domenica 27 gennaio 2019

Giovani barresi fatti prigionieri e deportati nei campi di prigionia tedeschi

Auschwitz

In occasione del GIORNO DELLA MEMORIA, che ricorre il 27 gennaio, vogliamo ricordare e lasciar memoria di quei barresi che, durante la Seconda Guerra Mondiale, persero la vita in territorio tedesco. Si tratta di militari e civili fatti prigionieri dai tedeschi dopo l’Armistizio di Cassibili del settembre 1943 e deportati nei campi di concentramento d’oltralpe.
I nomi di questi nostri compaesani si trovano inseriti in un elenco pubblicato sul sito web  "DIMENTICATI DI STATO- I Caduti sepolti nei cimiteri militari italiani in Germania, Austria e Polonia" del veronese Roberto Zamponi. Questi ha compiuto studi approfonditi su tutti gli italiani morti e dispersi nei campi di concentramento nazista. Tutto ciò nasce dalla volontà di far conoscere quale sia stata la sorte di quei italiani, creduti per tutti questi anni dei “dispersi”, ma che in realtà hanno perso la vita per la patria. Zamponi dal 1994 raccoglie i dati di quei militari o civili morti in prigionia o per motivi di guerra, che alla fine del secondo conflitto mondiale furono esumati dai luoghi di prima sepoltura e traslati nei cimiteri militari italiani in Germania, Austria e Polonia dal Commissariato Generale per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti – Ministero della Difesa), ente preposto alla ricerca ed alla sistemazione delle loro Spoglie. 
Cimitero militare italiano d'onore di Amburgo
Dall'Elenco nazionale - comune di nascita stilato dal Zamponi risultano quattro barresi morti in Germania e sepolti nei Cimiteri Militari Italiani d’Onore.
FERRO ALESSANDRO, NATO IL 13 GENNAIO 1923 A BARRAFRANCA (ENNA) - DECEDUTO IL 28 AGOSTO 1944 - SEPOLTO AD AMBURGO (GERMANIA) - CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE - POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 1 - FILA Z - TOMBA 52. FONTI: 1A, 1B
PATERNÒ SALVATORE, NATO IL 12 SETTEMBRE 1917 A BARRAFRANCA (ENNA) - DECEDUTO IL 17 APRILE 1944 - SEPOLTO A BERLINO (GERMANIA) - CIMITERO MILITARE ITALIANO D’ONORE - POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 3 - FILA 16 - NUMERO 11 - TOMBA 974. FONTI: 1A, 9
PATTI SALVATORE, NATO IL 1° LUGLIO 1922 A BARRAFRANCA (ENNA) - DECEDUTO AD AMBURGO IL 20 MARZO 1945 -SEPOLTO AD AMBURGO (GERMANIA) - CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE - POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 5 - FILA J - TOMBA 18. FONTI: 1A, 1B
SALERNO DOMENICO, NATO IL 30 GENNAIO 1922 A BARRAFRANCA (ENNA) - DECEDUTO IL 20 OTTOBRE 1944 - SEPOLTO A MONACO DI BAVIERA (GERMANIA) - CIMITERO MILITARE ITALIANO D'ONORE - POSIZIONE TOMBALE: RIQUADRO 5 - FILA 13 - TOMBA 50. FONTI: 1A, 1B
Cancello principale del campo di concentramento di Mauthausen
Altri due barresi  morti in Germani furono SALVATORE LUME e SAVERIO CAPUTO
SALVATORE LUME era nato a Barrafranca il 14 luglio 1917. Era un alpino della Brigata Julia, di stanza in Jugoslavia. Nel 1943 era a Firenze per fare visita a dei parenti. Mentre si trovava in un bar, assieme ad altri due barresi, Calogero Paternò e Giovanni Barresi, fu vittima di un rastrellamento da parte di un manipolo di soldati tedeschi. Ma mentre Paternò e Barresi riuscirono a fuggire, Lume fu catturato, fatto salire su un camion assieme ad altri civili e deportato a Bad-Ischl (Mauthausen- Austria), dove morì il 20 maggio 1945. Secondo fonti non ufficiali i rastrellati furono uccisi nei forni crematori.
SAVERIO CAPUTO era nato nel 1907 a Barrafranca (Enna). Durante i rastrellamenti dei tedeschi del 1943 si trovava a Milano per lavoro. Nel corso di una retata, fu arrestato e deceduto di stenti a Mauthausen- Gusen (Austria) il 22 ottobre 1944

Il 27 gennaio GIORNO DELLA MEMORIA è stato istituito dalla Repubblica Italiana con una legge del 20 luglio 2000, e vuole ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati. 

Fonte: www.dimenticatidistato.com; Salvatore Licata. Carmelo Orofino, Barrafranca. La Storia, le Tradizioni, la Cultura. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 20 gennaio 2019

Il culto di san Sebastiano a Barrafranca

Foto d'epoca della Chiesa Madre
Il 20 gennaio la Chiesa festeggia san Sebastiano martire (memoria facoltativa). Sarebbe stato un cavaliere che, avvalendosi dell'amicizia con l'imperatore, avrebbe portato soccorso ai cristiani incarcerati e condotti al supplizio. Lo stesso governatore di Roma, Cromazio, e suo figlio Tiburzio, sarebbero stati convertiti da Sebastiano. Tutto ciò non poteva passare inosservato a corte, tanto che lo stesso Diocleziano lo convocò. Inizialmente si appellò alla vecchia familiarità. Ma niente. Sebastiano continuò nella sua fede. Diocleziano allora passò alle minacce e infine alla condanna. Venne legato al tronco di un albero, in aperta campagna, e saettato da alcuni commilitoni.
Oggi ne parliamo in un contesto di storia di Barrafranca (EN), perché molti indizi ci fanno supporre che in un passato non molto lontano, anche la nostra cittadina era legata al culto .
Dal "Dizionario illustrato dei comuni siciliani" di Francesco Nicotra (1907) e dall'opera "Brevi cenni storici su Barrafranca" del parroco don Luigi Giunta (1928), apprendiamo che la Chiesa Maria SS. della Purificazione, chiesa Madre, fu costruita nell’area della preesistente chiesa di San Sebastiano, già esistente prima del 1622. Inoltre lo storico Giunta aggiunge che, per l’occasione, la chiesa fu demolita. Non della stessa opinione sono il dott. Angelo Ligotti, studioso di storia barrese e il prof. Gaetano Vicari, autore di una "Guida alle principali chiese di Barrafranca".  Entrambi sono convinti che la vecchia chiesa di san Sebastiano il Nuovo non fu demolita, ma incorporata nella nuova chiesa, ampliandone la struttura. Difatti, fino ad una cinquantina di anni fa, sulla parte bassa del campanile, nel lato che guarda a mezzogiorno, si potevano notare dei mattoni smaltati raffiguranti il martirio del Santo. Il Ligotti sostiene che quella fosse la chiesa di san Sebastiano il Nuovo, in quanto fuori la cittadina in località Sottoserra, sorgeva una chiesetta dedicata a san Sebastiano, nominata il Vecchio, antecedente a quella costruita nel centro abitato. E’ citata in un atto notarile del 1644. In un inventario della chiesa Madre del 1910, lo storico Giunta cita una statua di san Sebastiano., non più esistente. Nell'attuale cappella del Sacro Cuore, posta nella parte destra del transetto, si può notare nella parte alta un arco con due frecce, poste dentro a un cartiglio, simboli del martirio di san Sebastiano. Indice questo che in passato doveva essere l'altare di san Sebastiano, trasformato successivamente nell'attuale altere del sacro Cuore. Negli anni ’70 accanto alla cappella del SS. Crocifisso, dove attualmente trova posto una statua in cartapesta dell’Addolorata, vi era posta una statua del Santo.
La ricorda ancora il signor Salvatore Corso, vigile urbano in pensione. Ci racconta che, essendo il Santo protettore dei Vigili Urbani, ogni anno in occasione della festa la stazione locale dei Vigili Urbani organizzava una messa in ricordo del Santo patrono, proprio in chiesa Madre. Ancora adesso il Santo viene festeggiato dal Corpo dei Vigili Urbani con la celebrazioen di una mesa solenne presso la chiesa Madre.
San Sebastiano- tela del barrese Gaetano Vicari
Il frontone della chiesa Madre della Divina Grazia, sotto una nicchia vuota, reca il seguente distico:
VII NERA CAELESTIS
VITAM CV SANGUINERV
DI NUC MEA VEXILLU
DIRA CORONA TENET
ANO DNI III IND. IBBS
Interpretato dal parroco Giunta in:
Vulnera Coelestis vitam cum sanguine fudi
Nunc mea vexillum dira corona tenet
Anno D.ni III Ind. – IBBS (1670)
e tradotto liberamente dal prof. Diego Aleo
“Trafitto da frecce versai il mio sangue per Dio
Ora sulla mia terribile corona sventola il vessillo
”.
Il distico parla del martirio di san Sebastiano, ed è probabile che il portale del 1670 sia stato trasportato nella chiesa Grazia da quella dedicata al Santo, durante la costruzione della nuova chiesa Madre. Per ricordare questo portale, nel novembre 2011, il pittore Gaetano Vicari dipinse, olio su tela cm 86x179, la figura di san Sebastiano; tela che si trova attualmente nell’abside della chiesa Grazia di Barrafranca.
Tutte queste notizie ci portano ad un’unica conclusione: che anche a Barrafranca esisteva il culto di san Sebastiano e come tante vicende storiche passate, è andato nel dimenticatoio!
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


mercoledì 16 gennaio 2019

Perché l’herpes zoster si chiama “FUCU DI SANT'ANTONIO”


Il 17 gennaio la Chiesa festeggia sant'Antonio abate.
Per l’occasione spiegheremo perché a Barrafranca (EN) (e non solo) il popolo chiama l’herpes zoster “FUCU DI SANT'ANTONIO”.  
L’herpes zoster è un’infezione dei nervi che si estende ad alcune zone della pelle provocando un'eruzione dolorosa di vescicole che in seguito formano una crosta, con il dolore che può perdurare per mesi o addirittura per anni, anche dopo la guarigione dell'eruzione cutanea. E’ conosciuto come “fucu di sant’Antoniu”. Il Santo di cui si parla è SANT'ANTONIO ABATE, che si festeggia il 17 GENNAIO. Antonio nacque verso il 250 da una famiglia di agricoltori nel villaggio di Coma, attuale Qumans in Egitto. Morì a 106 anni, il 17 gennaio del 356 (viveva nella Tebaide) e fu seppellito in un luogo segreto. Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo e nello spazio, da Alessandria a Costantinopoli, fino ad arrivare in Francia, nell’XI secolo, a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore. In questa chiesa affluivano a venerarne le reliquie folle di malati, soprattutto affetti da ergotismo canceroso, causato dall'avvelenamento di un fungo presente nella segale, usata per fare il pane. Il morbo, oggi scientificamente noto come herpes zoster, era conosciuto sin dall'antichità come “ignissacer” (fuoco sacro) per il bruciore che provocava. Per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e fu fondata una confraternita di religiosi, l’antico ordine ospedaliero degli Antoniani; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine de Viennois. Il Papa accordò agli Antoniani il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade; nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento. Il loro grasso era usato per curare l’ergotismo, che fu chiamato “il male di s. Antonio” e poi “fuoco di s. Antonio”. Per questo motivo, nella religiosità popolare, il maiale cominciò a essere associato al grande eremita egiziano, poi considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla. Sempre per questa ragione, è invocato contro le malattie della pelle in genere. Tra le tante pratiche della medicina popolare siciliana, riportiamo quella della città di Gela (simili si facevano anche in altre città siciliane). Alcuni preparavano qualche unguento da spalmare sulle ferite. Farsi il segno della croce e recitare: 
"Sant’Antonuzzu ccu li so vòi
a lavurari ti ni vai da so suruzza
scuntrai so suruzza
che mi porti di mangiari?
Zunza di porci e lardu di maiali
Sant’Antunuzzustu mali mata a luvari."
Dire un Padre nostro, un Gloria, un Ave Maria
In quest’orazione la malattia è intesa come una sorella di Sant’Antonio, "so spruzza", dalla quale lo stesso santo va a lavorare; il cibo che le porta corrisponde agli elementi che formano la “dose” e una volta che la suruzza è appagata, la malattia scompare. La dose si fa nel seguente modo: zunza (strutto) di maiale, lardo di maiale e pomata “Canesten”, da passare tre volte al giorno sulle lesioni fino a guarigione avvenuta.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 11 gennaio 2019

11 gennaio 1693- il terremoto della Val di Noto. Anche Barrafranca fu colpita subendo lievi danni

Stampa tedesca dell'epoca che illustra i danni del terremoto in Sicilia nel 1693
L’11 gennaio ricorre l’anniversario del catastrofico terremoto del 1693 che distrusse parte della Sicilia orientale. Le distruzioni più gravi si ebbero nella zona sud-orientale dell'isola in quelle che oggi sono le province di Catania, Siracusa e Ragusa. Furono coinvolte anche aree di grande importanza economica e culturale come Catania, Siracusa, Noto e Caltagirone. Questo evento naturale è  passato alla storia come il terremoto della Val di Noto". Il terremoto colpì in due riprese, in due giorni diversi. Venerdì 9 gennaio 1693 i danni furono gravissimi in centri come Augusta, Avola (l’attuale Avola Vecchia), Noto (l’attuale Noto Antica), Floridia e Melilli, dove crollarono molti edifici. Gravi danni e crolli interessarono anche Catania e Lentini. Domenica 11 gennaio 1693 una seconda scossa di magnitudo 7.4 sconquassa tutta la Sicilia orientale, distruggendo totalmente oltre 45 centri abitati provocando circa 60 mila vittime e dando vita nello Jonio a un devastante maremoto le cui onde arrivarono fin nelle coste della Grecia.
Foto d'epoca chiesa Maria SS della Stella

Anche se marginalmente, Barrafranca (EN) fu colpita da quella terribile scossa sismica. Notizie dell’evento li ritroviamo nel libro dello storico barrese don Luigi Giunta “Brevi cenni storici su Barrafranca” (1928). Lo storico parlando di alcune date importanti per il paese scrive: “1693- scosse terribili di terremoto funestano la Sicilia. Un documento dell’Arch. Parr. ci riferisce che il movimento tellurico abbatté la chiesa di Maria SS. della Stella, che in breve tempo fu riedificata e benedetta nel 1699”. Colpita dal sisma fu Piazza Monastero, l’attuale Piazza Fratelli Messina. Non solo la chiesa Maria SS. della Stella, che allora era anche nominata di S. Alessandro, anche parte della vecchia chiesa Madre (nel 1933 gli ultimi ruderi furono definitivamente distrutti), subì dei danni. 

In Lettera del beneficiale don Antonino Li Favi inviata all’Ill.mo Marchese don Andrea Statella (signore di Spaccaforno, attuale Ispica ragusano) che trovasi a Roma nel collegio dei P.P. Gesuiti, per informarlo minutamente dei danni arrecati dal terremoto dell’11 gennaio 1693 alla Sicilia, specialmente nelle città e nelle terre comprese nella Val Demone e Val di Noto. Tale lettera spedita da Palermo, ove il Li Favi si trovava per conferire col Marchese padre don Francesco III Statella, si legge che una terza parte del paese di Barrafranca scomparse. 

Parlando sempre della chiesa Maria SS. della Stella, lo storico Giunta parla del documento dell’Arch. Parr. il quale informa che, in quell'occasione, l’immagine di rilievo (o statua?) di Maria SS. della Stella sia stata portata nella vecchia chiesa Madre in attesa che la chiesa fosse ricostruita. Ciò fu possibile grazie alle elemosine dei fedeli a cui si aggiunsero i redditi dei legati che, per ordine dell’Autorità Ecclesiastica, furono devolute alla costruzione della chiesa, completata nel 1699. Non sappiamo se in quell'occasione ci furono morti o feriti. Lo storico Giunta ricorda che, a seguito di ciò, nel 1694 l’allora Vescovo della Diocesi di Catania, mons. Riggio, ordinò che "ogni domenica alle ore 21 si suonino le campane a morto" in ricordo del terremoto.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 24 dicembre 2018

Ccu stu friddu e sta jlata… bellissimo canto natalizio suonato durante le novene.

Per tradizione, Natale è sinonimo di NOVENA, non solo come pratica liturgica che si svolge nelle chiese, anche come tradizione di allestire degli altarini,“i nuveri”, anticamente nelle case private e in seguito attorno alle “figuredde ” (edicolette votive) delle strade dei paesi. Si attende la nascita di Gesù Bambino recitando rosari, preghiere e intonando canzoni, rigorosamente in dialetto siciliano, tutti aventi come argomento le vicende di Maria e Giuseppe, il loro peregrinare alla ricerca di una capanna e la nascita di Gesù Bambino. Le novene “casalinghe” erano cantate da gruppi di comari che la sera si riunivano per intonare lunghe filastrocche, qualche volta associate al suono della “ceramella” (piffero). Poi s’iniziò ad abbellire, con alloro e arance, le “edicolette votive” poste sui muri esterni delle case, per poi arrivare alle moderne novene, realizzate con veri e propri altarini, più o meno elaborati. Oggi come allora, si continuano a cantare le vecchie nenie di una volta, accompagnati da gruppi di suonatori, zampognari o appartenenti a qualche banda musicale, che rendono più emozionante l’ascolto delle melodie natalizie.
Tra i testi dialettali suonati e cantati per durante questo periodo, vi proponiamo il testo della canzone conosciuta come “Ccu stu friddu e sta jlata…“. Formato da quattro strofe intercalate da due diversi tipi di ritornelli, il testo narra il pellegrinare di Maria e Giuseppe alla ricerca di un alloggio, per ripararsi dal freddo e poter riposare. E proprio in quell’umile alloggio trovato che si compie il miracolo della nascita del Salvatore: “Ni na povira mangiatura parturiu a gran Signura menzu u voi e u sciccariddu nasci poviru u Bamminiddu!”
Ne riportiamo il testo completo:

Ccu stu friddu e sta jlata…

Rit. Ccu stu friddu e sta jlata
cu ti ci porta menzu  a strata.
-E Maria cu San Giuseppi
e lu nostru redenturi
caminaru jornu e notti
ccu lu lu friddu di la stagiuni.
Rit. Ccu stu friddu e sta jlata
cu ti ci porta menzu a strata.
-Ni na povira mangiatura
parturiu a gran Signura
menzu u voi e u sciccariddu
nasci poviru u Bamminiddu.
Rit. Ccu stu friddu e sta jlata
cu ti ci porta mensu a strata.
-Quannu ddà furu  arrivati
Maria stanca si ripusà
idda vitti ccu grandi amuri
ava nasciutu  u Redenturi.
…Gloria, gloria in ecelsiu Deo
Paci in terra a nui ci dà…
…Gloria, gloria in eccelsiu Deo
Paci in terra a nui ci dà
-E ccugiubilu e alligria
cantammu tutti in armunia
ccu Giuseppi in cumpagnia
viva Gesù cu Maria.
…Gloria, gloria in ecelsiu Deo
Paci in terra a nui ci dà… (2 volte)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 12 dicembre 2018

Il culto di santa Lucia a Barrafranca

Statua lignea di Santa Lucia
Molto sentito in Sicilia e non solo è il culto della vergine e martire Lucia (283.-304). Come ricorda il Messale Romano è una delle sette donne menzionate nel Canone Romano e il suo culto è già testimoniato dal V sec. d. C. Il martirio avvenne il 13 dicembre 304, sotto il dominio di Diocleziano. Antecedente all'introduzione del calendario gregoriano (1582), la festa cadeva in prossimità del solstizio invernale (da cui il detto “santa Lucia il giorno più corto che ci sia), ma non coincise più con l’adozione del nuovo calendario.
La celebrazione della festa in un giorno vicino al solstizio d'inverno, è probabilmente dovuta alla volontà di sostituire antiche feste popolari che celebravano la luce e si festeggiano nello stesso. Basti pensare ai falò che si preparano la vigilia della festa.
Anche a Barrafranca si festeggia santa Lucia.
Come tutte le nostre feste è difficile datarne l’origine.
Fino agli anni ’60 la vigilia della festa cioè il 12 sera, dopo la messa vespertina, usciva in processione dalla chiesa Maria SS. della Stella un quadro raffigurante santa Lucia assieme alla reliquia “du capiddu”. Mentre la processione è scomparsa, il quadro è ancora presente nella suddetta chiesa e dalla guida del Vicari si apprende che fu realizzato da Emanuele Catanese, un pittore che operava in Sicilia attorno alla metà dell’800, soprattutto a San Cataldo; mentre lo storico Giunta lo fa risalire al Vaccaro.
Burgio
Sempre giorno 12 sera venivano e vengono bruciati i “burgia”, ossia i falò. "Burgio" deriva dal termine dialettale 'mburgiare ossia l'atto che, una volta,  facevano i contadini di ammassare la paglia, da conservare per l'inverno. Secondo gli anziani il burgiu rappresenta la Santa che bruciò tra le fiamme. Infatti un'antica tradizione vuole che Lucia si trovasse tra le fiamme ardenti e poi, per miracolo, sia rimasta illesa.
Simboli di purificazione, i falò hanno assunto un ruolo preminente nelle feste religiose, retaggio di un antico pensiero pagano che vedevano nella loro luce e nel loro calore, il mezzo per schiacciare i demoni, infestanti la realtà umana.
Torniamo a Barrafranca. Prima dell’arrivo del metano, i falò si preparavano dentro il paese. A prepararli erano i bimbi  e i giovani dei vari quartieri che andavano a raccogliere, alcuni giorni prima, rami, stoppie che serviva per la copertura di una base fatta di canne legate in cima e disposte a forma di cono.
Anticamente i "burgia" venivano costruiti coprendo con un manto di paglia una struttura di canne legate in cima e disposte a forma di cono. Al suo interno venivano posti dei cespugli di asparago (sparacogni) che bruciavano, scoppiettando.
Attualmente la catasta di legna, a forma conica, viene realizzata ammassando legname, prevalentemente d'ulivo, attorno ad una trave, sulla cui cima veniva posizionato un pupazzo, a simboleggiare la Santa. Sono ormai pochi i falò rimasti, realizzati fuori il perimetro urbano.
Scodella di cuccìa 
Altra tradizione, non solo barrese ma di tutta la Sicilia, è il consumo della "cuccìa", termine che, secondo alcuni, deriva da "cuccìu di granu".
Secondo la tradizione l'anno 1646 fu particolarmente calamitoso per la Sicilia a causa di una grave carestia, aggravatasi per la minore disponibilità di carne in seguito ad una moria che distrusse quasi tutti gli allevamenti bovini. Siracusa era allo stremo. Allora il vescovo monsignor Francesco Elia de' Rossi chiamò il popolo alla preghiera, facendo esporre, sull'altare maggiore della cattedrale, l'argenteo simulacro di santa Lucia e indusse 8 giorni di suppliche. La mattina del 13 maggio 1646, mentre la cattedrale era gremita per la messa solenne, fu vista aleggiare una colomba tre o quattro volte finché si posò sul capo del vescovo. Quasi all'istante si sparse la voce che una nave carica di grano e legumi era approdata nel porto di Siracusa. La folla si commosse, gridò al miracolo e ringraziò santa Lucia. Per poterlo consumare immediatamente, il grano non fu macinato ma bollito e mangiato. Da allora si associa il consumo del grano bollito ala festa di santa Lucia. Si tratta di un piatto povero realizzato con del grano bollito. Un giorno prima si mette a mollo il grano, per farlo ammorbidire. 
Il pomeriggio del 12 si pulisce, anzi si "scanala", in quanto il grano rigonfio di acqua viene sfregato "nu canali" (antica tegola di terracotta girata dalla parte più ruvida), per eliminare le spoglie, ossia "la pula" e lasciare così solo il cuore del chicco di grano. Poi in grandi "cadaruni" (grosse pendole) veniva bollito a lungo e consumato solo con un filo di olio. C'è chi usa condirlo con legumi.
Per mantenere viva questa tradizione, nel 2002 l’AVIS sezione di Barrafranca ha pensato di organizzare, per la serata del 12, la preparazione della "Cuccìa in piazza". Agli inizi lo stand veniva montato in Piazza Regina Margherita, dal 2011 viene montato in Piazza Fratelli Messina, proprio vicino alla chiesa Maria SS. della Stella, dove si festeggia la Santa. I volontari AVIS preparano la cuccìa direttamente in piazza, in grandi "cadaruna", mentre un enorme stand, allestito con tavoli e panche, accoglie al caldo le persone che voglio degustarla. Inoltre vengono preparati legumi cotti per chi volesse accompagnare la cuccìa. Il tutto viene realizzato a spese dell’AVIS. 
Accanto alle antiche tradizioni, se ne innestano delle nuove. Dal 2010 la sera del 12 dicembre il gruppo parrocchiale della chiesa Maria SS. della Stella allestisce, davanti al sagrato della chiesa o in Piazza Fratelli Messina, una sacra rappresentazione della vita di santa Lucia. Lo scopo è quello di far conoscere la vita della Santa siciliana, mettendo in scena un recital i cui protagonisti sono donne e uomini comuni, legati dal senso cristiano della fratellanza. I testi sono tratti dall'agiografica della Santa, le scenografie, gli abiti e tutta l’organizzazione è curata dal gruppo famiglie della parrocchia che, con amore, prestano gratuitamente la loro opera.

Candele devozionali

Il 13 dicembre, giorno in cui si festeggia la Vergine Lucia, i fedeli si recano nella chiesa Maria SS della Stella, dove è esposto il Simulacro ligneo della Santa,  per seguire le funzioni religiose, per pregare e per accendere un cero, come ex-voto per grazia ricevuta. Si invoca la Santa per problemi di vista: difatti nel cero viene legato un'immagine degli occhi, proprio per ricordare il potere taumaturgico di guarire i problemi della vista. Non ha caso il nome LUCIA deriva dal latino "lux-lucis", che significa luce, splendore. C'è chi, per grazia ricevuta, non si limita all'accensione della cero devozionale, ma realizza il "vestito di Santa Lucia" da far indossare alla persona che ha ricevuto la grazia. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 7 dicembre 2018

L’antico culto barrese all’ Immacolata Concezione

Chiesa S, Francesco- Simulacro Immacolata già restaurato
 L’ 8 dicembre di ogni anno la Chiesa festeggia l’Immacolata Concezione, il cui dogma fu proclamato da papa Pio IX l’8 dicembre 1854 con la bolla “Ineffabilis Deus”, che sancisce come la Vergine Maria sia stata preservata immune dal peccato originale fin dal primo istante del suo concepimento.
A Barrafranca (EN) il culto dell’Immacolata Concezione è molto antico, basti ricordare che l’ex chiesa del Purgatorio, demolita nel 1957, prima di essere dedicate alle “anime del Purgatorio” era appellata della Concezione, proprio perché era presente una statua dell’Immacolata.  Lo storico barrese don Luigi  Giunta nel suo “Brevi cenni storici su Barrafranca” riporta una disputa che ci aiuta a chiarirne il culto. Nel capitolo riguardante la chiesa del Purgatorio si legge: “Tra questa chiesa (allora officiata dai Conventuali di san Francesco) e quella dei Minori Riformati sorse questione su quale delle due dovesse celebrare la festa dell’Immacolata nel giorno 8 dicembre. La questione portata al Governo fu decisa in favore della chiesa del Purgatorio con ministeriale dell’11 aprile 1836”.  In un capitolo più avanti, lo storico riporta la ministeriale in questione, dove si legge che la chiesa del Purgatorio poteva festeggiare e processionare il giorno stesso della festa della Concezione, mentre i PP. Riformati facessero lo stesso all’ottava della festa della Concezione. Questo ci fa dedurre che già agli inizi dell’800 il culto era presente a Barrafranca, grazie ai frati Conventuali che officiavano nella chiesa del Purgatorio. Era presente anche una Confraternita che si sciolse, come tante altre, dopo la scomunica di Papa Pio XII ai comunisti nel 1949 e le relative modifiche al Canone del Concilio Vaticano II.  Nell’ex chiesa del Purgatorio era presente un antico simulacro ligneo dell’Immacolata Concezione, di mirabile fattura, che dopo la demolizione della suddetta chiesa, passo nella chiesa Maria SS. della Stella. Anni dopo l’antico Simulacro fu portato da don Pino Giuliana a Riesi (CL) nella chiesa di S. Salvatore.
Chiesa di S. Francesco- altare dell'Immacolata Concezione

Nella chiesa di san Francesco, è presente un Simulacro ligneo della Vergine dei primi dell’ottocento. Nella prima stesura della “Guida alle principali chiese di Barrafranca…” di Gaetano Vicari, la statua su indicazione di fra Palermo, ultimo frate francescano della chiesa san Francesco, viene attribuita a Giuseppe Bagnasco, un artista di Palermo che visse nella prima metà dell’800 (anche se non ci sono elementi per attribuirne la veridicità). Nelle successive revisioni della suddetta Guida, il Vicari ha ipotizzato che la statua possa essere dei fratelli Vaccaro di Caltagirone. L’ipotesi trae origine dal libro del citato storico Giunta e precisamente al Capitolo XXIII ARTE E ARTISTI alla voce “Del Vaccaro”, lo storico scrive «…3. L’Immacolata (statua e pittura) presso i Frati M.M. di S. Francesco».  Difatti, paragonando l’iconografia dell’Immacolata presente nel quadro con i tratti della Statua, il Vicari riscontra molte analogie. Chissà se non sia questa la statua di cui parla lo storico Giunta. Dobbiamo ricordare che le nicchie contenenti le statue erano chiuse con delle tele raffiguranti l’immagine della statua che ricoprivano. La nicchia negli anni trenta conteneva la statua lignea della Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, la cui festa, come ci riferisce il Nicotra, si celebrava in questa chiesa ogni prima domenica di Agosto. Non abbiamo notizia quando la statua della Nostra Signora sia stata sostituita con quella attuale dell’Immacolata.
La stessa ipotesi, che anni addietro è stata avanzata dal Vicari, è ripresa e riproposta dal prof. Paolo Russo della Soprintendenza per i beni culturali e ambientali di Enna, durante il Convegno di presentazione del restauro della suddetta statua per opera del restauratore barrese Valentino Faraci, svoltosi il 25 novembre 2017.  Di questi festeggiamenti ufficiali, con relativa processione, se ne persero le tracce. 
Confraternita dell'Immacolata Concezione
Nel 2017 incentivati dalla riapertura al culto della chiesa di san Francesco, alcuni fedeli hanno chiesto e ottenuto dal vescovo, mons. Rosario Gisana, il permesso di ripristinare i vecchi festeggiamenti, portando in processione, la sera dell’8 dicembre, l’antico Simulacro dell’Immacolata. Inoltre è stata costituita una nuova Confraternita, votata proprio all’Immacolata Concezione.
Nel mondo contadino, la festa dell’Immacolata è considerata la prima festa dopo la fine della semina che, anticamente, si svolgeva a novembre, di ringraziamento e di buon auspicio per il nuovo anno agricolo. Non c’era contadino che la mattina dell’8 dicembre, prima di andare in campagna, non si recasse in chiesa ad assistere alla messa in onore dell’Immacolata.
Mufulette (foto web)
Non ha caso in questo giorno si consuma la “muffuletta”, una pagnotta morbida impastata con cumino, pepe e semi di finocchietto (alcuni usano semi di anice). E’un classico pane delle feste invernali, poiché le sue caratteristiche strutturali consentono, in particolare quando è calda e appena sfornata, di essere imbottita facilmente con ricotta, caciocavallo e sugna (strutto), oppure con olio, pepe, acciughe e formaggio. Sembra che il termine “muffuletta” derivi dall’antico termine sassone “muffin”, che indicava una particolare focaccina. Sembra, infatti, che siano stati i soldati dell’imperatore Federico II a “importare” in Sicilia l’abitudine di aromatizzare il pane con semi di “cumino dei prati”, per meglio conservarlo durante le lunghe campagne militari. La relazione con la Vergine Maria pare riguardi l’intendimento popolare in base al quale la “muffuletta” rappresenti il ventre della Vergine, puro come la ricotta che ne costituisce la farcitura. Inoltre si ritiene che i semi di cumino utilizzati nella “muffuletta” favoriscano la monta lattea nelle donne che hanno appena partorito.  A Barrafranca la classica “muffuletta” è con la ricotta di pecora, ma c’è chi la gusta con olio o altro. 
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RITA BEVILACQUA