giovedì 1 novembre 2018

LA FESTA DEI MORTI tra storia e tradizione

Entrata del cimitero di Barrafranca

Il 02 novembre ricorre la “Commemorazione dei defunti” o, com'è chiamata in Sicilia, LA FESTA DEI MORTI.  L’origine è molto antica. Questa ricorrenza la ritroviamo già presso gli antichi romani. Questi dedicavano, non un giorno, bensì nove giorni dedicati al ricordo dei loro defunti: dal 13 al 21 di febbraio, ultimo mese del calendario romano. Questi giorni erano chiamati Feralia (dal latino fero, fers) perché, durante questi giorni, i vivi portavano delle offerte ai defunti. I riti servivano a placare gli spiriti dei defunti nei confronti dei vivi con l’aiuto degli Dei Mani. L’offerta votiva poteva essere lasciata dentro una ciotola in mezzo alla via. In questo periodo non si poteva contrarre matrimonio. Con l’affermarsi della nuova religione cristiana, la Chiesa cercò di cancellare le antiche feste “pagane”, cioè appartenenti a religioni precedenti, non abolendole, ma appropriandosene, riconducendole nel proprio ambito e mantenendone vivi solo la data, ma in parte anche il significato. Molti studiosi hanno evidenziato che questa ricorrenza derivi dal “Capodanno Celtico”, che coincideva con il giorno di tutti i santi. In quel giorno, uomini mascherati andavano in giro cantando, nella lingua locale, una canzone detta Hogmanay che cominciava: Stanotte è il primo dell’anno. Hogunnaa! (J.G. Frazer, Il ramo d’oro). Per non snaturare le caratteristiche di “festa dei morti” dell’antico Capodanno Celtico, prendendo atto che comunque il popolo (e in larga parte anche il clero) continuava a conservarle, la Chiesa poi dedicò il giorno successivo, 2 novembre, alla Commemorazione dei defunti: fu Odilone di Cluny, nel 998, a ordinare ai Cenobi dipendenti dell’abbazia di celebrare l’ufficio dei defunti dal vespro del primo di novembre, mentre il giorno seguente i sacerdoti avrebbero offerto al Signore l’Eucarestia "pro requie omnium defunctorum". Il rito poi si diffuse a poco a poco al resto d’Europa, giungendo a Roma solo nel XIV secolo. (Eraldo Baldini, "La festa di Halloween in Romagna e nella Padania: moda importata o tradizione millenaria?", appendice a "Romagna Celtica" di Anselmo Calvetti).
A Barrafranca (EN), come nel resto della Sicilia, la festa dei Morti, è molto sentita ed è caratterizzata da particolari tradizioni. Tradizione vuole che, in questo giorno, ogni cappella, ogni lapide sia adorna di fiori e lumini. 
Cimitero adorno di crisantemi (foto web)
Accanto ai tradizionali "crisantemi", i fiori tipici da portare ai defunti, il cimitero è adorno ormai di tutti i tipi di fiori: dalla rosa al lilium,  all'orchidea. Nei tempi passati, il popolo portava ai loro cari defunti fiori semplici, non ricercati, comuni, dovendo essere una semplice  testimonianza del pensiero per l'estinto. I fiori più comuni che si trovavano ai primi di novembre erano proprio i crisantemi e le margherite. 
Una tradizione molto antica, tipica siciliana, è il "regalo dei Morti", ossia il regalo che, la notte tra l'uno e il due novembre, i cari defunti portano ai bambini sempre se questi si fossero comportati bene durante l'anno. La tradizione vuole che in questo giorno i defunti, avendo voglia di rivedere i loro famigliari, abbiano l’opportunità di uscire dalle loro tombe e di andare, mentre tutti dormono, nelle case dei famigliari a visitarli e a lasciare dei doni ai bimbi.
Come racconta lo storico e antropologo Giuseppe Pitrè, in quella notte immense flotte di spiriti vagano per i paesi alla ricerca delle case dei loro cari, pronti a lasciare ai più piccoli, anime pure, i doni. Nel loro viaggio, i morti seguono un ordine ben preciso: prima coloro che morirono di morte naturale, poi i giustiziati, i disgraziati (morti per disgrazia loro incolta), i morti di subito (cioè repentinamente) e via di questo passo. Nessun umano li deve vedere, pena la morte del curioso. 
Processione dei morti (foto web)
Particolare la descrizione che il Pitrè ci fornisce di com'erano "questi morti": in alcuni paesi siciliani si racconta che fossero vestiti di bianco, in altri si dice camminano lenti perché hanno il teschio più pesante rispetto al collo, in altri che hanno un collo in fil di ferro. Questa tradizione trae origine da credenze pagane sopravvissute fino all’alto medioevo. La letteratura medievale dei "mirabilia" è particolarmente ricca di racconti relativi ad apparizioni degli spiriti dei defunti ai vivi. Nella società medievale la forma di esistenza che si attribuisce agli spiriti dei morti dipende dallo svolgimento del «rito di passaggio» della morte: i morti ritornano quando i cerimoniali funebri non si sono potuti svolgere adeguatamente, in caso di morte violenta, di suicidi, donne morte di parto, bambini non battezzati, briganti, criminali insepolti. La credenza negli spiriti trae inoltre origine dal culto dei morti proprio del tessuto culturale precristiano, sia di matrice greco-romana che germanico-celtica La Chiesa alto medievale si preoccupava molto della credenza secondo cui i morti possono tornare a visitare i vivi, in quanto incarnava una delle sopravvivenze del paganesimo e, a partire dal XI secolo, dimostrò una decisa volontà verso la cristianizzazione del residuo pagano del culto dei morti. Tra 1024 e 1033 Cluny istituì, in data 2 novembre, la festa dei Morti, strategicamente collocata il giorno successivo di Ognissanti. La celebrazione conobbe subito una grande fortuna e velocemente si impose in tutta la cristianità occidentale come il momento chiave della commemorazione liturgica dei morti.
"Pupi di zucchero"
Ritornando alla tradizione popolare, non c’era bambino che la mattina del 2 novembre, impaziente di cercare, non andasse in giro per casa il regalo dei morti, nascosto con astuzia dalle madri, in posti meno sospettosi. Si rovistava anche nei posti più strani della casa, finché non saltava fuori il regalo. Il Pitrè, nel descrivere la festa dei morti in Sicilia, riporta una preghiera che era recitata proprio la mattina della festa dei morti, mentre si cercavano i regali: Armi santi, armi santi, io sugnu uno e vuatri siti tanti: mentri sugnu 'ntra stu munnu di guai, cosi di morti mittitiminni assai. (Anime sante, anime sante, io sono uno e voi siete tanti; mentre sono in questo mondo di guai regali dei morti mettetene in abbondanza). 
Lo scrittore siciliano Andrea Camilleri descrive in questo modo questa tradizione: "Fino al 1943, nella nottata che passava tra il primo e il due di novembre, ogni casa siciliana dove c’era un picciliddro si popolava di morti a lui familiari. Non fantasmi col linzòlo bianco e con lo scrùscio di catene, si badi bene, non quelli che fanno spavento, ma tali e quali si vedevano nelle fotografie esposte in salotto, consunti, il mezzo sorriso d’occasione stampato sulla faccia, il vestito buono stirato a regola d’arte, non facevano nessuna differenza coi vivi. Noi nicareddri, prima di andarci a coricare, mettevamo sotto il letto un cesto di vimini (la grandezza variava a seconda dei soldi che c’erano in famiglia) che nottetempo i cari morti avrebbero riempito di dolci e di regali che avremmo trovato il 2 mattina, al risveglio". (Tratto da: Racconti quotidiani)
In cosa consisteva il tanto atteso il regalo dei Morti? Questo poteva essere un vassoio di dolci, di frutta, oppure giocattoli o abiti.  
Cesto con taralli e frutta Martorana
Anni fa a Barrafranca si regalavano, in cesti abbelliti con carta velina colorata, frutta di stagione: melagrane, melacotogne, fichi secchi, noci, mandorle e nocciole, oltre ai "pupi di zucchero", considerati dal Pitrè come "i dolci del basso volgo", regalati dalle famiglie più povere. Questi potevano avere la forma di guerrieri a cavallo, signore, trombe. Alle fidanzate invece si regalava un cestino con "frutta Martorana", tipico dolce siciliano realizzato impastando farina di mandorle e zucchero e modellato a forma di frutta e di ortaggi. Secondo la tradizione, questo dolce deve il suo nome alla Chiesa di Santa Maria dell'Ammiraglio o della Martorana. Si racconta che, per abbellire il monastero per la visita papale, le monache, in mancanza dei frutti del loro orto, crearono nuovi frutti con mandorla e zucchero. Negli anni’ 50 s’iniziarono a regalare i primi giochi, realizzati in legno o, per le famiglie più ricche, i giochi di latta. Alle femminucce le bambole di pezza, realizzante dalle mamme o dalle nonne e ogni anno, per il giorno dei morti, i defunti portavano una veste nuova. In questi giorni non c’è barrese che non mangi i "taralli", quelle dolci e gustose prelibatezze ricoperte di glassa bianca o al cioccolato, tipiche di Barrafranca. I simboli sono chiari: la glassa nera rappresenta la morte, quella bianchi la vita. Oltre ai taralli vengono consumati i "totò", più piccoli, ma anch'essi gustosi, realizzati solo al cioccolato. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


domenica 14 ottobre 2018

La devozione barrese alla Madonna della Catena


Madonna della Catena- anno 2015
La seconda domenica di ottobre a Barrafranca (EN) si festeggia la Madonna della Catena, venerata nella chiesa Madre della Divina Grazia, che ne custodisce un simulacro ligneo. 
Il culto della Madonna della Catena nasce nel 1392 a Palermo, quando in Sicilia regnava il sovrano Martino I d’Aragona (re dal 1392 al 1409). Antonio Mongitore, riprendendo il racconto dell’abate Pirri e di altri storici, narra la vicenda del miracolo, datato il 23 agosto 1392. Mentre tre giovani, condannati ingiustamente, venivano condotti al patibolo nella “gran piazza della marina” (Palermo), scoppiò un temporale, per cui i ministri della giustizia furono costretti a ripararsi nella vicina chiesetta allora chiamata di S. Maria del Porto. Essendo che la tempesta non cessava, furono costretti a rimanere lì e per sicurezza aumentarono le catene ai due giovani. Durante la notte, di fronte alle incessanti preghiere dei tre giovani, la Vergine sciolse le catene lasciandoli liberi. Questi uscirono dalla chiesa andando in giro a raccontare cosa era successo. Quando all’alba le guardie si accorsero del fatto, andarono a cercare i fuggitivi per arrestarli, ma furono bloccati dal popolo che ricorsero al re. Quando questi andò in chiesa, vide con i suoi occhi il miracolo e lasciò liberi i giovani. Da allora i miracoli della Madonna si moltiplicarono e il culto si diffuse in tutta la Sicilia e nell’Italia meridionale.
Madonna della Catena al ritorno dal restauro
A Barrafranca (EN) nella chiesa Madre della Divina Grazia si trova un altare dedicato alla Madonna della Catena (ricoperto da stucchi eseguiti da Santo Scarpulla nel 1956) al cui interno troviamo  la statua lignea della Vergine, scolpita agli inizi degli anni ’50 (che ha sostituito la vecchia statua in carta pesta).
L’ultimo restauro risale a quest’anno, effettuato a Ortisei (BZ) da una ditta specializzata nel settore del restauro del legno. Tanta la devozione alla Madonna della Catena che domenica 24 maggio 2015 la statua, di ritorno dal restauro, è stata accolta dai fedeli nella piazzetta san Pio e portata in processione fino alla chiesa, accompagnata dalle festanti marce della Banda Musicale "Vincenzo Bellini" di Barrafranca, diretta dal maestro Oreste Crapanzano. 
Fino agli anni ’70, la festa prevedeva, come succede per le altre ricorrenze, la processione serale per la tradizionale "via dei Santi". Dopo la sospensione di molte processioni dovute alla Riforma Vaticana,  i festeggiamenti si svolgono in chiesa con le celebrazioni liturgiche, preceduti da una novena o novenario i preparazione alla festa. Solo in casi particolari (come ricorrenze o anniversari della parrocchia) il Simulacro della Madonna è portato in processione per le vie adiacenti alla parrocchia.
Tela Madonna della Catena
Nella suddetta chiesa è presente anche una tela della Madonna della Catena (1,30m ×2.08m) fu dipinta nel 1921 dal Cav. Corrado Attanasio, per iniziativa del sacerdote Calogero Marotta, allora rettore della chiesa. Tutto ciò si evince da una scritta posta alla base della tela. Anticamente questa tela ricopriva la nicchia dell’altare dedicato alla Madonna della Catena, dove adesso trova posto una statua lignea scolpita negli anni ’50, che ha sostituito un’antica realizzata in carta pesta. La tela è ritornata al suo posto nell’aprile 2016, dopo esser stata ripulita e dotata di una cornice lignea, in castagno siciliano, realizzata dal Maestro d’Arte barrese Renzo Giunta e offerta da don Salvatore Nicolosi e da Diego e Rosa Aleo. 
La presenza della tela dimostra la grande devozione che già agli inizi del 900 si praticava in questa chiesa verso la Madonna della Catena.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA


giovedì 4 ottobre 2018

I PALLUNA DI SAN FRANCI’- antica tradizione barrese

Volo dei "palloni di san Francì" anno 2017
Un’antica tradizione che si svolge a Barrafranca (EN) il 4 ottobre, giorno in cui si festeggia san Francesco d’Assisi, è il volo dei “palloni aerostatici ad aria calda”, chiamati dai barresi “i palluna di san Francì”. Dopo la benedizione degli animali, davanti al sagrato della chiesa di san Francesco, sita in Piazza Regina Margherita, i coloratissimi e variopinti “palluna” saranno fatti alzare al cielo palloni, tra la gioia e lo stupore dei partecipanti. 

A Barrafranca l’utilizzo di palloni aerostatici nei festeggiamenti in onore di San Francesco risale ai tempi in cui nel convento francescano era presente Fra Agnello (1884-1977), padre dell’ordine dei frati minori. 
Padre Agnello 
Molto legato al culto del Santo, padre Agnello cercò di valorizzarne la festa realizzando dei palloni ad aria calda da far volare la sera della festa. Padre Agnello amava utilizzare materiali poveri, semplici, come carta velina colorata, colla vinilica, fil di ferro, che ben si prestavano anche per la loro leggerezza. Si realizzavano enormi palloni fatti gonfiare mediante l’aria creata dalla combustione di un po’ di paglia alla base dei palloni e questo permetteva loro di volare alti nel cielo. Simboli di gioia e di allegria, il loro volo simboleggia l’elevarsi dell’anima verso il cielo, alla ricerca di Dio. Difatti la festa andava a buon esito quando i palloni riuscivano a volare alti in cielo senza bruciarsi. Con il trasferimento di padre Agnello in un altro convento, la costruzione dei palloni andò scemando, tanto che scomparvero. Dopo alcuni anni, il recupero dei palloni si ebbe grazie al maestro Gaetano Orofino (1924-2005) che insegnò ad alcuni della Proloco locale come realizzarli. Uno di questi fu il signor Malfitano che iniziò a costruire i palloni aerostatici nella sede dell’Associazione “Gruppo Spettacolo Arcobaleno”. Da allora ogni anno l’Associazione Arcobaleno si adopera affinché la tradizione si perpetui. Difatti sono le giovani leve a realizzare i palloni. Negli anni anche gruppi di scolaresche e altre associazioni come il “Gruppo Nuovamente Tradizione”, si sono cimentate nella costruzione dei palloni. Grazie all'impegno di tutti loro, questa tradizione continua ancora a persistere.
Striscia iniziale del pallone

I palloni aerostatici sono realizzati con strisce colorate di carta velina, incollate tra loro con una leggera platina di colla vinilica (diluita al 90%) a formare un pallone simile a una mongolfiera. Essi sono realizzati seguendo uno schema ben preciso: il pallone è suddiviso in tre parti: “Striscia iniziale”, “Pancia” e “Coperchio”. Prima si realizzano tre diverse sagome in cartone che serviranno per le tre diverse parti. Quando tutto è pronto, striscia d’inizio, pancia e coperchio vengono incollati tra di loro e già il pallone tende a chiudersi da solo. 
Coperchio del pallone
Poi viene chiuso, formando così il pallone, con il sopra e il sotto vuoti. Infine viene rigirato e la parte alta viene chiusa con un foglio circolare del diametro del foro, cui viene attaccata una maniglietta sempre realizzata in carta velina, che servirà per appendere il pallone nella fase in cui verrà gonfiato. Difatti il pallone viene tenuto alzato mediante una canna con l'estremità un uncino che servirà per appendere il pallone mediante la maniglietta posta all’estremità, quanto la fase di riscaldamento con aria calda. Alla base, invece, viene inserito del fil di ferro zincato o il cerchio di plastica che utilizzano le sarte nel realizzare i vestiti da sposa, che conferisce la forma arrotondata, creando una bocca circolare.

A questa vengono inserite alcuni fil di ferro incrociati al centro. Qui, nel punto d’incontro, viene realizzata, sempre in fil di ferro una struttura a cerchio, dove trova posto del cotone imbevuto di benzina. L’aria calda che si crea dentro al pallone lo fa gonfiare, fornendogli la forza ascensionale per alzarsi da terra e volare in cielo. Il principio è semplice: per ottenere una spinta sufficiente a farlo volare, l'aerostato deve essere riempito di un gas più leggero dell'aria, in questo caso l’aria calda, e che venga superato il punto di equilibrio tra il peso dell'aerostato e quello dell'aria che esso sposta. Dopo il decollo l'aerostato salirà fino a quando verrà raggiunto un nuovo punto di equilibrio. Il vento lo porterà lontano, fino a quanto non si consumerà definitivamente!
(Le foto risalgono ai festeggiamenti del 2017. Il pallone è stato realizzato da Daniele Cumia, Luigi Bellanti e Simone Bonelli.)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)
RITA BEVILACQUA 
Base in fil di ferro per contenere il cotone
Prova di riscaldamento
Pallone finito

(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

sabato 29 settembre 2018

Devozione barrese alla NOSTRA SIGNORA DEL SACRO CUORE

Fercolo della "Nostra Signora del Sacro Cuore" dopo il restauro del 2015

A Barrafranca (EN) la festa della Nostra Signora del Sacro Cuore, che nel paese si festeggia l’ultima domenica di settembre, chiude il ciclo delle feste estive dedicate alla Madonna.  Non sappiamo quando a Barrafranca sono iniziati i festeggiamenti. Nel suo Dizionario (1907) il Nicotra scrive che una statua della suddetta Madonna si trovava nella chiesa di san Francesco nell'omonimo altare (attualmente  reca una statua dell’Immacolata) e si celebrava in questa chiesa ogni prima domenica di agosto (vedi anche "Guida alle principali chiese di Barrafranca" del barrese Gaetano Vicari). Non sappiamo perché fu spostata la data. Si potrebbe ipotizzare che, dovendo chiudere il ciclo estivo dei festeggiamenti concernenti i vari patroni o santi che caratterizzano tutti i comuni siciliani, anche a Barrafranca si decise di festeggiare a fine settembre la nuova devozione, sorta con l’arrivo in paese della statua, avvenuta nel 1879 e realizzata dalla casa Daniel di Parigi, sotto richiesta dei frati minori per la loro chiesa di san Francesco. In seguito a questioni sorte tra i frati, la statua fu donata alla chiesa Madonna dell’Itria. La statua fu posta nella nicchia dell’altare Maggiore della chiesa che prima custodiva la statua della Madonna dell’Itria. Nell'estate 2015 la statua fu inviata a Ortisei (BZ) per essere restaurata e riportata agli antichi splendori. Il restauro è stato effettuato dalla ditta Stuflesser di Ortisei, restauratori e realizzatori di sculture di legno. Il tutto è stato possibile grazie alle offerte dei fedeli. I festeggiamenti prevedono una novena di preparazione, che si svolge nella chiesa della Madonna dell’Itria e infine i festeggiamenti di domenica con la tradizionale processione serale per la "Via dei Santi".
La devozione della Chiesa Cattolica alla Nostra Signora del Sacro Cuore risale al 1857 e nasce a Bourges, in Francia, dove un giovane sacerdote Giulio Chevalier (1824-1907) fonda la “Congregazione dei Missionari del Sacro Cuore”. Fu proprio il giovane sacerdote a far presente ai suoi confratelli che nella sua congregazione Maria sarebbe stata onorata con il titolo di “Nostra Signora del Sacro Cuore”. La prima effige risale al 1891 e l’immagine prescelta era l’Immacolata (come appariva nella medaglia miracolosa di Caterina Loboué), ma con una novità: in piedi, davanti alla Madonna, vi era Gesù fanciullo mentre con la sinistra mostra il suo cuore e con la destra indica la madre. L’immagine fu poi cambiata nel 1874 da papa Pio IX in quella che attualmente è riconosciuta dalla chiesa (e che fino a qualche anno fa si usava pure a Barrafranca): Maria con il bambino in braccio nell’atto di svelarne il Cuore, mentre il Figlio indica la Madre. La preghiera che si legge dietro l’immagine fu scritta dallo stesso Chevalier. Il calendario liturgico non prevede una giornata particolare in cui celebrare la “Nostra Signora del Sacro Cuore”.


Preghiera scritta da Giulio Chevalier:
"Ricordatevi o Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, del potere ineffabile che il vostro divin Figliolo vi ha dato sopra il suo Cuore adorabile. Pieni di fiducia nei vostri meriti, noi veniamo ad implorare la vostra protezione. O Celeste Tesoriera del Cuore di Gesù, di quel Cuore ch’è la sorgente inesauribile di tutte le grazie, e che Voi potete aprire a vostro piacere, per farne discendere sopra gli uomini tutti i tesori di amore e di misericordia, di lume e di salute ch’Esso racchiude in sè, concedeteci, ve ne scongiuriamo, i favori che vi domandiamo… No, noi non possiamo ricevere da Voi alcun rifiuto, e poiché Voi siete la nostra Madre, o Nostra Signora del Sacro Cuore di Gesù, accogliete benignamente le nostre preghiere e degnatevi di esaudirle.
Così sia."
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

venerdì 21 settembre 2018

21 settembre 1990: il giudice Rosario Livatino fu ucciso con armi rubate a Barrafranca

A sinistra la macchina del giudice Livatino- a destra Rosario Livatino

Aveva solo 38 anni (li avrebbe compiuti a breve) il giudice Rosario Livatino quando perse la vita nella lotta contro la mafia, colui che voleva dare “un’anima alla legge”, come aveva detto poco prima di morire. Ad ucciderlo dei sicari che imbracciavano armi rubate mesi prima a Barrafranca (EN).
Erano circa le nove di un tranquillo venerdì di settembre,  precisamente il 21 settembre 1990,  quando sulla statale 640 Agrigento-Caltanissetta il giudice Rosario Livatino, mentre si trovava nella sua auto, una Ford Fiesta amaranto,  fu ucciso da alcuni killer a bordo di un’auto e di una moto. Nonostante il giudice fosse già morto, l’assassino inferì sul suo corpo sparandogli ancora in segno di sfregio e lasciandolo in una pozza di sangue.
Viaggiava senza scorto il Giudice che voleva infliggere un duro colpo alla mafia. Aveva indagato su appalti, traffico di droga, riciclaggio e su vicende di mafia. Durante le indagini fu scoperto che le armi usate per l’agguato erano state rubate il 30 marzo 1990 a due carabinieri in servizio a Barrafranca (EN). Questo è emerso dal processo che si è svolto a Caltanissetta nel dicembre del 2003 a carico  di S.B. di Ravanusa, che all’epoca della rapina a Barrafranca aveva 17 anni. (Fonte: quotidiano “La Sicilia”,  articolo pubblicato nel 2004 da Angelo Severino). Riportiamo i fatti.
Stele in onore del giudice Livatino
Il 30 marzo del 1990 S.B. si trovava, insieme ad altri quattro ravanusani, a Barrafranca (EN) con lo scopo di compiere una rapina all’ufficio postale, allora sito nel centro del paese. La rapina però fallì poiché sul posto erano arrivati due carabinieri della locale Stazione per un ordinario controllo del territorio. La banda decise allora di aggredire i due militari dell’Arma e, pistole alle mani, li minacciarono e li derubarono delle armi: due pistole tipo Beretta M92 e una mitraglietta M12. A causa dell’increscioso evento, i due militari furono trasferiti altrove. Da successive indagine emerse che le armi rubate ai carabinieri in servizio a Barrafranca, furono successivamente utilizzate per compiere crimini anche eclatanti, come nel caso dell’uccisione del giudice Rosario Livatino.
Per la morte del giudice Livatino sono stati individuati, grazie al supertestimone Pietro Ivano Nava, i componenti del commando omicida e i mandanti  sono stati tutti condannati, in tre diversi processi, all’ergastolo con pene ridotte per i “collaboranti”. Nel 1993 il vescovo di Agrigento ha incaricato Ida Abate, che del giudice fu insegnante, di raccogliere testimonianze per la causa di beatificazione. Il 19 luglio 2011 è stato firmato dall’arcivescovo di Agrigento il decreto per l’avvio del processo diocesano di beatificazione, aperto ufficialmente il 21 settembre 2011 nella chiesa di San Domenico di Canicattì. Nel luogo dove fu ucciso i genitori del giudice hanno fatto erigere una  Stele ad eterna memoria. Tuttavia, il 18 luglio 2017 mani sacrileghe hanno danneggiato la Stele.
Rosario Livatino
ROSARIO LIVATINO era nato a Canicattì (AG) il 3 ottobre 1952, figlio di un avvocato di nome Vincenzo  e di Rosalia Corbo. Conseguita la maturità, nel 1971 si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza a Palermo presso la quale si laureò nel 1975 cum laude. Tra il 1977 ed il 1978 prestò servizio come vicedirettore in prova 119 119 presso l’Ufficio del Registro di Agrigento. Sempre nel 1978, dopo essersi classificato tra i primi in graduatoria nel concorso per uditore giudiziario, entrò in magistratura presso il Tribunale di Caltanissetta. Nel 1979 diventò sostituto procuratore presso il tribunale di Agrigento e ricoprì la carica fino al 1989, quando assunse il ruolo di “giudice a latere”. Nella sua attività si era occupato di quella che sarebbe esplosa come la Tangentopoli Siciliana ed aveva messo a segno numerosi colpi nei confronti della mafia, attraverso lo strumento della confisca dei beni. Numerose le inchieste sulla mafia dell’agrigentino e di altre zone della regione.  Per questo motivo la mafia decise di eliminarlo! 
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RITA BEVILACQUA


venerdì 14 settembre 2018

In occasione dell’Esaltazione della Croce, Barrafranca celebra il SS. Crocifisso




L’ESALTAZIONE della CROCE, che ricorre il 14 settembre, è una ricorrenza religiosa in cui la Chiesa commemora “LA CROCE” dove fu Cristo fu Crocifisso. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l’antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino “crux”, cioè tormento, era riservata agli schiavi) e il supplizio viene tramutato in gloria. La croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana. La data scelta ricorda il ritrovamento della croce di Gesù da parte di sant’Elena, avvenuto nel IV secolo e secondo la tradizione proprio il 14 settembre: in quel giorno la reliquia fu alzata dal vescovo di Gerusalemme di fronte al popolo, che fu invitato all’adorazione. La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella “dell’Anàstasis”, cioè della Risurrezione. Col termine di “esaltazione”, che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall’imperatore Eraclio nel 628 d.C.

In occasione della festa, a Barrafranca (EN) i fedeli possono rivedere e adorare il SS. Crocifisso, che si trova nella chiesa Madre. Tutto l’anno il Santissimo è custodito dentro ad un tabernacolo posto nell’omonimo altare e viene “svelato” ed esposto ai fedeli solo tre volte l’anno: il Venerdì Santo, che è portato in processione, l’Ottava del venerdì santo, per le funzioni in chiesa e il 14 settembre, in occasione della festa dell’esaltazione della Croce. I fedeli troveranno il Santissimo esposto nell’ altare maggiore e avranno anche la possibilità di partecipare alle funzioni liturgiche, alla fine delle quali potranno baciare il Santissimo e portare a casa il cotone benedetto. Ogni anno per l’occasione la Chiesa Madre è gremita di persone che vanno a render omaggio al Santissimo, a pregare e, secondo una pratica cristiana, a baciarlo. A conclusione della giornata,  in religioso silenzio il popolo dei fedeli aspetta che il Santissimo venga velato e riposto nella teca che lo custodisce tutto l’anno. Ritornerà tra i suoi fedeli nella giornata del Venerdì Santo.
Ma che valenza assume nel culto cristiano questo bacio?

L’atto del baciare è uno dei gesti più usati nella vita sociale: si baciano i figli, i coniugi, gli amici. Anche nel culto cristiano, il bacio ha un’importante valenza simbolica. Come gesto, il bacio appartiene a quel linguaggio non verbale che è pur tipico della liturgia e della devozione: ne sono esempio il baciare immaginette sacre, statue e soprattutto le immagini del Crocifisso. Questa è una consuetudine molto antica e deriva dall'usanza che c’era a Gerusalemme di far baciare il “Legno della Croce” ai pellegrini, perché quel Legno fu reso sacro dal Sangue del Signore e quindi era un gesto di venerazione verso Nostro Signore che patisce e muore in Croce per noi. Da Gerusalemme, tramite i pellegrini l’adorazione della Croce arrivò alle altre Chiese.  Non esistono altre occasioni liturgiche che prevedano cose simili. Vi è, però, in molte occasioni la tradizione (non liturgica) di venerare la Vergine Maria o i Santi (soprattutto le reliquie) con il bacio. Dopo il Concilio Vaticano II, con l’istituzione «Inter Oecumenici» del 1964 (n. 36), sono stati soppressi diversi baci a oggetti sacri. In questo contesto, il bacio diventa elemento di comunicazione, sia a livello antropologico e psicologico e, di conseguenza, come segno per esprimere un atteggiamento di fede. Quando i fedeli a massa si recano a “baciare” il SS. Crocifisso inchiodato alla Croce non fanno altro che andare ad adorare, con sentimenti di amore riverenziale, chi è morto in croce per salvare l’umanità, a entrare in comunione con le sue sofferenze. Il bacio diventa così centrale nel momento dell’adorazione: permette al fedele un contatto fisico diretto con il Cristo, divenendo simbolo di unione e riconciliazione. 
Fonte: Rita Bevilacqua, SETTIMANA SANTA A BARRAFRANCA, Bonfirraro Editore, 2014 (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



venerdì 7 settembre 2018

7 settembre 1978-7 settembre 2018: 40° anniversario dell’Incoronazione della tela di Maria SS. della Stella


Incoronazione con monsignor Sebastiano Rosso
Sono già passati quarant’anni dalla Solenne Incoronazione delle immagini della Madonna e del Bambino raffigurati nella nuova tela di Maria SS. della Stella, compatrona di Barrafranca (EN) dipinta allora dal pittore barrese prof. Gaetano Vicari.
A causa di un furto sacrilego, avvenuto nella notte tra il 19 e il 20 giugno del 1977, la città di Barrafranca era rimasta orfana dell’effige della sua Compatrona, protettrice e Madre amorevole. Era necessario che il popolo avesse una nuova effige di Maria, appellata della Stella, che li proteggesse, che li aiutasse nei momenti più difficili. 

La signora Maria Caltavuturo
Grazie ad un concorso indetto da don Giuseppe Zafarana, parroco della chiesa Maria SS. della Stella e dalla Commissione diocesana di Arte Sacra, il 13 agosto 1978 Barrafranca ebbe la nuova tela di Maria SS. della Stella, realizzata dal pittore barrese Gaetano Vicari. Il 30 agosto alla presenza del Vicari e di tanti fedeli, la nuova tela di Maria SS. della Stella entra per la prima volta nell’omonima chiesa e viene benedetta dal parroco don Giuseppe Zafarana. La Solenne Incoronazione della Madonna e del Bambino avvenne invece durante le celebrazioni solenni del 7 settembre 1978. 
In una chiesa gremita di barresi, alla presenza del sindaco di Barrafranca professor Totò Faraci, delle autorità civili e del clero barrese, Sua Eccellenza mons. Sebastiano Rosso, allora vescovo della diocesi di Piazza Armerina, incorona l’immagine della Madonna e del Bambino con nuove Corone e nuovo stellario in argento tempestate da acque marine e topazi, opera di Santo Gambino (Ditta Fredi di Catania). Il tutto fu offerto dalla signora Maria Caltavuturo, vedova del professor Calogero Ferreri, da sempre devota alla Madonna.
Diploma di Primo premio
Ricordando quei momenti, Gaetano Vicari racconta che il giorno dell’incoronazione, la dodicesima stella dello stellario non fu affissa alla tela, perché la dodicesima era applicata sulla corona. La tredicesima stella fu donata, insieme al diploma di Primo Premio all’autore del dipinto Gaetano Vicari, il 12/08/1978 dal Parroco di allora. Nel 2014 è stata aggiunta allo stellario la dodicesima stella realizzata dall'Argenteria Amato di Palermo, perfettamente uguale alle altre. Inoltre l’illustre pittore si rammarica del fatto che il quarantesimo anniversario stia passando inosservato. 
Incoronazione della Vergine Maria
Riportiamo una parte della testimonianza del pittore Gaetano Vicari manifestata in occasione del 30° anniversario della benedizione e incoronazione del nuovo quadro di Maria SS. della Stella, anno 2008 (Il testo integrale si trova nel sito www.gaetanovicari.it)
«Decisi di partecipare e mi adoperai a procurare la tela e tutto l’occorrente di ottima qualità. Il compito però era molto arduo perché si trattava di rifare un’opera che avrebbe sostituito la vecchia immagine, alla quale il popolo barrese era legato da sentimenti antichissimi di fede e devozione. La Madonna della Stella aveva assunto per Barrafranca a poco a poco un grande valore familiare e affettivo a discapito del patrono sant’Alessandro.
Maturò così in me l’idea che, per continuare la tradizione, avrei concepito una composizione con la stessa sagoma della vecchia, nella quale la Madonna che allatta il Bambino con i due santi ai lati sarebbe stata formulata con soluzioni personali, anche se classicheggianti.
Cominciando l’esecuzione di questa intuizione, ben presto capii che si sarebbero presentate diverse difficoltà da risolvere e superare. Per iniziare, cercai di riprodurre le parti dell’antico dipinto che ritenevo più adatte all’idea che avevo progettato, come il cielo e, nei limiti del possibile, la figura del san Giovanni; ma gli altri personaggi dovevano essere completamente rielaborati.
Avevo trasferito lo studio pittorico in un casolare di campagna, dove ogni giorno mi recavo a dipingere. Mi dedicai al quadro per quasi tre mesi. Fu un lavoro intenso, pieno di fervore e di delusioni, di ripensamenti e di soddisfazioni. Quante volte accarezzai con il pennello le gote della Madonna; quante volte rifeci e corressi gli occhi, cercando quello sguardo materno e puro; quante volte rifeci l’accenno del sorriso delle labbra: rifacevo, cercavo, sfumavo per trovare tra sguardo e sorriso quell’equilibrio, che avrebbe prodotto e fissato l’espressione materna, umana e sovrumana della Madre di Dio.
La figura di sant’Alessandro (per alcuni San Luca) non mi diede tanti problemi anzi mi procurò delle soddisfazioni nella realizzazione del broccato del piviale, della sua fibbia cesellata e dell’anello papale. (Stranamente il santo tiene in mano un libro, oggetto che forse avvalora la tesi la quale sostiene che prima si trattasse di san Luca, che adornato “con mitra e pastorale” [di questo non c’era e non c’è traccia nel dipinto] fu trasformato in sant’Alessandro).
Come ho prima accennato l’attuazione di san Giovanni Battista fu la più vicina all’originale, anche se nell’eseguirla dovetti ricostruire l’anatomia del petto e del braccio, nell’antico dipinto troppo villosi, e rifare più realisticamente la canna e l’agnello.
Tela Maria SS della Stella del pittore Gaetano Vicari
La parte del dipinto con la figura della Vergine doveva essere la  più studiata, perché, come perno della struttura, doveva creare, con l’alternanza  dei volumi, profondità, equilibrio e consistenza  all’insieme. La sagoma antica, che anche qui volli mantenere, determinò diverse difficoltà, specialmente nella posizione del Bambino, nell’originale troppo alto. La mammella che allatta, di conseguenza,  risultò anatomicamente inesatta (cosa che suscitò alcune critiche), anche se sostenuta e sollevata dalla mano della Vergine; e il cuscino su cui siede il Bambino divenne troppo pieno e un po’ sproporzionato: avrei potuto ovviare a questi “difetti”, abbassando il Bambino, ma preferii restare fedele al progetto iniziale. Nella mia scelta fui anche confortato dalle diverse iconografie della Madonna nel corso dei secoli in cui non sono rispettate le proporzioni anatomiche, ma le esigenze emozionali ed istintive dei singoli autori.
Il panneggio del manto e della veste, interamente ricostruito, contribuì a dare profondità alla composizione nella successione delle parti in avanti illuminate dal ceruleo e dal rosa, e di quelle indietro ombreggiate e rese più profonde dall’oltremare e dal rosso cadmio scuro.
 Per finire ricreai la base del trono, della quale nell’originale non c’era traccia, per ripristinare la posizione della Vergine seduta, rispetto ai due Santi ai lati in piedi. La struttura risultò così ben definita su diversi piani, con i due Santi che si stagliano su un cielo mattutino, posti un po’ indietro, e con la Madonna sul trono in primo piano, la quale avanza in uno slancio d’amore verso i fedeli.
Durante i mesi di incessante lavoro pittorico, il casolare di campagna fu meta di molte visite: amici, parenti, conoscenti venivano a trovarmi per vedermi dipingere e per ammirare l’opera, che a poco a poco prendeva forma. Molte cose furono motivo di discussione, qualche piccolo “difetto”, visto o scoperto da occhi diversi dai miei, venne corretto; altri particolari, frutto di convincimento ragionato, rimasero tali e quali…ma tutti erano concordi nel sostenere la  validità dell’ impostazione e l’armonia della composizione. (Venne anche il parroco don Giuseppe Zafarana ed un pittore barrese partecipante allo stesso Concorso).
Il pittore Gaetano Vicari e don Giuseppe Zafarana

Man mano che il lavoro procedeva, si rafforzava in me la convinzione di andare creando una pala la quale mi recava, nell'esecuzione e nel risultato dell’abbozzo generale, una sensazione di appagamento, che mi spronava a proseguire, anche perché la scadenza della consegna incalzava.
Finita la fase della schematizzazione complessiva, mi dedicai alla cura dei particolari, cercando di non disturbare l’armonia e l’equilibrio dell’insieme.
Le ultime rifiniture e i ritocchi richiesero molto tempo, anche perché in una tela di quelle proporzioni non si finiva mai di correggere, rivedere, ritoccare, sfumare… riservai speciale attenzione allo sfavillìo degli ori dei bordi, delle stelle e delle aureole (delle quali ho mantenuto le proporzioni originali, restando quella di San Giovanni più piccola rispetto alle altre), in un gioco equilibrato di ocra oro e giallo di cadmio. All’ultimo momento dovetti dipingere anche lo Stellario e la piccola stella cometa sul manto, (un amico mi aiutò a dividere il cerchio in dodici parti uguali).
Allo scadere del tempo, a discapito della fatica fisica e mentale per l’impegno di mesi, l’immagine di Maria S.S. della Stella era completata: il dipinto nel suo insieme mi dava un senso di soddisfazione, percezione che cresceva man mano che osservavo il quadro anche nei particolari; e mi consolava il fatto che chi lo ammirava per la prima volta  e coloro che lo avevano visto realizzarsi esprimessero tutti lo stesso consenso. GAETANO VICARI»
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)
RITA BEVILACQUA
Corona della Vergine Maria

Corona del Bambin Gesù

Stellario

(Foto e materiale sono soggetti a copyright)