservò con devozione. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


lunedì 16 dicembre 2019

Storia e significato della NOVENA

Novena anno 2015
La "novena" è una pratica devozionale che consiste nel recitare preghiere e rosari, ripetuti per nove giorni consecutivi.
La pratica trae ispirazione  dagli Atti degli Apostoli dove viene descritto come la Madonna e gli Apostoli pregavano in modo assiduo nei nove giorni compresi tra l’Ascensione di Gesù  e la discesa in terra della Spirito Santo durante la Pentecoste.
Questa pratica usata come preparazione a molte feste religiose, è conosciuta soprattutto come pratica natalizia.
A Natale la novena inizia il 16 e finisce il 24 dicembre, durante la quale, ricordando i nove mesi di Gesù nel seno materno, si preparano i fedeli  alla nascita di Gesù.
Alle pratiche liturgiche che si svolgono in tutte le chiese, si mescolano tradizioni popolari come le nuvere" , tipiche non solo di Barrafranca ma anche dei paesi limitrofi.
Queste si preparano, anzi si conzano lungo le strade del paese.
Novena anno 3013
Appoggiati sui muri delle case, le nuvere sono dei tempietti realizzati in legno e con il tetto fatto di canne e  rivestito di alloro. Il tutto è decorato con arance, mandarini che si appendevano tra le foglie dell’alloro, collane fatte di lupini.
Anticamente all'interno veniva creato uno sfondo con un drappo pregiato, tante volte di color celeste e veniva realizzato, con un tavolo ricoperto di tovaglie pregiate, un altarino, sopra il quale veniva appesa un’immagine dell’Immacolata Concezione, sostituita la sera del 24 con l’immagine della Santa Famiglia. Sull'altarino venivano appoggiati frutti tipici invernali come arance, melagrane, melacotogne, inoltre venivano messe delle candele e qualche volta  anche degli angioletti di gesso. Al centro dell’altarino veniva posizionato un cesto ricoperto con un telo bianco, a cui era legata una colomba di carta o anche vera. 
Dal 16 al 24 le novene venivano cantate dalla gente del quartiere accompagnati dalla banda musicale e un tempo anche dai “ciarammellari” , attualmente dai zampognari .
Il 24 sera la gente si preparava a veder nascere “u bamminu” recandosi da una novena all'altra per assistere a tutte le novene come si fa per il giro dei “sepolcri” il Giovedì Santo,  al rito della nascita di Gesù. Quando tutto è pronto, il  filo che tiene legata la colomba al telo bianco che ricopre il cesto posto al centro dell’altarino, viene tirato scoprendo una statuetta del Bambino Gesù, mentre la musica suona a festa. Una bambina che simboleggia la Madonna, solleva il cesto con la statuetta e inizia una piccola processione per alcune strade adiacenti alla novena, seguita dalla banda musicale e dai fedeli recanti in mano delle candele. La preparazione delle "nuvere" coinvolgeva diverse famiglie, tutte impegnante a realizzare la novena più bella. "Nuvere" simili venivano preparate anche nelle case e attorno alle "figuredde" delle strade. Ed anche le "nuvere" casalinghe venivano cantate, la sera, da gruppi di comari, che modulavano delle lunghe filastrocche.
Con gli anni le cose sono cambiate: l’ambientazione interna è stata sostituita dall'allestimento di un  presepe, alcune volte realizzato con personaggi viventi; i canti sono eseguiti solo dalla banda musicale  mentre dei bimbi, accompagnati da alcuni anziani cantano il ritornello tra un brano all'altro. Le stesse novene sono costruite da poche persone che si accollano i costi di realizzazione.
Il simbolismo è antico, anche se nelle moderne novene si è andato perdendo, e mescola elementi cristiani a elementi non cristiani: la novena in sé  rappresenta la grotta dove nasce il Bambino Gesù, tanto che i primi otto giorni all'interno stava appeso il quadro dell’Immacolata (Maria non aveva ancora partorito), sostituito il 24 con quello della Santa Famiglia (Gesù ormai è nato); gli angeli appoggiati sopra l’altare rappresentano "l’Annunciazione a Maria"; le candele simboleggiano la luce divina; l’alloro che ricopre il tempietto simboleggia il carattere regale del Bambino che, anche se è nato in una grotta, è pur sempre un Re e per questo diventa simbolo di gloria e infine la colomba richiama sia la purezza di quella donna che aspetta il Bambino, sia l’Ascensione di Cristo al Cielo.
Ma il richiamo a elementi precristiani si riscontrano soprattutto nell'utilizzo della frutta, tipica di una società basata sull'agricoltura e dedita a pratiche legate a divinità "ctònie". Basti ricordare che, prima della venuta di Cristo, in tutto l’impero Romano il 15 dicembre si svolgevano cerimonie in onore del dio Conso, dio del grano (vi avanti verrà spiegato). La frutta come le arance, i fichi d’india, le melagrane, le melacotogne erano i frutti che, nel periodo invernale, offriva la terra, per cui era normale che venissero offerti come ringraziamento alla  divinità per ciò aveva elargito. Anche l’alloro, come pianta sempre verde, era molto utilizzata nei riti precristiani
Ma riutilizzati in senso cristiano il loro simbolo cambia: la melagrana, con il suo interno pieno di chicchi, diventa il simbolo della chiesa i cui chicchi simboleggiano tutti i cristiani; la melacotogna che, anticamente veniva usato per realizzare la marmellata che anticamente era confezionata a cubetti e, per la forma e il colore che assumeva, ricordava l’oro che i Re Maggi portarono al Bambino; l’arancia rappresenta il frutto che, in una famosa canzone natalizia tipica barrese, l’ortolano porta in dono a Gesù; infine i lupini, con cui si realizzano le collane appese nella novena, rappresentano il pane dei poveri.
Fino agli anni precedenti al secondo conflitto mondiale le novene iniziavano al mattino e culminavano alla sera, con la banda musicale che percorreva la “via dei Santi” dove negli incroci, limitatamente alla “via dei Santi”, venivano “conzate” le novene intorno a cui, in un’atmosfera devota ma festiva, la gente si riuniva per pregare e cantare, senza alcuna partecipazione del clero.
Dopo un periodo in cui scomparvero, furono riprese alla fine degli anni ’70 con la preparazione non più in casa ma solo nelle strade,  indipendentemente dal percorso della "via dei Santi". Pian piano andarono modificandosi, agli altarini furono sostituiti i presepi non erano più presente i zampognari (ritornati da alcuni anni), si suonavano solo la sera, era scomparso lo spirito gioioso di una volta. Attualmente si è cercato di ripristinare il vecchio modello di novena, ma i tempi cambiano e le nuove generazione non riescono a cogliere il sapore antico di questa tradizione.
Riprendendo il pensiero dello storico Angelo Scarpulla, «Questa festa o novena era, in sintesi, l’evoluzione cristiana di culto che duemila anni fa era la Consulia di inverno». Come tutte la feste cristiane, anche questa ha un sub strato precristiano. Quando il cristianesimo fece la sua comparsa, antichi riti legate alle varie divinità greche e romane erano ormai consolidati nel tempo. Ai nuovi predicatori cristiani venne difficile estirpare il vecchio,  per cui in certi casi fu più facile innestare la nuova fede nei riti esistenti. Questo è il caso, appunto, dell’origine delle novene. I romani il 15 dicembre festeggiavano la "Consulia" invernale, ossia cerimonie in onore del dio Conso, venerato a Roma già dal periodo monarchico, specialmente nel mondo agricolo come dio dei granai e dell’approvvigionamento. I riti, che avevano un significato propiziatorio, si svolgevano davanti ad un altare che, per l’occasione veniva dissotterrato e addobbata, per poi essere risotterrato dopo le cerimonie. Questo particolare richiama, nel mondo agricolo, “il seme del grano” che, durante la semina, veniva sotterrato per poi riaffiorare nel tempo della germinazione. A dimostrazione di ciò, possiamo portare come esempio il termine dialettale con cui a Barrafranca indichiamo il verbo apparecchiare: "conzari" che, come spiega il già citato Scarpulla, deriva dall'operazione di apparecchiare l’ara in onore del dio Conso.
Comunque sia, il significato della "NOVENA" rimane CRISTIANO, come attesa della nascita del Cristo Redentore. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


mercoledì 4 dicembre 2019

Orazione dialettale a Santa Barbara, invocata contro i lampi e i tuoni

Santa Barbara 
Il 4 dicembre la Chiesa festeggia Santa Barbara, protettrice degli artificieri, dei vigili del fuoco, dei minatori.
Il culto di Santa Barbara è molto popolare per il fatto di essere considerata protettrice contro i fulmini, il fuoco e la morte improvvisa. Il culto apparve , prima in Oriente e poi in Occidente, nell’VIII secolo, 
La vita di Barbara è contenuta in una passio del VII secolo, probabilmente di origine egiziana (Dino Carpanetto, Santi e Patroni, Istituto Geografico De Agostini Novara, 2010). Per quanto riguarda le notizie biografiche, si possiedono scarsissimi elementi: il nome, l’origine orientale, con ogni verisimiglianza l’Egitto, e il martirio. 
Nata nel 273 d.C. in Asia Minore (l’attuale Turchia), a causa della sua bellezza, il padre Dioscoro fece costruire una torre per rinchiudervi la bellissima figlia richiesta in sposa da moltissimi pretendenti. Ella, però, non aveva intenzione di sposarsi, ma di consacrarsi a Dio. Prima di entrare nella torre, non essendo ancora battezzata e volendo ricevere il sacramento della rigenerazione, si recò in una piscina d’acqua vicino alla torre e vi s’immerse. Per ordine del padre, la torre avrebbe dovuto avere due finestre ma Barbara ne volle tre in onore della S.ma Trinità. Il padre, pagano, saputo della professione cristiana della figlia, decise di ucciderla, ma lei, passando miracolosamente fra le pareti della torre, riuscì a fuggire. Nuovamente catturata, il padre la condusse davanti al prefetto Marciano che, dopo inauditi supplizi, la condannò al taglio della testa; fu il padre stesso che eseguì la sentenza, secondo l’agiografia, il 4 dicembre del 290 d.C. Subito dopo un fuoco discese dal cielo e bruciò completamente il crudele padre, di cui non rimasero nemmeno le ceneri. Forse da questo scaturì l’idea di porre, fin dal Trecento, Santa Barbara a protettrice degli artiglieri, dei minatori, dei vigili del fuoco e di quanti corrono il rischio di essere uccisi dal fuoco e dai fulmini e celebrare la sua festa, appunto, il 4 dicembre. Il culto della martire fu assai diffuso in Italia, probabilmente importato durante il periodo dell’occupazione bizantina nel sec. VI, e si sviluppò poi durante le Crociate. Il culto religioso di santa Barbara fu introdotto in Sicilia dai Cavalieri dell'Ordine Teutonico attorno al XIII secolo che Santa Barbara era oggetto di culto profondo in seno all'Ordine, il quale aveva salvato le sue reliquie nel 1242.
Riportiamo un’orazione che le donne siciliane recitavano contro i temporali. La paura dei tuoni e dei lampi era molto diffusa tra le donne siciliane  e veniva vista come una punizione divina. Per questo era importante invocare la Santa che, durante la sua agonia nominava il nome di Dio.
Ne esistono diverse versioni e della stessa versione diverse varianti. Questa è stata raccolta a Barrafranca (EN) da Rita Bevilacqua
“Barbaredda 'ncapu un munti stava.
Trunava e lampiava
e sempi u‘nnomi di Dì 'nnuminava!”
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

sabato 29 giugno 2019

Il “rito della chiave” nel giorno in cui si festeggiano i santi Pietro e Paolo

Posizione della chiave durante il rito 

La devozione popolare contadina ha sempre cercato aiuto e consiglio presso i Santi, mediante arcani “rituali” atti a proteggere o prevedere il futuro della propria famiglia.
Nel giorno in cui la Chiesa festeggia i santi Pietro e Paolo, il 29 giugno, si svolgeva un antichissimo rituale diffuso in molte zone d'Italia, ma in particolare al Sud, conosciuto come il “rito della chiave”. Si eseguiva questo rito per sapere se una tal cosa sarebbe realmente accaduta in futuro. Due persone, poste una di fronte all'altra, tenevano sospesa, appoggiata solamente sui polpastrelli dei rispettivi indici della mano destra, una chiave mascolina, ossia una vecchia chiave di ferro priva di foro nella parte finale. Appena la chiave era sistemata, iniziavano a recitare per tre volte una breve formula ponendo alla fine la richiesta desiderata.
Riportiamo una delle tante versioni:
“San Pitru si, san Paulu no.
San Pitru no, san Paulu si
M'ha cunciditi sta razia sì, o no?”
e mentalmente si pronunciava la richiesta. Il rito terminava con la recita di un Pater nostro e un’Ave Maria.
Se la chiave iniziava a muoversi, girando tra le dita, la risposta era "sì". Se rimaneva ferma significava "no". Il simbolismo è chiaro: quando al chiave si muove vuol dire che apre, che da l’accesso a qualcosa, in questo caso alla grazia richiesta. Se sta ferma, invece, non produce cambiamento.
Secondo alcune ricerche da me condotte questo rito si svolgeva anche a Barrafranca, non solo per la festa di san Pietro e Paolo, anche per la festa di san Giovanni Battista, il 24 giugno, invocando al posto di san Paolo, San Giovanni (la cui figura è spesso legata alla magia popolare). Chi non era capace, poteva recarsi da una “guaritrice di campagna” o veggente la quale avrebbe svolto lei stessa il rito. 
Perchè proprio la chiave? Essa è il simbolo della speciale missione apostolica di Pietro e del potere conferitogli direttamente da Gesù. Il simbolismo della chiave è legato anche al mistero. Quindi nell'immaginario popolare le vecchie chiavi di ferro che chiudevano le toppe delle case, assunsero un valore magico, profetico, di aiuto al raggiungimento del benessere famigliare. In alcuni casi, le chiavi ebbero un valore apotropaico e venivano appese nelle case e nelle stalle come deterrente all'influsso di spiriti maligni. (La foto è solo indicativa, in quanto la chiave non è mascolina.)

Fonti: pagina facebook "Preghiere e scongiuri popolari siciliani"; fonti orali degli anziani del mio paese) (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA