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venerdì 11 giugno 2021

"I paggetti di sant’Antonio" antica tradizione popolare dedicata a sant’Antonio di Padova

I paggetti di sant'Antonio (foto Salvatore Licata)

Quando la devozione popolare ai Santi era motivo di unione, d’imput a esternare un senso di religiosità popolare che varcava i canoni classici del credo religioso, fino agli anni ’60 del secolo scorso, si svolgeva a Barrafranca (EN) una particolare tradizione religiosa popolare chiamata "I paggetti di sant'Antonio". Si trattava della vestizione in divisa di alcuni bambini i quali partecipavano alla processione solenne organizzata dai frati del Convento di San Francesco in occasione del "Corpus Domini".  Prima della riforma del Concilio Vaticano II (1962-1965) la festa durava otto giorni e ogni Chiesa organizzava una solenne processione che si snodava per le vie della propria parrocchia. La processione procedeva per le vie del quartiere, dove erano allestiti degli altarini, realizzati appendendo al muro esterno della casa, una coperta di seta o di ciniglia, riccamente lavorata, su cui sopra era appesa un’immagine sacra. Gli altarini erano arricchiti con immagine sacre, fiori, candele, spighe o pane e vino. Particolare era la processione organizzata dai frati che vedevano la presenza, appunto, dei paggetti di sant'Antonio, ossia dei bambini vestiti con un’uniforme simile nella forma a quella della Guardia Svizzera pontificia ma di colore diverso: pantaloni e casacca color carta da zucchero (azzurrino)con strisce nere, mantello nero (il nero ricorda il saio del Santo) e in testa basco nero con piuma bianca. Al fianco portavano una piccola spada. Al momento dell’elevazione dell’Ostensorio, mentre la banda musicale suonava il canto "T’adoriam Ostia Divina"e i fedeli intonavano inni sacri, i paggetti di sant'Antonio sguainavano le spade. Lo ricorda bene lo storico barrese Salvatore Licata quando, da bambino, vestiva i panni del paggetto e seguiva, assieme ai ragazzini della parrocchia, la lunga e spesso difficoltosa processione del Corpus Domini che si snodava tra le vie del quartiere Serra e Poggio (le strade di allora erano polverose e piene di ghiaia).
Da altre testimonianze emerge che i bambini vestiti da paggetti andavano in Chiesa anche il 13 giugno durante la celebrazione liturgica in onore di Sant’Antonio che si svolgeva nella Chiesa di San Francesco, dove è presente un simulacro del Santo padovano.

Paggetto di Sant'Antonio (foto Alessandro Costa)

Alessandro Costa
(classe 1945) ci racconta che erano i frati a fornire ai fedeli, che ne facessero richiesto, le indicazioni e il modello del paggetto. A organizzare la presenza dei paggetti sia per i festeggiamenti in onore di sant'Antonio, sia per il Corpus Domini erano padre Ludovico, padre Agnello, padre Guardiano e alcune fedeli della parrocchia. 

Paggetto di Sant'Antonio (foto Giuseppe Salvaggio)

Alcuni vestitini furono realizzati per grazia ricevuta. E’ il caso del compianto Giuseppe Salvaggio (classe 1945). La figlia Loredana ci racconta che la nonna, dopo la morte di un predicente figlio, aveva posto sotto la protezione di sant'Antonio il piccolissimo Giuseppe, affinché non morisse come gli altri. Scampato il pericolo, la madre andò in chiesa e a Padre Guardiano le diede le indicazioni per realizzare il vestitino da paggetto di Sant'Antonio.
Da alcune ricerche è emerso che la tradizione dei bambini vestiti da paggetti nella processione del 13 giugno la ritroviamo a Messina.

Messina 1962- Paggetti nella processione di sant'Antonio di Padova (foto web)

Da fonti storiche la devozione al Santo padovano si ebbe grazie al Beato Annibale Maria di Francia (1851-1927), grande devoto di Sant'Antonio e fondatore della Basilica Antoniana. Negli anni Messina è diventata il centro della devozione al Santo: difatti ogni anno migliaia di fedeli, provenienti non solo dalla provincia di Messina, ma da varie zone della Sicilia e dalla vicina Calabria, raggiungono la Basilica di S. Antonio per rendere omaggio al Santo e partecipare all'imponente processione del Carro Trionfale (l’attuale carro risale al 1946; il primo al 1931). Inoltre bimbi vestiti da paggetti sono presenti anche nei festeggiamenti che si svolgono a Padova e in altri paesi del Veneto. Da tutto ciò, si potrebbe ipotizzare che la tradizione, già presente a Messina nella prima metà del 1900, sia arrivata a Barrafranca ha metà del ‘900, portata dai frati francescani presenti nel Convento barrese. Difatti, dalle interviste sopra citate e dalle foto d’epoca, si evince che la tradizione si svolgeva anche a Barrafranca già negli anni '50. 
In questa tradizione centrale è la presenza dei bambini, caratteristica questa che riscontriamo in altre pratiche popolari come le orfanelle dietro i cortei funebri, le bimbe vestite di bianco nelle processioni del Corpus Domini o del Venerdì Santo. Simboli di purezza e d’innocenza, la presenza dei bambini qui assume un ruolo speciale, poiché Sant'Antonio è stato da sempre considerato protettore dei bambini, con riferimento ai tanti miracoli compiuti dal Santo verso i piccoli.

FONTI: Salvatore Licata, Carmelo Orofino, "BARRAFRANCA. La storia, le tradizioni, la cultura popolare", 3ªedizione, 2010; "PADOVA. LA PROCESSIONE DEL SANTO E I TREDICI PAGGETTI. NELLA TRADIZIONE, UNA SERENA BARRIERA AL CONFORMISMO NEOPAGANO" di Elisabetta Frezza, pubblicato nel giugno 2013 in ricognizioni.it; www.basilicaantoniana.it; Fonti orali tra cui Salvatore Licata, Alessandro Costa, Loredana Salvaggio. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

martedì 25 maggio 2021

"I nove cori degli Angeli" antica pratica devozionale che si faceva a Barrafranca

Antico funerale davanti alla chiesa Madre di Barrafranca

La pratica conosciuta come "I nove cori degli Angeli", che si svolgeva a Barrafranca (EN) fino alla fine degli anni '60, affonda le sue radici in quelle pratiche di devozione popolare che permettono a due persone di stringere un vincolo sotto la tutela cristiana. Una sorta di parentela spirituale che permette a persone estranee di stringere legami indissolubili che solo la morte può sciogliere.

Come tutti i patti che si stringono tra persone, anche questa pratica presuppone tutta una serie di riti e di obblighi che servono a suggellare il patto intrapreso. I nove cori degli Angeli si svolgeva il giorno di Pasquetta che per consuetudine è chiamato "Lunedì dell’Angelo" in ricordo dell’apparizione dell’Angelo alle donne che si erano recate al Sepolcro nel giorno della Resurrezione di Cristo. L'espressione "Lunedì dell'Angelo", diffusa in Italia, non appartiene al calendario liturgico della Chiesa cattolica, il quale lo indica come lunedì dell'Ottava di Pasqua.

In quel giorno, due ragazze stringevano un patto che consisteva nel digiunare per nove anni consecutivi il giorno della Pasquetta, tanti quanti sono i cori angelici. Il beneficio che se ne ricavava era quello che alla morte di uno l’altro superstite si sarebbe adoperato a far partecipare al corteo funebre nove bambine vestite di bianco. Dopo i nove anni o "digiuni" il patto era ormai sancito e le ragazze diventavano "comari" per tutta la vita. In alcuni casi questo patto si poteva estendere ai figli morti prematuramente di una delle due contraenti. Se a morire fosse stata una donna non sposata o un bimbo piccolo, le bambine portavano dei cestini pieni di petali di rose bianche che venivano sparsi durante il corteo funebre. I nove bambini, canditi come la loro veste bianca, rappresentavano la purezza degli Angeli che accompagnavano l’anima del defunto. Erano nove, tanti quanti sono i cori degli Angeli, ossia la divisione in "schiere" o "cori" con cui vengono classificati gli angeli. Secondo i Padri della Chiesa gli Angeli si possono suddividere in tre Gerarchie, ognuna delle quali è divisa in tre Ordini differenti, che dalla loro riunione formano quello che si chiamano "I nove Cori degli Angeli". La prima Gerarchia comprende Serafini, Cherubini Troni, la seconda Dominazioni, le Potenze e le Virtù, la terza Principati, Arcangeli e Angeli. Questa divisione si basa sui nomi di angeli che si rinvengono nelle Sacre Scritture. Tra le tante preghiere che la Chiesa dedica agli angeli, molto conosciuta è la "Corona angelica", simile a un rosario, con la quale si pregano gli angeli di ogni gerarchia e si chiede loro di intercedere presso Dio per ottenere la grazia.

Ritornando al patto che i bambini stringevano nel giorno di pasquetta, questo dava la possibilità al futuro defunto di essere accompagnato, nel suo ultimo tragitto terreno, dalla preghiera e dalle litanie di anime candide che gli rendessero più agevole il trapasso nell’aldilà. Per capire il senso di tutto ciò, dobbiamo fare un passo indietro e ricordare alcune delle usanze funebri. Una di queste era quella di far partecipare al corteo funebre le orfanelle del paese. Difatti le suore accompagnavano, dietro richiesta, un nutrito gruppo di orfanelle vestite di nero, ricevendo in cambio l'elemosina. Le orfanelle s’impegnavano a pregare per l'anima del defunto. Più alta era la classe sociale del defunto, più nutrito era la schiera di persone che accompagnavano il corteo funebre, come il clero, i monaci, le orfanelle.

13 febbraio 1956 funerali Maresciallo Troja con le orfanelle 

Queste pratiche di pietà popolare nascono dalla convinzione secondo cui il trapasso nell'aldilà diventa più agevole con le preghiere di famigliari e di anime pure, come i bambini o le orfanelle. Nella cultura popolare siciliana i bambini e i poveri fungono da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti, una sorta di "trait d’union" dove i bambini o i poveri diventano il tramite con l’aldilà, agevolandone trapasso. Molti rituali siciliani hanno come protagonista i bambini, vedi le tradizioni del 2 novembre o i poveri che per la loro condizione, la purezza dei bambini e l’indigenza dei poveri, li avvicina a Dio. Inoltre il rituale della preghiera permettere all'anima del defunto di oltrepassare la soglia del Naturale ed elevarsi verso il Paradiso. Secondo i cristiani, infatti, l’anima della persona scomparsa si trova in Purgatorio finché non gli viene permesso di salire in Cielo. Oltre all'ascensione delle anime, le preghiere per i defunti servono anche per far sentire la vicinanza tra chi rimane in vita e la persona scomparsa.

Ringrazio la professoressa Maria Costa per avermi raccontato la sua esperienza e avermi stimolata alla ricerca di questa tradizione barrese e la signora Maria Stella Faraci per la concessione della foto (pubblicata anche nella pagina facebook BARRAFRANCA IN BIANCO E NERO).

P.S Nella foto sono presenti oltre alle bambine vestite di bianco raffiguranti "I nove cori degli Angeli" e le orfanelle vestite di nero, alcuni personaggi del clero barrese di una volta: don Luigi Faraci e i francescani padre Agnello e padre Ludovico.

FONTI: Diego Aleo, Gaetano Vicari, La grande eredità. Viaggio attraverso le tradizioni della Settimana santa nel cuore della Sicilia, ristampa 2018; www.amordei.it; Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 3 maggio 2021

Le “corse di sant'Alessandro” e la benedizione dei campi

Sant'Alessandro- Processione serale

Un rituale festivo presente in alcune feste siciliane è quello che gli antropologi e studiosi del folklore chiamano "le corse dei Santi". Di grande effetto scenografico, questo rituale affonda le sue origini nel mondo agrario, per il quale il mese di Maggio era un mese molto importante. L’antropologo palermitano Giuseppe Pitrè scrive che "secondo la credenza, per la festa del Signore, le spighe sono belle e compiute (cunchiuti)". La festa del Signore di cui parla il Pitrè è la festa della Santa Croce che anticamente si festeggiava il 3 di maggio. Come dicono i contadini, in questo mese si farà "l’annata", ossia si vedranno i frutti del lavoro di un anno, delle attese di un buon raccolto. "Si 'ntra maia un t’attalentu, vinni li voi e accatta lu frumentu" (Se entro maggio non vieni appagato delle fatiche, vendi i buoi e compra il frumento) sentenziava un vecchio detto siciliano. Il grano sta per giungere a maturazione e ha bisogno dell’intervento di un’Entità Superiore perchè protegga la raccolta dai fulmini, dagli incendi e da qualunque accidente. Da qui il proliferare di feste dedicate al SS. Crocifisso, celebrate diffusamente il tre o la prima domenica di maggio.

Sant'Alessandro-Momento di sosta tra una corsa e l'altra 

A Barrafranca (EN) questo particolare rituale, conosciuto come "i cursi di Santruscianniru", si svolge durante i festeggiamenti del 3 maggio che il paese dedica al Santo patrono, Sant’Alessandro. Nella devozione popolare barrese è sant’Alessandro ad assumere il ruolo di protettore dei campi, di quelle messi che forniranno il sostentamento alle famiglie. Difatti durante la processione serale del 3 maggio il simulacro del Patrono, oltre a percorrere la tradizionale "Via dei Santi", è portato in località Sotto Serra e Puntaterra per benedire le campagne sottostanti. Anticamente questi luoghi corrispondevano ai confini del paese; mentre ancora oggi le campagne del Sottoserra sono coltivate a cereali, la località Puntaterra ormai è un agglomerato di case che si estende fino alla discesa Catena. La tradizione è mantenuta così com'è stata tramandata. Appena arrivati sul posto i portatori, correndo, spostano la portantina che trasporta il simulacro del Santo per un breve tratto. Questo avviene per ben tre volte. Ecco fatto: con questi gesti il Santo ha benedetto le campagne, il rituale è compiuto, la continuità del ciclo è mantenuta. In questo modo il fedele continua, con la ciclicità del rito che si ripete ogni anno, a mantenere uno stretto legame con la divinità, rinnovando la sua richiesta d’intervento sul corso della Natura. 

Primo piano del simulacro di Sant'Alessandro 

A livello antropologico, le corse diventato atti straordinari in cui la figura del Santo ha la facoltà di compiere il suo intervento sulla Natura, celebrando così la rinascita della stessa. Il popolo dei fedeli attribuisce a questi gesti un potere magico - religioso: il gesto simbolico di benedire il raccolto diventa "magico" nella misura in cui protegge dalle calamità naturali e "religioso" perché a compierlo, nel suo atto simbolico, è un ente divino. Simbolicamente il ruolo che il Santo assume di protettore dei campi è dato dalla presenza di mazzi di spighe poste nei fercoli. Nel caso specifico di Sant'Alessandro, rappresentato seduto sulla sedia papale, sono la presenza ai lati dello schienale di mazzi di “spighe intrecciate”, posizionali lì a sancire e ricordare il potere catartico di tutto il rituale.

Spighe di grano intrecciate 

Simbolo di abbondanza e prosperità, nella cultura contadina le spighe di grano intrecciate e poi raggruppate a formare un bouquet erano regalate come amuleto portafortuna, per essere appeso nelle abitazioni dei contadini, oppure posto a decoro delle processioni, sui carri trainati da buoi e a imbellire le statue sacre. L’intreccio di spighe di grano è legato i culti della fertilità della terra in onore delle divinità delle messi. Addobbare il fercolo di un Santo con spighe intrecciate è buon augurio per avere dei raccolti abbondanti.

Riprendendo le testimonianze del Pitrè, questi giorni di festa sono caratterizzati, non solo dalla processione del SS. Crocifisso o dei Santi, anche dall’addobbo del simulacro o fercolo con alimenti ed elementi vegetali, tra cui spighe di grano e fave; e ancora da processioni di torce, di cavalcate, di benedizioni dei campi. La festa si svolge nel periodo in cui i campi di grano sono maturi e la necessità di preservarli diventa l’obbietto principale dei contadini. Anche la festa del patrono di Barrafranca entra a diritto in quell'insieme di rituali festivi che testimoniano la permanenza di cerimoniali agrari atti a propiziare e continuare il ciclo della Natura.

FONTI: Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, 1881; Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, Maltemi Editore, 2006; Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

 RITA BEVILACQUA

sabato 17 aprile 2021

La tradizione barrese "DU VIAGGIU A SANTRUSCIANNIRU"

Primo piano del simulacro di sant'Alessandro

In occasione dei festeggiamenti in onore del santo patrono di Barrafranca (EN) Sant'Alessandro, riportiamo un'antica pratica devozionale, conosciuta come “u viaggiu a Santruscianniru” . Nella memoria degli anziani è vivo il ricordo dell’antica devozione al Santo patrono, tanto che era tradizione, (non del tutto scomparsa) di fare il “viaggio” a piedi, ossia compiere un percorso che, partendo dalla propria abitazione, arriva fino alla chiesa Maria SS. della Stella, dove si trova il fercolo del Santo, per poi assistere alla celebrazione eucaristica. Anticamente il “viaggio” partiva dalle diverse “cruciddi” (le croci erette nelle strade d’entrata del paese) fino alla suddetta chiesa. Durante il tragitto, si recitava una particolare preghiera, restando in perfetta concentrazione, tanto da non farsi distrarre da eventuali incontri. Trattandosi di preghiere in dialetto barrese e tramandate oralmente, ci sono diverse versioni. Qui riportiamo la versione della signora Giuseppina La Zia.

"Santruscianniru corpu santu,
e di Cristu fu amatu tantu.
Orazioni vulissimu fari,
datini grazia di comu a'mmaffari.
E ppì fari la penitenza,
datini la forza e la resistenza". 
Segue un Padre nostro e un’Ave Maria. (Si ripete tutto per nove volte)

Ritornando “o viaggiu”, questo veniva effettuato (adesso si fa in tono minore) per nove giorni prima della festa, cioè dal 24 aprile fino al 02 maggio, anticamente la mattina, adesso il pomeriggio. 
La mattina della festa, ossia il 3 maggio, si andava a donare il pane promesso al Santo e si recitava il rosario detto “du miliuni”, così chiamato perché si pronuncia un milione di volte la parola “Gesù”. Gli anziani chiamavano questo giorno, ossia il 3 maggio il "giorno delle Santi Croci", perché fino alla riforma liturgica del 1970, in questo giorno si festeggiava “l'Invenzione della Croce”. La tradizione di festeggiare il Crocifisso si è mantenuta in altri paesi siciliani, mentre  aBarrafranca si festeggia il Santo patrono.
Riportiamo il testo, rigorosamente in dialetto, du RUSARIU DI LI SANTI CRUCI. 
Questa è la versione della signora Giuseppina La Zia.

Sui grani grossi della corona del rosario si recita:
"Gesù Gesù 
aiutatimi Vù.                    
Arma mia pensacci tu.
Pensa ppi lu jiurnu chi si mori
di mundi ribelli a mma passari.
A lucifiru 'nfrinali a mma 'ncuntrari.
Vattinni luciferu 'nfirnali,
chi cu mmia un ciai nenti a cchi fari,
pirchì lu jiurnu di li Santi Cruci 
haiu dittu milli voti Gesù."
Sui grani piccoli:
Gesù… Gesù… Gesù… per 10 volte. (Si ripetere il tutto per 20 corone di 50 grani). 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

lunedì 19 ottobre 2020

“A spusa majulina nun si godi a cuttunina!" sentenziava un antico proverbio siciliano

Sposi barresi (foto archivio Collura)

Chi non ha mai sentito dire, almeno una volta, "A spusa majulina nun si godi a cuttunina!" (la sposa di maggio non si gode la cuttunina- coperta invernale) soprattutto quanto si prendeva la decisione di scegliere in quale mese sposarsi. Il proverbio si basa su un antico pregiudizio molto comune tra il popolo siciliano che vuole il mese di maggio esser nefasto per i matrimoni, in quanto prima dell’arrivo l’inverno, periodo in cui la sposa dovrebbe utilizzare la cuttunina, sarebbe potuto accadere qualche disgrazia. La cuttunina era una coperta imbottita che faceva parete del corredo di una sposa. Adesso questo proverbio suscita ilarità a chi lo ascolta, ma per buona parte del 1900 questo pregiudizio era ancora presente nella società siciliana e condizionava la scelta dei futuri sposi.

Si tratta di un proverbio antichissimo: l'antropologo siciliano Giuseppe Pitrè ne attesta la presenza già alla fine del 1700, citando il Vocabolario Siciliano di Michele Pasqualino (1785) alla voce "zita". Inoltre lo studioso nel suo volume "Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano" riporta un passo dei "Cenni statistici sulla popolazione palermitana di Federico Cacioppo, Direttore della Statistica della città nel 1832, il quale scrive: «È osservabile una grande ripugnanza così nelle alte come nelle infime classi della società a contrarre matrimoni nei mesi di maggio ed agosto, riguardandosi come mal augurati, e di sinistro preludio alla vita dei coniugi; onde suol dirsi, nel linguaggio siciliano: La spusa majulina nun godi la curtina. Di fatto si scorge che i matrimoni in quei mesi sono scarsi e non han proporzione coi rimanenti dell’anno».

"Cuttunina" (foto dal web)

Alcuni studi hanno evidenziato l’origine romana di questo proverbio. "Mense malas Maio nubere" (a Maggio si sposano le cattive) recitava un’espressione latina, usata in senso proverbiale, riportata da Ovidio nel suo poema "I Fasti" a coronamento dell’osservazione che i matrimoni tra il 7 e il 9 maggio hanno sempre portato sfortuna. Da qui l’abitudine dei romani di aspettare giugno per sposarsi o anticipare ad aprile. La stessa usanza è riportata da Plutarco nelle "Quaestiones Romanae". Il motivo era dato dal non poter contrarre matrimoni durante i "Lemuria", ossia i giorni dedicati agli spiriti dei defunti (9, 11 e 13 maggio). In questi giorni di defunti uscivano dalle tombe e andavano a visitare la casa in cui erano vissuti. Secondo Ovidio i Lemuria furono istituiti da Romolo per placare lo spirito di Remo. Inoltre Plutarco fornisce diverse spiegazioni su questo pregiudizio: 1. perché maggio si trova tra aprile, sacro ad Afrodite e giugno, sacro a Era, entrambe divinità nuziali; quindi meglio anticipare o ritardare i matrimoni; 2 perché in questo mese si svolge la più importante cerimonia di purificazione; 3 perche molti romani nel mese di maggio celebrano sacrifici funebri per i morti; 4 oppure, come dicono alcuni, perché maggio ha preso il nome dai più anziani (maiores) e giugno dai più giovani (iuniores). E la giovinezza è più adatta al matrimonio. Al di là di qualsiasi ipotesi, questo pregiudizio ha influenzato per tanto tempo la scelta dei futuri sposi. Dalla seconda metà del '900 questo pregiudizio è andato gradualmente togliendosi, facendo del mese di maggio un mese adatto ai matrimoni, sia per la temperatura mite, sia per la convinzione che questo mese porti fortuna in quanto è dedicato alla Madonna.

FONTI: Giuseppe Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol.II, Palermo 1889; Dizionario di sentenze latine e greche a cura di Renzo Tosi, BUR Bizzoli classici greci e latini, 2017; Plutarco, Questioni  Romane, a cura di Nino Marinone, BUR classici greci e latini, 2007; Carla Fayer, La familia romana: aspetti giuridici ed antiquari sponsalia matrimonio dote, «L’ERMA» di BRETSCHNEIDER, 2005; https://www.romanoimpero.com. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 3 maggio 2020

L’antica festa liturgica del 3 maggio: festa della Santa Croce

(Foto dal web)
Gli anziani sicuramente lo ricorderanno che, fino alle riforme del Messale Romano promulgate da Papa Giovanni XXIII nel 1960/1962, il 3 maggio ricorreva la festa della Santa Croce. La Chiesa in pratica ricordava solennemente il ritrovamento (da invenio, termine latino) della Croce di Cristo fatto da Elena, madre di Costantino il Grande. Dopo profondi scavi sul Golgota si erano trovate  interrate tre croci. Per sapere qual'era quella di Cristo, furono poste sopra un p malato che sarebbe guarito al tocco di quella giusta. In realtà questa ricorrenza ha origine nelle Gallie: difatti nell'usanza gallicana, invece, almeno dal VIII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio, data del ritrovamento della Croce secondo la "leggenda di Giuda Ciriaco". Mentre a Roma si affermava la festa dell'Exaltatio, fissata al 14 settembre, in ricordo del ritrovamento della vera croce di Gesù da parte di sant'Elena, madre dell’Imperatore Costantino, avvenuto, secondo una tradizione, il 14 settembre del 327, giorno in cui la reliquia sarebbe stata innalzata dal vescovo di Gerusalemme di fronte al popolo, che fu invitato all'adorazione del Crocefisso, nelle Gallie si era introdotta, e con successo, una festa Inventionis Sanctae Crucisstabilita al 3 maggio. Pare che essa entrasse nelle chiese gallicane nella prima metà del sec. VIII. La riportano i manoscritti del Martirologio geronimiano di Wolfenbüttel (772) e di Berna (di poco posteriore), i calendari mozarabici, i Sacramentari gelasiani del sec. VIII. La data del 3 maggio fu suggerita, a quanto sembra, dalla leggenda di Giuda Ciriaco, vescovo di Gerusalemme (BHL, 7022). Secondo la leggenda di Giuda Ciriaco, sarebbe stato l’ebreo Giuda, per ordine della regina Elena, a trovare la croce. Tenuto per sette giorni in una cisterna vuota senza cibo né acqua, si sarebbe deciso a rivelare ciò che tante volte aveva sentito raccontare dai suoi antenati, cioè che la croce del Messia era sepolta sul Golgota. (Enciclopedia Cattolica)
Signore dell'Olmo- Mazzarino (CL)
Anche se questa festa liturgica è stata soppressa e unificata a quella dell’Esaltazione della Croce del 14 settembre, in molti paesi siciliani e non, si continua a festeggiare come festa del SS Salvatore. In Sicilia sono molti i comuni che il 3 o la prima domenica di maggio, festeggiano il SS. Salvatore: Il Signore dell’Olmo a Mazzarino (CL), U Signuruzzu du Lacu a Pergusa (EN), SS Crocifisso a Siculiana (AG), SS Crocifisso a Castelvetrano (TP), SS Crocifisso a Catatafimi (TP), SS Crocifisso a Lascari (PA), il SS Crocifisso a Monreale (PA), tanto per citarne alcuni.
Sant'Alessandro- Barrafranca (EN)
A Barrafranca (EN) il 3 maggio si è sempre festeggiato il Santo patrono, sant'Alessandro. Residui arcaici della festa della Santa Croce si riscontrano nelle preghiere recitate in questo giorno.
Da tradizione, la mattina della festa del patrono i devoti vanno a portare il pane votivo al Santo presso la chiesa Maria SS della Stella, che ne custodisce un simulacro. Gli anziani ricordano che, anticamente, mentre si andava in chiesa, si recitava il rosario detto "Du miliuni", così chiamato perché si pronuncia un milione di volte la parola Gesù. Il rosario "Du miliuni" è composto di un solo mistero, intervallato da 10 invocazioni del nome di Gesù. A rosario concluso si sarà pronunciato 1000 volte il Santo Nome di Gesù. Anticamente il conto si teneva con dieci sassolini o dieci pezzetti di legno, lasciati cadere a terra. In seguito si utilizzò la corona del rosario.
Inoltre gli anziani chiamavano questo giorno "Giorno delle Santi Croci" in riferimento all’antica ricorrenza: infatti, nel rosario "Du miliuni" non viene citato sant'Alessandro ma viene invocato, per ben mille volte, il nome di Gesù. Non a caso vi era la consuetudine di scegliere come punto di partenza per il "viaggio al Santo" a sant'Alessandro proprio quelle "croci" (in dialetto cruciddi) che i nostri avi avevano costruito nelle strade di entrata al paese.

Rita Bevilacqua 

giovedì 30 aprile 2020

Feste e tradizioni del 1° maggio a Barrafranca e non solo


Foto dal web
Tante sono le feste e le tradizioni che si svolgono il primo giorno di maggio. Prima di parlare delle antiche tradizioni che si svolgevano in questo giorno a Barrafranca, diamo un’occhiata all'origine della festa del 1° maggio.
A livello nazionale si celebra la "festa dei lavoratori". L'episodio che ha ispirato la data nella quale in molti Paesi del mondo si celebra la Festa del lavoro (o dei lavoratori), avvenne negli Usa, a Chicago il 1° maggio del 1886. Quel giorno era stato indetto uno sciopero generale in tutti gli Stati Uniti con il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro. Tre anni dopo, il congresso della Seconda Internazionale, riunito il 20 luglio 1889 a Parigi, lanciare l'idea della manifestazione: "Una grande manifestazione sarà organizzata per una data stabilita, in modo che simultaneamente in tutti i paesi e in tutte le città, nello stesso giorno, i lavoratori chiederanno alle pubbliche autorità di ridurre per legge la giornata lavorativa a otto ore e di mandare a effetto le altre risoluzioni del Congresso di Parigi". Poi, quando si passa a decidere sulla data, la scelta cade sul 1 maggio. Una scelta simbolica: tre anni prima, infatti, il 1° maggio 1886, una grande manifestazione operaia svoltasi a Chicago, era stata repressa nel sangue. Inizia così la tradizione del 1° maggio, un appuntamento al quale il movimento dei lavoratori si prepara con sempre minore improvvisazione e maggiore consapevolezza. Nel volgere di due anni però la situazione muta radicalmente: Mussolini arriva al potere e proibisce la celebrazione del 1° maggio. Durante il fascismo la festa del lavoro è spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva". Durante il fascismo la festa del lavoro è spostata al 21 aprile, giorno del cosiddetto Natale di Roma; così snaturata, essa non dice più niente ai lavoratori, mentre il 1° maggio assume una connotazione quanto mai "sovversiva". All'indomani della Liberazione, il 1° maggio 1945 partigiani e lavoratori, anziani militanti e giovani, si ritrovano insieme nelle piazze d'Italia in un clima di entusiasmo. Appena due anni dopo il 1° maggio è segnato dalla strage di Portella della Ginestra, dove gli uomini del bandito Giuliano fanno fuoco contro i lavoratori che assistono al comizio. Nel 1947 la festa del lavoro e dei lavoratori divenne ufficialmente festa nazionale italiana. Nel 1948 le piazze diventano lo scenario della profonda spaccatura che, di lì a poco, porterà alla scissione sindacale. Bisognerà attendere il 1970 per vedere di nuovo i lavoratori di ogni tendenza politica celebrare uniti la loro festa. Oggi un'unica grande manifestazione unitaria esaurisce il momento politico.
San Giuseppe lavoratore (foto web)
La Chiesa Cattolica il 1° maggio festeggia san Giuseppe lavoratore. Pio XII (1955) istituì questa memoria liturgica nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il 1° maggio, per riconoscere la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell'uomo, esercizio benefico del suo dominio sul creato, servizio della comunità, prolungamento dell'opera del Creatore, contributo al piano della salvezza, rappresenta appunto da Giuseppe l’artigiano.
In particolare a Barrafranca (EN) fino agli anni ’70 la Camera del Lavoro per festeggiare il giorno dei Lavoratori allestiva in Piazza Regina Margherita il tradizionale "albero della Cuccagna"
L’albero della cuccagna è un gioco popolare in cui i contendenti si arrampicano su un palo ricoperto di grasso scivoloso per accaparrarsi prosciutti, salami o altri generi alimentari. Questi premi che pendono toccano a chi riesce a raggiungerli. Accanto all'albero erano organizzati vari giochi, come la corsa degli asini e la corsa dei sacchi. Una sagra vera e propria dove la gente poteva divertirsi e rilassarsi. L’origine dell’albero della cuccagna si perde nella notte dei tempi ed è probabilmente legata al culto celtico della fertilità. L’antropologo James Frazer ne fa risalire l’origine ai culti celtici diffusi in tutta Europa, le cosiddette feste di maggio.
Albero della cuccagna (foto web)
Il 1° maggio era legato in tutta Europa alle tradizioni popolari che s’ispiravano agli antichi culti del fuoco e degli alberi. Già in epoca romana, il 1° di maggio si offrivano sacrifici in onore di Maia. Tali feste vedevano al centro l’Albero di Maggio, venerato come simbolo della nuova vitae che rappresentava la nuova stagione. Attorno all'albero sacro si celebravano le feste principali delle civiltà agricole arcaiche: passaggio dalla primavera all'estate, rappresentato dell’albero di Primavera e il passaggio dall'autunno all'inverno, rappresentato dall'albero di Natale. L'albero di primavera, quello che rimanda ai riti orgiastici in onore della fecondità della terra e degli uomini, si chiama in tedesco Maibaum e in inglese Maypole: la figura di entrambi è quella di un alto albero adorno di fiori e nastri e colori, che connette il cielo e la terra, attorno al quale i giovani danzano a primavera. Lo stesso rito in Italia si chiama Maggio. Il culto pagano degli alberi sopravvive in Italia nel Calendimaggio toscano, le cui propaggini si estesero verso l’Appennino ligure ed emiliano. Un ramo fiorito o un albero intero, detto majo, colto nei boschi da brigate di giovani prima dell’alba, era portato in processione e offerto alle autorità del paese o alle ragazze. Per quanto riguarda la Sicilia, seguendo quanto scrive il Pitrè, possiamo dire che non è mai esistita una festa simile al Calendimaggio anche se «il giorno 1° di maggio per alcuni, - scrive il Pitrè- il giorno 3 per altri, è la festa de’ fiori. "U sciuri di Maju" (Chrysantemum coronarium) col suo fiorire annuncia la primavera. I ragazzi e le ragazze, il 1° del mese vanno a coglierne grandissima quantità e se ne adornano il capo, il seno, e a piene mani recano ed offrono altrui (Noto). Altri né fan mazzolini e ne intrecciano ghirlande. I carrettieri notigiani ne parano cavalli, asini e muli».
Ritornando a Barrafranca, fino alla riforma del Concilio Vaticano II (1962-1965) che ebbe, tra le tante riforme, quella di eliminare alcune processioni barresi, il 1° maggio si portavano in processione le statue di san Giuseppe, che usciva dall'omonima chiesa (sita nell'attuale Piazza San Giuseppe (la chiesa fu definitivamente distrutta nel 1979) e la statua di san Pasquale Baylon (la Chiesa lo festeggia il 17 maggio) che usciva dalla chiesa di San Francesco. La processione, che percorreva l’attuale "via dei Santi", si svolgeva in occasione della festa dei lavoratori e della ricorrenza liturgica di  San Giuseppe protettore degli artigiani e dei lavoratori in genere. I pastori, invece, avevano come Santo protettore san Pasquale. Essendo presente a Barrafranca una statua di san Pasquale appunto, ed essendoci l’associazione chiamata "Società dei pastori" che aveva la sede in via Roma, accanto all’ex chiesa di san Giuseppe (gestita dal signor Giuseppe Mosto), si decise allora di portare in processione entrambe le statue: quella di san Giuseppe era portata a spalla dall'omonima Confraternita, mentre quella di san Pasquale dai membri "Società dei pastori". In questo modo venivano rappresentate tutte le categorie dei lavoratori.
Santa Famiglia di Nazareth- Barrafranca
Nel primo decennio del 2000 in questo giorno si festeggiava la Santa Famiglia di Nazareth, la cui statua si trova nell'omonima chiesa. Agli inizi, la festa si svolgeva in concomitanza della festa liturgica dell’ultima domenica di dicembre. Tuttavia i festeggiamenti, che prevedevano anche una processione serale, non erano molto seguiti dai barresi, forse  a causa delle fredde temperature  di dicembre. Così il compianto don Giovanni Pinnisi, parroco della chiesa Santa Famiglia di Nazareth, in comune accordo con la Diocesi di Piazza Armerina, fece spostare i festeggiamenti il 1° maggio. Questo spostamento non ebbe l’effetto desiderato, in quanto i barresi, da antica tradizione, andavano in pellegrinaggio alla vicina Aidone che, proprio in quel giorno, festeggia san Filippo Apostolo. La festa della Santa Famiglia fu spostata all'attuale data, quella dell’ultima domenica di luglio.
Purtroppo a Barrafranca queste antiche tradizioni sono scomparse, fatta eccezione del pellegrinaggio a San Filippo Apostolo presso Aidone. 

FONTI: www.focus.it; James Frazer, Il Ramo d’oro. Studio sulla magia e la religione, Bollati Boringhieri, 2013; Giuseppe Pitrè, Feste popolari siciliane, 1881; fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


venerdì 4 ottobre 2019

La festa di san Francesco d’Assisi a Barrafranca, tra religiosità e tradizioni.

Fercolo di San Francesco (anno 2019)

Il 4 ottobre (nella tarda notte del 3 ottobre 1226 Francesco muore a Porziuncola; la mattina del 4 il corpo viene traslato da Porziuncola alla chiesa parrocchiale di san Giorgio ad Assisi) si festeggia san Francesco d’Assisi, dichiarato, il 18 giugno 1939, patrono principale d’Italia. 
Anche a Barrafranca (EN) si festeggia san Francesco, grazie alla precedente presenza dei frati francescani. Difatti nella chiesa di San Francesco (chiusa perchè ancora in fase di restauro), è presente una statua del Santo, scolpita da Nicola Mancuso nel 1806 e attualmente custodita nella chiesa Madre. Nonostante il grande ruolo che nella cittadina svolgevano i frati, non sempre è stato loro concesso di portare la statua in processione per la tradizionale “via dei Santi” e la festa si è svolta sempre in tono minore rispetto alle altre feste, com’è costume della loro regola. Fino alla chiusura al culto della chiesa di san Francesco, avvenuta nel 1999, i festeggiamenti prevedevano la messa solenne nella suddetta chiesa, sita in piazza Regina Margherita, al cui termine veniva esposta la statua davanti al sagrato della chiesa, per la benedizione degli animali e, in casi particolari, era portata in processione lungo la piazza circostante. Alla fine si assisteva al caratteristico spettacolo dei “palloni aerostatici”. La benedizione degli animali richiama il grande amore che il Santo aveva verso la “natura tutta” e gli animali in particolare. Basti ricordare l’episodio del lupo. 
Padre Agnello
Per quanto riguarda i palloni aerostatici, questi furono introdotti a Barrafranca da fra Agnello (1884-1977), padre dell’ordine dei frati minori. Molto legato al culto del Santo, padre Agnello cercò di valorizzarne la festa, realizzando quelli che i barresi chiamano “i palluna di san Francì”. Si tratta di enormi palloni realizzati con materiali semplici, poveri come la carta velina di diversi colori e il fil di ferro. Si uniscono varie strisce di carta velina colorata con semplice colla vinilica, a formare un enorme pallone, nella cui base sono legati dei fili di ferro al centro dei quali è messo un po’ di cotone imbevuto di benzina. Appena il cotone è acceso, l’aria che si crea dentro il pallone, lo fa gonfiare e, alzandosi in cielo, vola via. Simboli di gioia e di allegria, il loro volo simboleggia l’elevarsi dell’anima verso il cielo, alla ricerca di Dio. Difatti la festa andava a buon esito quando i palloni riuscivano a volare alti in cielo senza bruciarsi. Con il trasferimento di padre Agnello in un altro convento, la costruzione dei palloni andò scemando, tanto che scomparvero. 
"Palluni di San Francì" (anno 2017)
Dopo alcuni anni, il recupero dei palloni si ebbe grazie al maestro Gaetano Orofino (1924-2005) che insegnò ad alcuni della Proloco locale come realizzarli. Uno di questi fu il signor Malfitano che iniziò a costruire i palloni aerostatici nella sede dell’Associazione “Gruppo Spettacolo Arcobaleno”. Da allora ogni anno l’Associazione Arcobaleno si adopera affinché la tradizione si perpetui. Difatti sono le giovani leve a realizzare i palloni. Negli anni anche gruppi di scolaresche e altre associazioni, come il “Gruppo Nuovamente Tradizione”, si sono cimentati nella costruzione dei palloni. Grazie all'impegno di tutti loro, questa tradizione continua ancora a persistere. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 15 settembre 2019

15 settembre-memoria della Beata Vergine Maria Addolorata

Fercolo di Maria Addolorata- Barrafranca anno 2015

Il 15 settembre la Chiesa ricorda la memoria della Beata Vergine Maria Addolorata, con lo scopo di venerare la Madre associata alla Passione del figlio e, vicina a Lui, innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul Calvario dimensioni universali. Ornata della Corona del martirio, è gloriosamente invocata dalla Chiesa col titolo di “Regina dei martiri”. Questa memoria fu introdotta nel calendario romano dal papa Pio VII (1814). Inizialmente il culto dell’Addolorata era collegato alla Settimana Santa con la diffusione delle preghiere a Maria Addolorata e della recita del rosario “I sette Dolori”, poi è nata la sua festa, originariamente celebrata il venerdì prima della Settimana Santa o dopo la Pasqua e infine fissata nel 1913 da Pio X il 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce, sotto il titolo di: Beata Vergine Maria Addolorata.
La preghiera più conosciuta che si recita a Maria Addolorata è la corona dei “Sette dolori dell’Addolorata”, preghiera molto antica che risale al XIII secolo, con un primo accenno alle celebrazioni dei cinque gaudi e dei cinque dolori di Maria, che nel 1236 furono estesi a sette, anticipatrici della celebrazione liturgica istituita più tardi (nel 1446 sono fissati i modi della recita della corona “I sette dolori”). I sette dolori rappresentano sette momenti principali della vita di Maria, descritti dai Vangeli: 1 profezia di Simeone sul Bambino Gesù che preannuncia a Maria le difficoltà che dovrà incontrare e superare (Luca 2,34-35); 2 la fuga in Egitto per mettere in salvo il figlio dalla persecuzione di Erode (Matteo 2, 13-21); 3 perdita di Gesù a Gerusalemme (Luca 2,41-51); 4 prigionia di Gesù: quando Gesù sale al Calvario portando la croce e Maria lo incontra (Luca 23,27-31); 5 Maria ai piedi della croce (Giovanni, 19,25-27); 6 Maria accoglie il Figlio tra le sue braccia prima che venga sepolto (Matteo 27,55-61); 7. Maria è presente quando Gesù è deposto nel sepolcro da cui risorgerà dopo tre giorni (Luca 23,55-56).
Maria Addolorata (anno 2019)
A Barrafranca (EN) la ricorrenza viene ricordata con funzioni liturgiche che si svolgono nella chiesa Madre della Divina Grazia che, per l'occasione, espone  alla venerazione dei fedeli il fercolo dell’ Addolorata (quello portato in processione il Venerdì Santo). Il tutto si conclude la sera con la Solenne Celebrazione Eucaristica. In questa giornata si recitata la preghiera I SETTI DULURA d’ADDULURATA, trasposizione in vernacolo barrese della corona dei “Sette dolori dell’Addolorata”.
Riportiamo testualmente (per come è stata tramandata) la versione della barrese Giuseppina La Zia.

I SETTI DULURA 
1- A lu primu duluri Figghju fustivu
quannu vi nutricaiu e vui nascistivu
quannu a lu Santu tempiu vi prisintaiu
comu cumanna la vostra Santa liggi
ddà c’era un vecchju Santu Simeoni
Maria cchi dduci Figghju ha creatu
sarà cutiddu di la Passioni
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci amuri
haiu sintutu un grandissimu duluri
n’terra cascai tutta stranguscenti
cchjù di latri mammi afflitti e dulenti.
2 - A lu secunnu duluri Figghju fustivu
quannu a Ggerusalemmi vi purtaiu
ncasa di nu bbunu latruni n’ammu jutu
ddà c’era u vusciu Patri spirituali
Maria, fuggitinni in Egittu chi
Erode è vvinnutu,  tutti i picciriddi ha ppigghjatu,
nusciu Gesuzzu ppigghjarisi si voli.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci…
 3- A lu terzu duluri Figghju fustivu
quannu vi persi 3 nnotti e 3 jorna
ji sula ppi li strati jiva circannu
nun c’era quarchi omu o quarchi donna
chi notizia di vui nuddu mi dava
susiju l’ucchji o cilu
e vvitti a Vui nilla dottrina liggi
vi chiamaiu ccu tanta pazinza
mi rispunnistivu ccu na ranni e Ssanta rriverenza.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
4- A lu quartu duluri Figghju fustivu
quannu alla Santa culonna vi ttaccaru
strittu, liatu, crucifissatu, la Santa facci
chjna di sangu e di sudura 66000 battitura
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
5- A lu quintu duluri Figghju fustivu
quannu cchjanastivu l’aspra muntata
nudu, scazu, murtu di fami e siccu di la siti
Maria niscì ppi acqua e nun ni potti aviri
ci dittiru la spugna ntussicata,
nntussica Maria la vera donna
chi vustru Figghju iè juntu alla culonna
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
6-  A lu sestu dulure Figghju fustivu
quannu alla Santa cruci vi mintiru
li Santi manu ccu li Santi pidi
3 cchjova pungenti alla divina cassa
lanciata a lu custatu chi cci trava
cchi sangu preziosu cci curriva
e l’angilu Garbiele lu cugghjva
cchi bbelli cruni d’oru nni faciva
alle virgineddi puru li mintiva.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
 7- A lu settimu duluri Figghju fustivu
quannu di la Santa cruci vi scinniru
a lu Santu monumentu vi purtaru
scumpagnatu d’amici e di parinti.
Maria jittà na vuci: Figghju mia murtu  ncruci
iutatimillu a ccianciri amici mia:
haiu pirsu un figghiu di 33 anni!
33 anni aviva nustru Signure quannu pigghjà morti e Passione.
Figghhju, Figghjuzzu cchi turmenti ha vistu:
littu di chiova e cchjumazzu di spini,
mentri voli accusì lu Redenturi,
sia fatta a sò Santa Vuluntà.
Invocazione finale :
Santa Matri chi aviti dittu e chi aviti cuntatu sti sette dulura,
nun sapivati cci fussi quarchi omu o quarchi donna
40 giorni li facissi dire, chi nun li sappia li vorrà ‘mparari.
Paci e concordia nna so casa!
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)


RITA BEVILACQUA

domenica 23 giugno 2019

Solennità del CORPUS DOMINI

Particolare altarino chiesa Itria- Barrafranca 
La solennità del “Corpus Domini” è una festa della Chiesa cattolica, che si celebra la domenica successiva alla solennità della Santissima Trinità. In occasione del Corpus Domini si porta in processione, racchiusa in un Ostensorio dorato sottostante un baldacchino, un’Ostia consacrata ed esposta alla pubblica adorazione. Il papa Urbano IV, con bolla “Transiturus de hoc mundo” dell’11 agosto 1264, da Orvieto estese la solennità a tutta la Chiesa. All'anno precedente si fa risalire tradizionalmente anche il Miracolo eucaristico di Bolsena.
In Sicilia e in altre parti d’Italia, la ricorrenza è festeggiata con particolari pratiche devozionali, come la preparazione di altari, atti ad accogliere “l’Ostia Consacrata”. 
A Barrafranca (EN) la festa ha un’origine antica. Prima della riforma del Concilio Vaticano II (1962-1965) la festa durava otto giorni e ogni chiesa organizzava la propria processione. 
Altarino via Ciulla Barrafranca
Ogni quartiere preparava, per strada, degli altarini, realizzati appendendo al muro esterno della casa, una coperta di seta o di ciniglia, riccamente lavorata, su cui sopra era appesa un’immagine sacra. Gli altarini erano arricchiti con immagine sacre, fiori, candele, spighe o pane e vino. Il simbolismo è chiaro: l’immagine sacra rappresenta l’Ostia consacrata, le candele simboleggiano “Cristo luce del mondo“, le piante e fiori sono degli arricchimenti estetici, come pure le coperte e le lenzuola, il pane e il vino simboleggiano il corpo e il sangue di Cristo. Nelle strade adiacenti erano appese coperte o lenzuola, che facevano parte del corredo di matrimonio delle donne barresi. Al passaggio della processione, la gente dalle finestre e dai balconi buttava petali di rose (per questo era chiamato “U Signuri di rosi”), in segno di devozione al SS. Sacramento. Anticamente ogni chiesa organizzava una processione con a capo l’Ostensorio, retto dal sacerdote, posto sotto un ombrello (retto dalla personalità più in vista del paese) e protetto da un baldacchino (le aste erano tenute dai “galantuomini” del paese) e seguita dalla banda musicale. 
Processione anno 2016- Barrafranca 
La processione procedeva per le vie del quartiere, fermandosi dinanzi ai diversi altarini. Al momento dell’elevazione dell’Ostensorio, la banda musicale suonava il canto “T’adoriam Ostia Divina”, i fedeli intonavano inni sacri e venivano sparati i mortaretti. Era uno scintillio di colori, di profumi, di gioia, di fede nei confronti di quell’ Ostia consacrata, simbolo del Corpo di Cristo, portata in giro per le strade del paese. I più anziani ricordano che la processione più suggestiva era quella organizzata dai frati francescani, che partiva dalla chiesa di san Francesco ed era preceduta da un gruppo di bambini chiamati i “paggetti di sant’Antonio”, i quali, al momento della benedizione, sguainavano le spade. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA