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giovedì 28 maggio 2020

L’antico detto siciliano: "Pira nun facisti e miraculi vò fari?"



Era di uso comune tra il popolo siciliano parlare attraverso motti, proverbi, detti, che esprimessero, in modo conciso e diretto, un pensiero comune tramandato da generazione a generazione. Di queste locuzioni popolari la lingua siciliana ne è ricca. Interessante a tal senso è il detto "Pira nun facisti e miraculi vò fari?", che i più anziani barresi ricorderanno sicuramente.
Il detto è usato per indicare l'inettitudine di una persona che, nonostante i progressi raggiunti in società, rimane gretto e sordo ai bisogni altrui. Chi nasce in un modo non può mancare di essere della stessa natura di chi l’ha messo al mondo. 
Sentitolo spesso pronunciare dalle persone anziane, ho cercato di capirne il significato. Cosi mi è stata raccontata un’interessante leggenda che, come tutte le storie tramandate oralmente, ha diverse varianti.
Si racconta che un contadino aveva un albero di pere che da tempo non faceva più frutti. Allora decise di abbatterlo e venderlo come legname. Trovandosi un giorno in chiesa a chiedere un miracolo che non arrivava, riconobbe in quella Croce il suo pero. Vedendo che non aveva fatto il miracolo, esordì in questa maniera:
«Pira nun facisti e miraculi vo’ fari?
Cu nasci di natura ‘un pò mancari
Piru ca nascisti ‘ntra ‘n ortu ‘ccillenti
e mai a lu munnu pira avisti a fari,
ora ca nun sì cchiu piru, cruci ti prisenti
e la genti ti veni a adurari.
Ma iu ca ti canusciu, ti dicu piru senti:
pira nun facisti e miraculi vò fari?
Dissi Sant Agustinu veramenti:
cu nasci di natura ‘un pò mancari.»
(Traduzione: Pere non facesti e miracoli vuoi fare? Chi nasce di natura non può mancare. Pero che nascesti in un orto eccellenti mai al mondo pere facesti, ora che non sei più pero, croce ti presenti e la gente ti viene ad adorare. Ma io che ti conosco, ti dico pero senti: pere non facesti e ora miracoli vuoi fare? Disse Sant’Agostino veramente: Chi nasce di natura non può mancare).
Classica leggenda siciliana, mista di sacro e di profano, che cerca di spiegare il carattere spesso inetto dell’individuo, ricorrendo a elementi semplici e devozionali della cultura contadina. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

venerdì 3 aprile 2020

L’antico detto siciliano "I tri brillanti quaranta jorna tira avanti"


Foto del web
Nella tradizione "agro pastorale", fatta di gente, di terra, di fatica, di raccolti, lo scandire dei giorni lavorativi era regolato dai mutamenti climatici. Tanti sono i detti e i proverbi che hanno come argomento i cambiamenti climatici che caratterizzano ogni mese dell’anno.
Importante per i contadini era il mese di aprile. Il mese che conduce verso la bella stagione, verso la rinascita (spesso la Pasqua è a ridosso di questi giorni) che prepara le primizie. Il 3 aprile (in alcune zone agricole il 4) era un giorno atteso dai contadini per le condizioni meteorologiche perché servivano a pronosticare se l'annata agricola sarebbe stata buona. Un giorno propizio, dunque, nel quale se ci fosse stata pioggia senz'altro avrebbe piovuto per 40 giorni (anche non continui) e presumibilmente era scongiurata la siccità.
La saggezza popolare siciliana recitava: "I tri brillanti quaranta jorna tira avanti" (I tri brillanti quaranta giorni va avanti) o "Tri brillanti quaranta jorna continuanti" (Tre brillanti continuano quaranta giorni). In altre parole: se il 3 aprile ci fosse stato cattivo tempo, allora la primavera sarà stata caratterizzata per oltre un mese da cielo grigio e precipitazioni.
In altri paesi d’Italia si parla, invece, di quattro brillanti, ossia il giorno cui fare riferimento è il 4 aprile. Comunque sia, il senso della saggezza popolare non cambia. Si potrebbe ipotizzare che l’origine dell’attenzione metrologica ai primi giorni di aprile sia molto antica.
Qualcuno fa risalire questa tradizione "agro pastorale" a prima della riforma del calendario gregoriano. Allora il capodanno cadeva proprio tra il 25 marzo e i primi di aprile, di conseguenza un periodo di propiziazione e di fertilità, tipico dei cambiamenti annuali. Dunque aprile era visto come il mese della rinascita della natura dopo il lungo letargo invernale, durante il quale la terra presenta le prime preziose fioriture.
Secondo alcuni studi, il proverbio nasce 1884: i primi quattro giorni del mese erano chiamati "brillanti". Secondo gli studiosi di tradizioni popolari, la parola "brillanti" probabilmente deriva da una traduzione errata di a-brilent (aprile, aprilanti). Infatti, un antico detto definisce "aprilante" il primo giorno di aprile quando è piovoso, e i "quattro aprilanti", annunciavano un’annata buona se erano piovosi.
Il dizionario Treccani riporta: aprilante agg. [der. di aprile]. – Del mese di aprile. Questo termine è usato solo nel proverbio "quarto (o terzo) aprilante quaranta dì durante" il tempo che fa il quarto (o, nella variante, il terzo) giorno d’aprile dura quaranta giorni. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

mercoledì 4 settembre 2019

L'antico detto siciliano “Parabbula significa tarantula ballerina”


Alcune favole che le nostre nonne, nelle serate invernali, ci raccontavano seduti attorno alla "conca", si terminavano con l'espressione: "Parabbula significa tarantula ballerina (o nacalora)!" che tradotto diventa "La favola (parabola) significa tarantola ballerina!". Qual è il senso di questa frase, trasformatasi anche in affermazione popolare?
Si tratta di un antico detto popolare palermitano, conosciuto in tutta la Sicilia. Si dice a commento di un ragionamento che, dopo aver filato liscio, a un certo punto perviene a conclusioni illogiche. Come chi,  morso dalla tarantola, si muove (balla) in modo vorticosa e senza senso, così il ragionamento o la favola termina con un non senso.
Tarantola è il nome generico e comune con cui s'identificano moltissime specie di ragno, appartenenti a diverse famiglie. 
Per i siciliani la tarantola ballerina è quella il cui morso dà effetti simili a un attacco epilettico. La vittima della tarantola è costretta a girare vorticosamente in tondo su se stessa. Allo stesso modo a chi sta cercando una verità capita di dover tornare al punto di partenza dove tutto è avvolto nel dubbio. (Tratto dal romanzo Tarantola ballerina. Misteriosi omicidi nella Palermo del Settecento. Indaga il capitano Della Valle, nobiluomo illuminista”di Filippo D'Arpa, Ugo Mursia Editore, 2003)
Secondo l’antropologo Giuseppe Pitrè nella tradizione siciliana ci sarebbero vari tipi di tarante, che possono dividersi in "ballerina" o "nacalara", proprio come nella Tradizione Salentina. E’ sempre il Pitrè che afferma come il modo migliore di guarire dall’ossessione, nel primo caso, sia il ballo, mentre per il morso della seconda l’unica soluzione è quella di affidarsi al dondolio di una culla ove si pone l’ammalato.
Il tarantolismo o tarantismo è definito come una sindrome culturale di tipo isterico. Con la dicitura "sindrome culturale" si vuole indicare - nell'ambito dell'antropologia medica e della psichiatria culturale - un particolare tipo di quadro clinico caratterizzato dall'insieme di disturbi psichici e somatici aventi un significato particolare e tipico di una determinata regione o gruppo etnico. Difatti, il tarantolismo - attribuito proprio al morso di tarantola - veniva diagnosticato solo nelle regioni del sud Italia.
Le popolazioni del luogo descrivevano il tarantismo come una patologia caratterizzata da sintomi sia fisici sia psichiatrici, quali: malessere generalizzato; dolori addominali; dolori muscolari; affaticamento; convulsioni; stati di prostrazione; depressione; deliri; stato di trance.
I miti e le leggende popolari dell'epoca volevano che l'unica terapia esistente per questa patologia fosse una sorta di "esorcismo musicale" operato attraverso una danza caratterizzata da movimenti frenetici e scandita da una musica sempre più incalzante. Oggi, tale ballo, è noto come tarantella.

FONTI: Giuseppe Pitrè, medicina popolare siciliana, 1896; Renata Pucci di Benischi, Trenta e due ventotto, Sellerio Editore, 2004; Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio Editore, 1995. (Foto web)(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 8 luglio 2019

"Facemu la vuluntà di Diu!" tratto dalla novella LU TISTAMENTU DI LU SIGNURI


Molti dei detti popolari siciliani derivano da leggende, novelle, per lo più inventante, a sfondo moralistico. Uno di questi è il detto “Facemu la vuluntà di Diu!” che spesso riteniamo. Esso è la parte finale della novellina (come la definisce l’antropologo Pitrè) LU TISTAMENTU DI LU SIGNURI. Scrive il Pitrè: «Lu tistamentu di lu Signuri è una spiritosa novellina contro le varie classi della società dei piccoli comuni, tra le quali solo i villici son condannati a lavorare per forza e rassegnarsi.» Riportiamo testualmente la novella così come è riportata nella raccolta del Pitrè “Fiabe e leggende popolari siciliane”:
 «Si raccunta ca quannu Gesu Cristu avia a lassari stu munnu, era cunfusu pinsannu a cu'avia a lassari tuttu chiddu chi cc'è supra la terra.
Pensa pensa: “A cui lu lassu?... Si lu lassu a li galantomini, li nobili comu arrestanu ? E si lu lassu a li nobili, li galantomini comu fannu?... E li viddani? E li mastri?...
'Nsumma 'un sapeva comu fari. 'Nta stu mentri vennu e vennu li nobili.
– Signuri, ora ca vi nn'aviti a jiri di stu munnu, pirchì 'un lassati a nui tutti cosi?
Pigghia lu Signuri, e cci li spartiu a iddi. Li parrini appurannu ca lu Signuri si nni avia a jiri, curreru puru iddi:
– Signuri, nenti nni lassati a nui ora ca vinnjiti ?
– Troppu tardu vinistivu, cci arrispusi lu Signuri, pirchì già li spartivi a li nobili.
– Oh  diavulu!, si vutaru li parrini.
– Dunca a vuàtri vi lassu lu diavulu, cci dissi lu Signuri.
Vennu e venna li monaci:
– Signuri, nenti nni lassati ora ca vinnjiti?
– Nenti, pirchì già li spartivi a li nobili.
– Oh diavulu! Dissiru li monaci.
– E lu diavulu si lu pigghiaru li parrini.
– Pacenza! dicinu li monaci.
–E a vuàtri vi lassu la pacenza, dici Gesu Cristu.
A li mastri cci iu a l'aricchia ca lu Signuri si nni avia a jiri; e subitu curreru.
– Signuri, a nuàtri chi nni lassati?
–Troppu tardu: pirchì già spartivi tutti cosi a li nobili.
– Oh ! diavulu!, dicinu li mastri.
– Si lu pigghiaru li parrini.
 – Pacenza!
 – Si la pigghiaru li monaci.
– Chi 'mbrogghia!si vòtanu li mastri.
– E a vuàtri vi lassu la 'mbrogghia.
Venniru li viddani, mischini, tutti affannateddi e affritti.
 – Signuri, vi nni aviti a jiri, e nenti nni lassati? Spartitini la terra.
– Troppu tardu, pirchì già la spartivi a li nobili.
– Oh diavulu!
– Si lu pigghiaru li parrini.
– Pacenza!
– Si la pigghiaru li monaci.
– Chi 'mbrogghia
– Si la pigghiaru li mastri!
– Facemu la vuluntà di Diu!
– E a vuàtri vi lassu la vuluntà di Diu!.
E pi chistu è ca a stu munnu li nobili cumannanu, li parrini sunnu ajutati di (da) lu diavulu, li monaci fannu la pacenza, li mastri fannu 'mbrogghi e li vidda ni hannu a fari lu setti a forza e hannu a fari la vuluntà di Diu.» (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 5 luglio 2019

Li ZORBI siciliani e l’antico detto “Cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi”


I frutti dei Sorbi
Durante una conversazione con un carissimo amico, amante delle tradizioni barresi e siciliane, esce fuori un'antico detto siciliano, conosciuto anche a Barrafranca: "Cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi" (col tempo e con la paglia maturano le sorbe), volendo con ciò indicare che certe decisioni hanno bisogno di tempo per "maturare". 
Cosa sono questi zorbi e da dove deriva il detto?
Nonostante sia antica come è antico il mondo, la pianta dei zorbi siciliani "il sorbo", nome scientifico Sorbus domestica, è poco conosciuta. 
E' un albero originario dell’Europa Meridionale, assai diffuso dalla Spagna alla Crimea e dalla Crimea all’Asia Minore. Sporadicamente cresce in Italia, così come in Sicilia, noto come "pedi di zorbi". 
Grazie al botanico svedese Carl von Linné nel 1758 il  sorbo siciliano fu inserito nel Systema Naturae come "sorbus domestica". Questa pianta si trova nei boschi e nelle radure, anche se alcuni esemplari possono essere coltivati nei giardini. Può raggiungere i 20 mt. . di altezza e i fiori sono ermafroditi e presentano un colore biancastro, riuniti in corimbi cupoliformi. All'inizio dell’autunno sono sostituiti da pomi di forma tondeggiante o piriforme. Le sorbe diventano commestibili solo quando sono molto mature. Ne esistono diverse varietà: c’è la "sorba-mela" rossa, grossa, meno aspra delle altre; quella "a pera" o "a zucchetta", di colore bianco o rosso pallido. Si raccoglie in settembre ottobre. 
Per l' uso alimentare si dispongono su uno strato di paglia ad ammezzire: dopo alcune settimane assumono un colore bruno e divengono commestibili. Da qui deriva il  vecchio detto: "cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi". Il legno di colore rosso scuro, pesante, duro è usato in agricoltura per la costruzione di utensili, pali, paletti, ecc., ed è anche ricercato dai tornitori e dagli incisori per opere di pregio.
Sorbe mature
I frutti hanno proprietà diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, lenitive. In questo caso, è consigliabile utilizzare frutti ancora più acerbi. Questa capacità medicinale deriva dal fatto che possiedono dei principi attivi, sostanze peptiniche e tanniniche, acidi organici (specialmente acido sorbico, malico, citrico e tartarico), sorbitolo (o sorbite)
Nelle leggende popolari la sorba matura è considerata un portafortuna. Anticamente i contadini  piantavano piante di sorbo vicino casa, convinti che tenessero lontano gli spiriti maligni. Anche consegnare alcuni frutti ancora acerbi è di buon auspicio. Tutto merito delle sue intense e brillanti sfumature rosse che si credeva avessero la magica virtù di allontanare povertà e miseria. E ancora oggi i boschi di sorbo sono ritenuti propizi per la caccia, perché riserva di abbondante selvaggina.
I Romani apprezzavano la tenerezza e la dolcezza della sorba, soprattutto nella preparazione di liquori. Ce ne parla Virgilio nelle "Georgiche" dov’è illustrata l’usanza di far fermentare questo frutto col grano, ottenendo la "cerevesia", una bevanda alcolica simile al sidro.
Il sorbo era un albero sacro per le popolazioni celtiche che lo piantavano ovunque per proteggere le case e lo ritenevano una manifestazione terrena dell’altro mondo.
Sia i Celti che i Germani consideravano il suo frutto, al pari della mela, nutrimento degli dei e amuleto contro i fulmini e i sortilegi: appenderne un ramo fruttifero sull'uscio di casa ne assicurava la protezione. Ricavata dal sorbo era anche "la mano di strega", una sorta di bacchetta da rabdomante per trovare i metalli preziosi. Pare che i druidi, prima di una battaglia, accendessero fuochi con il legno di sorbo e pregavano chiedendo agli spiriti di partecipare alla battaglia. Nei paesi nordici il sorbo, oltre ad essere usato per fabbricare i bastoni dei pastori, serviva anche per proteggere il bestiame dalle epidemie. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


mercoledì 12 giugno 2019

Le origini dell'antico detto "Troppa grazia Sant’Antonio!"

In occasione dei festeggiamenti in onore di sant'Antonio di Padova, che si svolgono il 13 giugno, vogliamo riproporre un detto molto antico, che recita:“Troppa grazia Sant'Antonio!”. 
Usato solitamente quando si vuole indicare che si sta ricevendo più di quanto si debba ricevere, è un detto molto conosciuto in tutta Italia. Per quanto riguarda i fatti che generano tal detto, sono praticamente identiche in tutte le regioni italiane, con le solo varianti per quanto riguarda i protagonisti della vicenda. In Sicilia il detto nasce, secondo alcune tradizioni popolari, da una leggenda che ha come protagonista un contadino di Poggioreale (TP), dove il santo patrono è proprio Sant'Antonio di Padova.
Si racconta che contadino povero, stanco e con la schiena a pezzi per il troppo lavoro, aveva bisogno di un asino per poterlo aiutare a lavorare nei campi. 
Andò dal proprio “padrone” e gli chiese se potesse aiutarlo. Il “padrone”, persona molto sensibile e generosa, gli regalò un mulo. Il contadino gliene fu grato, lo portò nella sua terra e provò a cavalcarlo. Il mulo, però, era molto alto e il contadino non riuscì a salirci sopra, inoltre, la vecchiaia e il lavoro duro non gli permettevano di fare grandi sforzi. Iniziò a piangere davanti alla stalla e lo vide un prete che, dopo aver ascoltato la storia, gli disse che per ricevere la grazia avrebbe dovuto pregare Sant'Antonio. Il contadino iniziò a pregare il santo ma neanche le preghiere lo aiutavano, provava e riprovava ma il mulo non riusciva proprio a cavalcarlo. Pregò con lui anche la moglie ed i vicini e, giusto quando tutti erano attorno a lui congregati, il contadino prese la rincorsa per provare a salire sul mulo gridando: “Sant'Antonio fammi sta grazia”. Detto questo fece un salto altissimo, ma così alto, che superò il mulo e cadde dall'altra parte della bestia. A quel punto urlò: “Troppa grazia Sant'Antonio! (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

martedì 28 maggio 2019

"Fidi ti salva no lignu di varca”: antico proverbio siciliano


Foto dal web
Chi non ha mai sentito pronunciare la frase: "Fidi ti salva  no lignu di varca" (Fede ti salva  non già legno di barca). Da dove deriva questo proverbio? Spulciando tra i testi dello storico e antropologo palermitano Giuseppe Pitrè, leggiamo nel  libro "Medicina popolare siciliana" (1896) che il proverbio, cconsiderato un'affabulazione (invenzione favolosa), è tratto da una leggenda che vede come protagonista un pover uomo malato che non riesce a guarire. Lasciamo la parola al Pitrè:
«C'era una volta un uomo, che da mesi e mesi era ammalato e nessun medico avea mai saputo guarirlo. Un giorno va a trovarlo un suo compare e gli dice: — "Compare mio, ne avete prese tante delle medicine e siete peggio di prima. Volete guarire? Prendete del legno della Santa Croce in decozione, e vedrete che miracolo!" L'ammalato gradì il consiglio, ma sentendo che quel legno lo potea trovar solamente nei Luoghi Santi rimase confuso. Finalmente, volgendosi al compare, lo pregò che volesse fargli la carità di andar lui nei Luoghi Santi, a procurargli il legno miracoloso. E poiché il compare promise di farlo, l'ammalato gli diede una manata di piastre per le spese di viaggio. Appena il compare si trovò fuori di casa, pensò tra sé: "Andare io ai Luoghi Santi... sarebbe una pazzia!" E che fa? Va a tagliare una scheggia di barca e quando gli parve tempo si presentò all'ammalato, e raccontando i disagi del lungo viaggio, gli mise in mano la santa scheggia. L'ammalato fu per venir meno dalla gioia, e baciata e ribaciata furiosamente la sacra reliquia, la porse alla moglie, perché gliene facesse una decozione. Beverla e risanare fu tutt'uno. Non passò molto che guarì però che il compare gli rivelò tutto l'affare ridendo della credulità dell’amico; ma questi, senza scomporsi niente, gli rispose: "Fidi ti salva no lignu di varca"(Fede ti salva no legno di barca).»
Il proverbio vuole sentenziare che a salvarci, anche nel caso di malattie, non sono i medicamenti o i beni materiali, ma la fede in Dio. Nei tempi passati la medicina popolare praticata in Sicilia curava le malattie con le parole, le erbe, le pietre e gli animali. Le parole ebbero un’importanza e un’efficacia speciale, basti ricordare il gran numero di "guaritori di campagna" che curavano i malati con tutta una seri di riti, come la "segnatura", che utilizzava formule deprecatorie in cui si invocavano Cristo, la Madonna e i Santi. Oli, unguenti e piante officinali avevano un loro peso nei  riti di "medicina popolare". Forse non tutti quelli che li usano credono  che questi rimedi fossero efficaci; ma v'era la fede e basta. Questa leggenda, difatti, vuole richiamare la forza della fede nell’atto del guarire! 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 6 agosto 2018

Da dove deriva il detto A MORTI 'UN GUARDA 'N FACCI A NUDDU


Appassionata di preghiere, proverbi e detti barresi, è da qualche anno che ne sto curando la raccolta. Durante le mie ricerche mi sono imbattuta nel detto, molto usato a Barrafranca  e non solo, A MORTI 'UN GUARDA 'N FACCI A NUDDU. 
Come molti dei nostri modi di dire, questi derivano da fatti veri o inventanti, trasformati in fiabe. E' il caso proprio di questo detto, che ho rintracciato tra le fiabe pubblicate da Giuseppe Pitrè e ravvolte nel volume Fiabe novelle e racconti popolari siciliani, 1870, fiaba CIX dal titolo "La morti e sò figghiozzu".
Lasciamo la parola al Pitrè:
“Si cunta ca 'na vota cc'era un maritu e 'na mugghieri, e cci nascíu un figghiu; stu figghiu l'avìanu a fari vattïari, e 'un sapianu di cui. Passa oj, passa poi, lu picciriddu avía se' anni. 'Na jurnata lu Signuri, cci mannò S. Petru pi vattiallu; ma lu patri 'un lu vosi accittàri, pi compari, cu diri ca si lu vattïava, S. Petru si lu purtava subbitu 'n Paraddisu, a lu picciriddu. S. Petru si nni iju, e vinni S. Giuseppi; cci piacíu a lu patri, ma dici comu amicu; comu cumpàri no, pi lu scantu ca lu figghiu cci muría. Vinni S. Giuvanni: la stissa cosa. All'urtimu cu' vinni? vinni la Morti, e cci fici tanti cirimonii. Dici lu patri: — «Ora cci semu; cummari Morti nun si lu porta a mè figghiu, e mè figghiu campa sina a vecchiu;» e cci fici vattïari. Ma ddoppu jorna cummari Morti parrò di purtàrisi lu figghiozzu. Figuràmunni lu patri! Cci rinfacciau la sò finta amicizia, e cci nni dissi 'na letta. La Morti allura ammustrò 'na pocu di lampi addumati; una avía ogghiu assai, 'n'àutra cchiù picca; e a 'n'àutra cci stava finennu; — «e comu chissa, dici la Morti, cc'è lu picciriddu vostru, cumpari, ca vinni l'ura sua, e ogghiu 'un cci nn'è cchiù a la sò lampa.» — E di ddocu nni veni ca la Morti 'un guarda 'n facci a nuddu.” 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 9 maggio 2018

“Chi ti pozzano manciari li cani!” antica invettiva siciliana


Moneta di Adrano
Quante volte abbiamo sentito dire dalle persone più anziane “Chi ti pozzano manciari li cani!”. Ma cosa vuol dire?
Ci troviamo di fronte ad un'invettiva siciliana, rivolta contro un uomo considerato disonesto per augurargli di venire sbranato da cani inferociti. L'invettiva affonda le radici nel culto del dio Adranos. Come raccontano alcuni storici, sulle pendici dell’Etna nei pressi dell’odierna Paternò, sorgeva un tempio con all’interno una statua che raffigurava il Dio armato con una lancia, simbolo della potenza del vulcano. I greci associarono il Dio oltre che alla guerra, anche al fuoco, identificandolo con Efesto. Secondo lo storico Adolf Holm nella sua “ Storia della Sicilia nell'antichità” (1896-1901) furono attribuite ad una sola divinità notizie riguardanti due diverse divinità e, per questo motivo, Adranos riunì in sé sia il carattere di dio della guerra, indicato dalla lancia, che quello di dio del fuoco, proprio di Efesto. Al tempio del dio Adrano, situato nei pressi del laghetto Naftia, accorreva una gran folla di fedeli, proveniente da ogni parte dell’isola. Questo tempio era sorvegliato dai numerosi cani: i cani di “Adranos”. Di essi  parla il filosofo e scrittore latino (che però scriveva in lingua greca) Eliano, vissuto tra il 165/170 cca e il 235 a.C. In Sicilia esisteva un tempio dedicato al dio Adranos, custodito da “non meno di mille cani” (animali sacri al dio). Eliano, nella sua opera “ΠΕΡΙ ΖΏΩΝ ΙΔΙΟΤΗΤΟΣ” (tradotta in latino come “De Natura Animalium”), descrive in modo molto simile i cani di Adrano e quelli di Efesto.
Eliano così racconta: “Nella città di Aitna (Etna), in Sicilia, è oggetto di culto particolare un tempio dedicato ad Efesto. Qui si trovano un recinto, alberi sacri e un fuoco inestinguibile, mai spento. Intorno al tempio e al bosco ci son segugi sacri che accolgono festosamente e scodinzolando coloro che accedono al tempio e al bosco sacro con animo umile e aspetto rispettabile. Come se li conoscessero, essi si mostrano benigni nei loro confronti; se invece entra qualcuno empio e con le mani macchiate da azioni esecrabili, lo mordono e lo dilaniano; si limitano invece a scacciare e ad inseguire coloro che si siano contaminati con atti di libidine”.
Questi cani – che custodivano il fuoco – vengono però descritti da altri Autori come statue d’oro e non come animali in carne ed ossa.
La leggenda racconta che a custodire il tempio ci fossero numerosi cirnechi, cani da caccia tipici dell’Etna. La razza derivava dai cani dei faraoni egiziani, in particolare dallo sciacallo sacro al dio Anubis,  dio della mummificazione e dei cimiteri,  protettore delle necropoli e del mondo dei morti, rappresentato come un uomo dalla testa di canide.
Tornado ai cani di Aranos, questi cani erano così intelligenti da distinguere i buoni visitatori dai cattivi. Si mostravano accoglienti nei confronti dei fedeli accorsi al tempio con doni da offrire al dio, ma aggressivi e spietati nei confronti di chi si avvicinava al luogo di culto con l’intenzione di compiere razzie. Si avventavano contro gli spergiuri e i ladri intenzionati a fare bottino e li sbranavano senza pietà. In numerose monete di quel periodo, esposte nei musei in particolare in quello di Adrano, si vede sul recto la testa di un guerriero con elmo corinzio e cimiero e sul verso il cane cirneco.
Da ciò è nata l’espressione siciliana “chi ti pozzanu manciari li cani, (che ti possano mangiare i cani) come forma di imprecazione contro qualcuno che fa una cosa malvagia.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA