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giovedì 30 giugno 2022

“Il pappagallino indovina ventura”

Pappagallino intovina vantura
Chi si ricorda del "Pappagallino indovina ventura" o "pappagaddinu da vintura"? Era un pappagallino che con il suo becco prelevava da una gabbietta un foglietto colorato, il fogliettino “pianeti della fortuna”, su cui era scritta la "ventura", ossia la previsione dell’avvenire o sorte a cui era destinato l’uomo. Andiamo per ordine.
Intorno agli anni 50/60 del secolo scorso, non era insolito vedere circolare nei paesi, soprattutto durante le feste e le sagre, strani forestieri con un pappagallino dentro una cassetta o gabbietta piena zeppa di bigliettini di tonalità diverse. Secondo il ricordo di alcuni anziani, a Barrafranca (EN) era una zingarella (o zingarello) che girava per le strade avvicinando le persone che incontravano o bussando a ogni casa, per offrire il loro speciale servizio: "a lettura da vintura", ossia la lettura del futuro. Con la modica somma di cinque lire o con pagamento in natura, la zingarella ti prediceva il futuro. La procedura era sempre la stessa: questa chiedeva all'interlocutore l’età, il sesso e lo stato civile e dopo la risposta apriva la gabbietta e il pappagallino con il becco estraeva un bigliettino colorato. C’era chi invece, spaventato dalla lettura del futuro, dava all'avvenente zingarella il denaro, senza farsi estrarre il bigliettino.
Bigliettino "Pianeta della Fortuna"
I bigliettini facevano parte della raccolta conosciuta come "I pianeti della fortuna". Si tratta di pubblicazioni popolari molto diffuse che riportavano su foglietti di diverso colore e di piccolo formato (cm 9x12) predizioni sul futuro e l'indicazione dei numeri fortunati per il gioco del lotto. Prevedevano pronostici personalizzati per le diverse categorie di lettori (per uomini, donne, bambini, mariti, etc.) ed erano caratterizzati da semplici vignette. Furono inventati intorno alla metà del XIX secolo dal tipografo Giuseppe Pennaroli di Fiorenzuola d’Arda e distribuiti ai venditori ambulanti che li raccoglievano in una cassetta ed estratti da un pappagallino.

Bigliettino "Pianeta della Fortuna"

Questi bigliettini venivano visti dalle classi meno abbienti come una sorta di riscatto, la possibilità di "un’altra vita", la speranza di un futuro migliore, l’aspirazione al benessere e ad una sorta di giustizia sociale, fornita dalla previsione scritta in cui bigliettini colorati che, non a caso, rispecchiavano le aspettative delle classi subalterne. Amore, ricchezza, fortuna erano previsioni per tutti e la credere in forniva alla gente comune la credenza in un riscatto sociale.

Locandina mostra 

A tal proposito l’antropologo siciliano Antonino Uccello nell’introduzione alla "Mostra di documenti originali della pubblicazione I pianeti della fortuna. Canzoni e vignette popolari dell'antica tipografia G. Pennaroli di Fiorenzuola d'Arda" del 1975 scrive: «Molti di noi hanno forse avuto “indovinata la ventura” da uno di questi foglietti- pianeti coloratissimi illustrati da una rozza vignetta che a noi ragazzi qualche volta è capitato di prendere dal becco di un pappagallo portato in giro in una gabbietta da un ometto che faceva il mestiere di vagabondo. Questi “foglietti” hanno rappresentato una sorta di fata morgana, la vita altra cui le classi subalterne hanno sempre aspirato. L’oracolo racchiuso in questi “fogli” protrae nel tempo la segreta speranza dei poveri e degli sfruttati che possono trovare soddisfatta la loro aspirazione al benessere e alla giustizia sociale solo nella rappresentazione del sogno e della rappresentazione fantastica…”. 

FONTE: "Per le feste arriva ancora l’indovina-ventura col pappagallo" di Nello Blancato, pubblicato il 6 Luglio 2020 sul sito www. alazzolo-acreide-siracusa; www.casamuseo.it; FONTI ORALI. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

 

mercoledì 27 aprile 2022

“U VIAGGIU AI SANTI”- antica pratica devozionale cristiana


Una delle tante pratiche cristiane, antropologicamente interessanti, per capire la religiosità popolare è il cosiddetto " Viaggiu ai Santi", ossia il pellegrinaggio compiuto a piedi fino al luogo sacro dove poter incontrare il Santo protettore.
Il pellegrinaggio, come viaggio devozionale e penitenziale, è uno dei riti religiosi più comuni, assieme alla donazione del pane, che caratterizzano la religiosità popolare. Nella rivista "Il pellegrinaggio. Rivista internazionale di Teologia e Cultura COMMUNIO" leggiamo: «Il pellegrinaggio è un viaggio verso un centro nel quale si realizzerà l’incontro atteso e preparato dall'homo religiosus. Questo centro costituisce in maniera simbolica lo spazio della salvezza». Il mettersi in cammino è connaturato all'essere umano, anche il "viaggio a piedi verso un luogo sacro" chiamato pellegrinaggio, è una pratica che ritroviamo in tutte le religioni, antiche e moderne. Il pellegrinaggio rende sacro il tempo e lo spazio in cui si svolge. I pellegrini stessi sono sacri perché più vicini a Dio, attraverso la fatica, e più lontani dall'oikos familiare che li protegge nella vita di tutti i giorni, qui interrotta e momentaneamente abbandonata. Nella quotidianità, il tempo trascorre come ritmo continuo nella successione dei giorni e delle notti, delle settimane, degli anni. In questo tempo, ci sono degli stacchi derivanti dalla celebrazione di un rituale festivo. Questo, a sua volta, richiede particolari usi: l’andare a piedi anche scalzi, procedere in ginocchio fino agli altari o addirittura, percorrere gli ultimi metri che ci separano dal Santo strisciando per terra la lingua.
La motivazione di questo "andare" è quella dell’attesa di un incontro con chi, superando le normali categorie della materialità, possa cambiare la situazione attuale e al quale si chiede la soluzione di un problema che, un essere materiale, non può risolvere. Da ciò nasce la ricerca di un essere invisibile, spirituale che possa modificare le attuali connotazioni materiali. E chi meglio dei Santi, considerati gli intercessori presso Cristo, possono assolvere tale compito. Così, di fronte a una situazione di cui non si è in grado di affrontare o risolvere, s’intraprende, per nove giorni, il "viaggio" che, allontanando dal proprio spazio e tempo materiali, avvicina e immette in categorie spazio temporali in cui il "pellegrino" si sente più vicino alla spiritualità e gli permette di chiedere al Santo, in questo caso al "suo Santo patrono", la grazia di guarigione dei mali corporali.
Di là dai pellegrinaggi definiti maggiori (Gerusalemme, Santiago di Compostela, Roma, Canterbury, San Michele Arcangelo in Puglia, …), vi è una miriade di pellegrinaggi definiti a "corto raggio" ossia a luoghi e siti vicini alla zona del pellegrino. Stiamo parlando di quello che nella cultura agro- pastorale siciliana è conosciuto come "U viaggiu ai Santi". In occasione di qualche grave pericolo, o per chiedere la guarigione da una malattia o una grazia, i fedeli chiedono l’aiuto del Santo cui sono legati e, usciti dal pericolo, si compie la promessa recandosi presso un santuario dedicato a quel santo. Si ripaga, in questo modo, il protettore col sacrificio del viaggio e con la testimonianza personale della grazia ricevuta. C’è chi, poi, compie un "viaggio di richiesta", ossia per chiedere una grazia, una benedizione, in attesa che il Santo la esaudisca. Giunti alla meta, dopo una preghiera e la consegna degli ex voto, il pellegrino ritorna a casa, portando con sé candele, immagini sacre o altro. Questi cimeli però devono essere benedetti mediante lo strofinamento sul simulacro, attribuendo così a quell’oggetto benedetto un carattere taumaturgico, di protezione ai mali della vita.

FONTI: Gabriele Tardio Le credenziali, le insegne pellegrinali e i "ricordi" del pellegrinaggio garganico, Edizioni SMiL, Testi di storia e tradizioni popolari; AA.VV. Il pellegrinaggio. Rivista internazionale di Teologia e Cultura COMMUNIO, numero 153, maggio-giugno 1997, Jaca Book; Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 15 luglio 2020

Antico metodo per sapere di quanti giorni è formato ogni mese dell’anno


LUNARIO NOVO (foto dal web)
Nella società moderna, con l’avvento del calendario cartaceo, conoscere il numero di giorni che formano formato i mesi dell’anno è diventato molto semplice. Il primo calendario cartaceo si ebbe nel 1582, dopo la riforma del calendario Giuliano per opera di papa Gregorio XIII che lo istituì con la bolla papale "Inter Gravissimas" del 24 febbraio 1582. 
Con una breve del 3 aprile 1582, il Pontefice concesse ad Antonio Lilio il diritto esclusivo di pubblicare il calendario per un periodo di anni dieci. 
Nacque così una delle prime edizioni a stampa del nuovo calendario: il "Lunario Novo, Secondo la Nuova Riforma della Correttione dell'Anno riformato da Gregorio XIII NS",  stampato a Roma da Vincenzo Accolti nel 1582. Il Calendario Gregoriano (così chiamato in onore di papa Gregorio) entrò in vigore il 15 ottobre 1582.
La stampa cartacea del calendario presupponeva, però, la capacità di leggere. Immaginatevi, invece, quel vasto mondo di persone analfabete di cui era composta la società di allora.
Così la gente, soprattutto quella del mondo contadino, inventò un modo semplice per sapere quali mesi sono di 30 giorni oppure 31. Quest’antico metodo è riportato anche nell'opera "Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano" di Giuseppe Pitrè.
(foto dal web)
Si parte chiudendo la mano sinistra a pugno. Scorrendo con un dito della mano destra la suddetta regione dorsale della mano sinistra si hanno i seguenti risultati: nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea del mignolo: gennaio (31 giorni), spazio interosseo tra mignolo e anulare: febbraio (28 o 29 giorni), nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea dell'anulare: marzo (31giorni), spazio interosseo tra l'anulare e medio: aprile (30 giorni), nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea del medio: maggio (31 giorni), spazio interosseo tra medio e indice: giugno (30 giorni), nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea dell’indice: luglio (31 giorni). Poi si passa al pugno della mano destra: nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea dell’indice: agosto (31 giorni), spazio interosseo tra l’indice e il medio: settembre (30 giorni), nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea del medio: ottobre (31 giorni), spazio interosseo tra medio e anulare: novembre (30 giorni), nocca formata dall'articolazione metacarpo-falangea dell’anulare: dicembre (31 giorni).
Fonti: https://it.cathopedia.org/; Giuseppe Pitrè "Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano", vol. 3, Palermo 1889; fonti orali di alcuni contadini barresi. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)
RITA BEVILACQUA 

lunedì 30 marzo 2020

La “Pasqua cristiana” e il “Navigium Isidis”: perché la Pasqua cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera.



La Pasqua fa parte di quelle feste cristiane che non hanno una data fissa. Essa varia di anno in anno secondo un preciso calcolo: essa ricorre la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Da dove origina questo calcolo? Innanzitutto dobbiamo dire che la Pasqua cristiana deriva dalla Pasqua ebraica «La Pasqua ebraica e quella cristiana avevano in comune il tema della festa, l’attesa di una liberazione futura, per i cristiani ovviamente intesa come ritorno di Cristo» (Christoph Markschies, In cammino tra due mondi: strutture del cristianesimo antico). Così, in Asia minore, le prime comunità cristiane festeggiavano la resurrezione di Cristo a partire dal 14 Nisan, con un digiuno, che durava fino al mattino successivo e la stessa sera veniva letto il racconto della Pasqua descritto nel libro dell’Esodo (Es 12). La festa venne così a coincidere con l’equinozio di Primavera, «anche perché secondo la filosofia patristica, il mondo fu creato da Dio in primavera, nel mese di Nisan, settimo mese secondo il calendario ebraico, ma primo per importanza a quanto sta scritto nell’Esodo 12, 2. » (C. Bernardi).
A questa pratica di festeggiare la Pasqua diffusa in Asia Minore, s’iniziò a contrapporsi l’usanza romana di festeggiare la Pasqua cristiana di Domenica, sia perché nei vangeli si leggeva che Cristo era risuscitato il “giorno dopo il Sabato”, sia perché diventò una pratica sancita dallo stesso impero romano, da quando l’imperatore Costantino I nel 321 d. C. emanò la prima legge civile sulla Domenica: questo giorno dedicato al “diessolis”, divenne ufficialmente giorno di riposo. In tal modo, la domenica divenne il giorno dedicato al Signore.
Questo differente modo di celebrare la Pasqua delle prime comunità cristiane sfociò nella controversa questione conosciuta come “questione quarto decimana” (dal 14 di Nisan): la disputa riguardava, appunto, il giorno in cui si dovesse festeggiare la Resurrezione di Cristo. La questione fu risolta durante il Concilio di Nicea del 325 d.C. indetto dall’imperatore Costantino, dove fu stabilito che la Pasqua sarebbe stata celebrata la prima Domenica dopo la luna piena che seguiva l’equinozio di primavera. Essendo in vigore il calendario promulgato da Giulio Cesare (il calendario giuliano, elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria nel 46 a.C.), il concilio fissò l’equinozio di primavera il 21 marzo. Questa prassi permise di considerare la Pasqua come la vittoria dei figli della luce sulle opere delle tenebre, in quanto, dopo l’equinozio di primavera, il giorno diventa più lungo della notte. 
Il concilio approdò a queste conclusioni derivandole dalla filosofia patristica, la quale riteneva che «Cristo fosse morto e Risorto nella settimana coincidente con la prima settimana della creazione … Particolare significato aveva il primo, il quarto e il sesto. Il primo era l’equinozio, poiché Dio separò la luce dalle tenebre, creò il giorno e la notte, divisi in parte uguali. Il quarto giorno, creazione del sole e della luna, era un plenilunio. Nel sesto Dio creò l’uomo e si riteneva che sempre in un sesto giorno l’uomo avesse peccato e fosse morto. Per la Patristica Gesù fece in modo che la sua cattura e la sua passione avvenissero nella settimana primordiale, nella quale convergono plenilunio, equinozio e sesto giorno. Quindi l’attuale calcolato del giorno in cui festeggiare la Pasqua oltre che da considerazioni religiose delle prime comunità cristiane, che non vollero confondersi con le comunità ebraiche, esso derivò anche da motivi politici, di supremazia del potere di Roma, dalla volontà dell’imperatore Costantino di render forte il potere della chiesa di Roma sulle chiese asiatiche, creando così un impero unito non solo politicamente anche religiosamente. Non dobbiamo dimenticare che fu proprio l’imperatore Costantino con l’editto di Milano del 313 d.C. a concedere libertà di culto ai cristiani. Fu il primo passo verso il riconoscimento, avvenuto nel 380 d.C. con l’Editto di Tessalonica emanato da Teodosio, del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.
Riti propiziatori dedicati alla primavera, atti a spaventare i demoni dell’inverno, si ritrovano anche nel mondo pagano. Questo era un modo arcaico di spiegare l’alternarsi delle stagioni, la rinascita della natura dopo il torpore invernale. Studi approfonditi sulle feste del mondo antico, emerge una festa che si potrebbe considerare la progenitrice della Pasqua cristiana: la festa del “Navigium Isidis”.
Nel mondo antico, la festa in onore della Dea egizia Iside, importata anche nell’Impero Romano, era caratterizzata dalla presenza di gruppi in maschera, come attesta lo scrittore Lucio Apuleo nel libro XI delle sue Metamorfosi. Che cosa hanno in comune il Carnevale con il “Carrus Navalis”? Il termine si rifà alla cerimonia del “Navigium Isidis” culminante nel “Carrus Navalis”. Il “Navigium Isidis” (la nave di Iside) consisteva in un corteo in maschera in cui un’imbarcazione di legno (Carrus Navalis) era ornata di fiori. L’imbarcazione era issata su un carro che si diceva appunto “navale” ed era trainata da umani mascherati, le cui maschere richiamavano non solo i defunti, anche i demoni del mondo dei morti. Si trattava di una festa molto allegra, dedicata alla vicenda della Dea Iside che fece risorgere il suo sposo Osiride. Il richiamo al connubio Morte- Resurrezione è chiaro. Inoltre in Egitto la festa si teneva nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ciò corrisponde all’odierna Pasqua cristiana. Nella tradizione romana del “Carrus Navalis” fu introdotto un elemento nuovo: la burla, con lo scopo di sbeffeggiare personaggi influenti. Questo perché i romani avevano l’abitudine di ironizzare sui potenti. Si potrebbe così ipotizzare che, con l’avvento del Cristianesimo, la festa del “Navigium Isidis” fu smembrata per formare due festività: Carnevale (Carrus Navalis, la processione delle maschere) e Pasqua (Iside che fa risorgere il proprio amato dopo l’equinozio di primavera).

FONTI: Rita Bevilacqua, “Settimana Santa a Barrafranca”, Bonfirraro Editore, 2014; Claudio Bernardi, La drammaturgia della Settimana Santa in Italia; Néstor F. Marqués, Un anno nell'antica Roma: La vita quotidiana dei romani attraverso il loro calendario; www. storieromane.altervista.org. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

venerdì 12 aprile 2019

L'uovo simbolo della Pasqua.


L’uovo ha sempre rivestito un ruolo unico, particolare, misterico inteso come simbolo della vita in sé, quasi della sacralità. Già al tempo del paganesimo erano il simbolo del ritorno della vita. Per i cristiani l’uovo non è solo vita, ma raffigura la rinascita della vita oltre la morte.
Il concetto di uovo pasquale come simbolo di resurrezione è antichissimo. Secondo lo storico delle religioni Mircea Eliade (vedi Trattato di storia delle religioni) il simbolo che l’uovo incarna non si ricollega tanto alla nascita quanto alla rinascita, ripetuta secondo il modello cosmico. L’uovo quindi conferma e promuove la resurrezione. Come afferma lo storico Eliade, sia i greci sia i persiani si scambiavano le uova come dono primaverile, così come nell’antico Egitto uova decorate erano scambiate all’equinozio di primavera, data d’inizio dell’anno nuovo. Per questi popoli l'uovo diventa simbolo ed emblema del rinnovamento della natura e della vegetazione.
Le uova, associate per secoli alla primavera, con l’avvento del cristianesimo divennero simbolo della rinascita non della natura ma dell’uomo stesso, della resurrezione del Cristo dal sepolcro: come il pulcino esce dall’uovo, a prima vista inerte, cosi Cristo esce vivo dal sepolcro.
L'usanza dello scambio di uova decorate si sviluppò soprattutto nel Medioevo e «si tende a ricollegare quest’usanza al tempo di Quaresima, in cui fin dal secolo IV era vietato consumare uova durante tutto questo periodo di penitenza… Così le riserve di uova crescevano e il modo per sbarazzarsene il più velocemente possibile sarebbe stato quello di regalarne ai bambini» (Pascale Marson).
In alcune credenze pagane, il cielo e la terra erano ritenuti due metà dello stesso uovo, e le uova erano il simbolo del ritorno alla vita. L’uovo era visto come simbolo di fertilità e considerato quasi magico, poiché allora era inspiegabile come da un oggetto così particolare potesse nascere la vita. Tra i Persiani, i Greci e i Cinesi, era usanza all'inizio della stagione primaverile scambiarsi uova di gallina, così come nell'antico Egitto le uova decorate erano scambiate all'equinozio di primavera, che segnava l’inizio del nuovo anno. Presso l’antica Roma si usava dire: “Omne vivum ex ovo” proprio per indicare che ogni essere vivente proviene dall'uovo, ossia da un organismo vivente. Con l’avvento del cristianesimo l’uovo diventò anche il simbolo della resurrezione di Cristo. 
Durante il Medioevo, nacque l’usanza di regalare le uova il giorno di Pasqua. A causa del rigido digiuno praticato in Quaresima, si accumulavano enormi quantità di uova.  Per evitare che si buttassero, la mattina di Pasqua venivano benedette e regalate, in senso ben augurale, a parenti e amici.
Proprio per i poteri speciali che gli si attribuivano, molte erano le tradizioni in cui si usavano le uova: esse erano interrate sotto le fondamenta degli edifici per tenere lontano il male; erano portate in grembo dalle donne in gravidanza per scoprire il sesso del nascituro e le spose vi passavano sopra calpestandole prima di entrare nella loro nuova casa. I contadini avevano la consuetudine di seppellire un uovo dipinto di rosso nei campi per propiziarsi un buon raccolto.
(Fonti: Rita Bevilacqua, “Settimana Santa a Barrafranca”, Bonfirraro Editore, 2014; Dizionario delle sentenze latine e greche, a cura di Renzo Tosi, Bur Rizzoli; Pascale Marson, Conoscere le religioni e le loro feste, Edizioni Paoline, 2001). (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA



mercoledì 20 febbraio 2019

La MASCHERA e il suo arcaico significato


Maschere del teatro classico
Nascondere il viso o l’intero corpo sotto diverse spoglie, è stato uno dei primi atti sociali dell’uomo.
La maschera o il mascherarsi è da considerarsi un gesto antico, primordiale della vita umana, utilizzato per riti religiosi, rappresentazioni teatrali, feste folkloristiche.
Con il termine Maschera si indica un oggetto che ricopre totalmente o parzialmente la figura umana per nascondere chi la indossa e dissimularne l’identità, o per dare sembianze diverse. Il vocabolario Treccani riporta questa definizione: «Finto volto, di cartapesta, plastica, legno o altro materiale, riproducendo lineamenti umani, animali o del tutto immaginari e generalmente fornito di fori per gli occhi e la bocca; può essere indossata a scopo magico - rituale (per es., per rappresentare con efficacia antropomorfica l'essenza divina o demoniaca), bellico (per incutere terrore al nemico), di spettacolo (per comunicare con immediatezza il carattere e la funzione di un personaggio), di divertimento (come le maschere dai tratti spesso grotteschi che si usano per il carnevale), o semplicemente per non farsi riconoscere (e in questo caso potrà avere forma molto semplice)».
Maschere teatrali
Difficile risalire alle origini etimologica del termine. Due le ipotesi principali. La prima fa derivare il termine da una voce preindoeuropea masca «fuliggine, fantasma nero». La seconda, invece, suggerisce la derivazione da masca «strega», voce regionale di area ligure e piemontese cui appartengono anche i derivati mascaria «incantesimi, stregoneria, magia» e mascassa «stregona, stregaccia». Masca, a sua volta, deriva dal latino tardo masca(m), sostantivo femminile usato nel senso di “strega”. Secondo il folklorista Paolo Toschi nelle zone della Lombardia “masca” significa prima di tutto uno spirito ignobile, il quale, simile alle strigae romane, divorava uomini vivi. Sembra che originariamente “masca” significasse un morto, avvolto in una rete per ostacolare il suo ritorno sulla terra, costume che si ritrova presso alcune popolazioni primitive. Frequente è l’uso di masca, sempre per indicare strega, nel latino medioevale. Secondo alcuni studiosi, la maschera è collegata alla morte. Basti pensare alle “mascherate” che si tenevano in tutta Europa in occasione delle Calende di gennaio, periodo nel quale si riteneva che gli spiriti dei morti tornassero sulla terra.  Secondo il sociologo Alessandro Pizzorno il modello originario della maschera sarebbe stato il teschio umano o il cranio di un animale. Per alcune tradizioni (ad es. quella Dogon) la maschera apparve quando il primo antenato, avendo voluto conoscere la lingua segreta, fu punito dagli dèi con la morte. L’apparizione della maschera risulta, dunque, contemporanea della mortalità umana: la maschera verrebbe, in questo senso, a “ristabilire l’ordine sul disordine provocato dalla morte” In questo modo, chi durante un rituale indossa una maschera, muore come individuo e si distacca dalla sua persona (=maschera) quotidiana per impersonare un essere a-temporale, fissato nella maschera che lo rappresenta: si può quindi affermare che “la maschera comincia là, dove si abolisce la persona” ovvero la maschera che ogni individuo indossa nella sua quotidianità. La persona che si nasconde dietro alla maschera “cerca di innestare la propria azione sul corpo della sua storia quotidiana, interrompe la propria identità personale, sottrae ogni azione che compie alla responsabilità del prima e del poi”. (Sulla Maschera di Alessandro Pizzorno, Il Mulino, 2008). All’interno di una situazione cerimoniale in cui tutti i partecipanti al rito sono mascherati, le maschere servono a sopprimere la coscienza personale per realizzare l’identità di coscienza di tutte le persone presenti.
Saturnalia romani
Proprio per questo suo carattere ambiguo, che la maschera s’inquadra bene della festa del “Carnevale”, la cui celebrazione ha origini in festività ben più antiche, come le dionisiache greche (le antesterie) o i saturnali romani. Durante queste feste si attuava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e alla dissolutezza. Il noto storico delle religioni Mircea Eliade scrive nel saggio Il Mito dell'Eterno Ritorno: «Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio, cioè una ripetizione della cosmogonia. I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell'attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia». Il carnevale s’inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. Posto tra “la morte” dell'inverno e la “rinascita” della primavera, il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi. Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, poiché chi le indossa, assume le caratteristiche dell'essere soprannaturale rappresentato.
In definitiva la maschera è uno strumento di alienazione dalle convenzioni spazio-temporali, avente lo scopo di proiettarsi verso “altro” in modo “diverso” da sé. Chi indossa la maschera perde la propria identità, assumendo quella della maschera che rappresenta.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 15 febbraio 2019

Significato del CARNEVALE



Carnevale medievale
Il carnevale è una particolare festa del periodo invernale. Non ha una data fissa, ma comincia 24 giorni prima del “mercoledì delle ceneri”, giorno che segna l’inizio della Quaresima. In realtà, a livello popolare si indicava con questa festività tutto il periodo che intercorre tra le festività in onore di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e il primo giorno di Quaresima, il mercoledì delle ceneri. (Piercarlo Grimaldi, Tempi grassi, tempi magri, Omega edizioni, Torino, 1998).
Secondo il linguista Tullio De Mauro il Carnevale è il  periodo compreso tra l'Epifania e la Quaresima, caratterizzato da scherzi e divertimenti, balli, feste in maschera, ecc…
Come scrive la studiosa palermitana Marcella Croce nel suo saggio “LE STAGIONI DEL SACRO” «Clemente Merlo in un famoso saggio, fa derivare la parola Carnevale da carnes levare (togliere le carni) e sottolinea, non l’idea del godimento che solitamente vi associamo, ma quella della privazione che ne sarebbe seguita. Un tempo in Sicilia la carne era un importantissimo status symbol dato che in pochi se la potevano permettere; il detto “tutto fumo e niente arrosto”, ce la dice lunga in proposito. Un piatto tipico siciliano, la zucca in agrodolce, viene popolarmente chiamato “fegato dei sette cannoli” perchè, cucinato così, poteva dare l’illusione visiva che fosse carne, anche se nella parte “povera” del fegato. Non c’erano i dottori a dirci che fa aumentare il colesterolo, e neanche la mucca pazza che forse ci costringerà a fare quaresima tutto l’anno. Chi aveva le possibilità economiche, però, si comprava il diritto di mangiare carne in quaresima pagando una offerta in denaro alla Chiesa. Uno dei tanti casi in cui la gente prese a considerare normale l’idea che con il denaro tutto si poteva comprare, anche il paradiso».
Saturnalia 
La celebrazione del carnevale ha origini in festività ben più antiche, come le dionisiache greche (le antesterie) o i saturnali romani. Durante queste feste si attuava un temporaneo scioglimento dagli obblighi sociali e dalle gerarchie, per lasciar posto al rovesciamento dell'ordine, allo scherzo e alla dissolutezza. Il noto storico delle religioni Mircea Eliade scrive nel saggio “Il Mito dell'Eterno Ritorno”: «Ogni Nuovo Anno è una ripresa del tempo al suo inizio, cioè una ripetizione della cosmogonia. I combattimenti rituali fra due gruppi di figuranti, la presenza dei morti, i saturnali e le orge, sono elementi che denotano che alla fine dell’anno e nell'attesa del Nuovo Anno si ripetono i momenti mitici del passaggio dal Caos alla Cosmogonia». Il carnevale s’inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. Posto tra “la morte” dell'inverno e la “rinascita” della primavera,  il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi. Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, poiché chi le indossa, assume le caratteristiche dell'essere soprannaturale rappresentato.
Durante il Carnevale si festeggiava la fecondità della terra, che, dopo il risveglio dal sonno invernale, doveva nutrire gli animali e gli esseri umani. Grande valore avevano i riti di fecondità e il riso. Al riso, infatti, si attribuiva il potere di sconfiggere la morte e il lutto e già tradizioni antichissime lo collegano alla fertilità della natura e degli uomini. 
Nel Medioevo il Carnevale era il tempo delle scorpacciate comunitarie e delle danze infinite. Il  Carnevale garantiva l'allegria pazza e la sospensione temporanea delle leggi, delle regole e della morale. I ruoli sociali si invertivano: gli uomini si vestivano da donne e viceversa, i poveri da ricchi, i ricchi da accattoni o da giullari. Ritornò il Carroccio (carro a quattro ruote, del quale si faceva uso quando si usciva a guerreggiare contro i nemici e che durante il combattimento serviva da punto di riferimento e di raccolta), antico simbolo romano, inteso come espressione della libertà cittadina e popolare. Nel Rinascimento iniziarono a far la loro comparsa dei veri e propri carri carnevaleschi, che esibivano la grandezza dei signori e permettevano al popolo sfrenati baccanali. Si costruivano carri allegorici che rappresentavano scene mitologiche, episodi della Bibbia, allegorie di vizi e di virtù, storie della Grecia e di Roma, segni astrologici, favole e leggende dei santi. Il carro di Carnevale diviene nel Rinascimento strumento di una propaganda politica e culturale che costruiva una visione del mondo ricca e articolata offerta al popolo dall'élite al potere.
A livello folkloristico il Carnevale è festeggiato con diverse manifestazioni, come sfilate di carri allegorici, pantomime o riti propiziatori. I festeggiamenti maggiori avvengono il Giovedì grasso, l’ultima Domenica e il Martedì grasso, ossia gli ultimi giorni prima dell'inizio della Quaresima. Per indicare questi giorni viene usato l'aggettivo “grasso” in riferimento al consumo di cibi gustosi, soprattutto dolci, consumati in questi giorni, prima del digiuno quaresimale. In Italia famosi sono il Carnevale di Venezia, il Carnevale di Viareggio, in Sicilia il Carnevale di Acireale, il Carnevale di Sciacca e altri. Di grande spettacolarità è il Carnevale di Rio.
Riti di Septuagesima
Per la Chiesa cattolica il Tempo di carnevale è detto anche Tempo di settuagesima, che prima del 1969 indicava la terza domenica prima dell'inizio della Quaresima, corrispondente circa a settanta giorni prima della domenica di Pasqua. Esso considerava il carnevale come un momento per riflettere e riconciliarsi con Dio. La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti, fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica dell'attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che precedono il Giovedì Santo, considerato dall'antichità cristiana come il primo Mistero pasquale. Queste domeniche avevano un carattere penitenziale che, con la riforma del Vaticano II, hanno perso, diventando domeniche del Tempo ordinario. A livello liturgico si celebrano le Sante Quarantore (o carnevale sacro) che terminano, con qualche ora di anticipo, la sera dell'ultima domenica di carnevale.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 9 maggio 2018

“Chi ti pozzano manciari li cani!” antica invettiva siciliana


Moneta di Adrano
Quante volte abbiamo sentito dire dalle persone più anziane “Chi ti pozzano manciari li cani!”. Ma cosa vuol dire?
Ci troviamo di fronte ad un'invettiva siciliana, rivolta contro un uomo considerato disonesto per augurargli di venire sbranato da cani inferociti. L'invettiva affonda le radici nel culto del dio Adranos. Come raccontano alcuni storici, sulle pendici dell’Etna nei pressi dell’odierna Paternò, sorgeva un tempio con all’interno una statua che raffigurava il Dio armato con una lancia, simbolo della potenza del vulcano. I greci associarono il Dio oltre che alla guerra, anche al fuoco, identificandolo con Efesto. Secondo lo storico Adolf Holm nella sua “ Storia della Sicilia nell'antichità” (1896-1901) furono attribuite ad una sola divinità notizie riguardanti due diverse divinità e, per questo motivo, Adranos riunì in sé sia il carattere di dio della guerra, indicato dalla lancia, che quello di dio del fuoco, proprio di Efesto. Al tempio del dio Adrano, situato nei pressi del laghetto Naftia, accorreva una gran folla di fedeli, proveniente da ogni parte dell’isola. Questo tempio era sorvegliato dai numerosi cani: i cani di “Adranos”. Di essi  parla il filosofo e scrittore latino (che però scriveva in lingua greca) Eliano, vissuto tra il 165/170 cca e il 235 a.C. In Sicilia esisteva un tempio dedicato al dio Adranos, custodito da “non meno di mille cani” (animali sacri al dio). Eliano, nella sua opera “ΠΕΡΙ ΖΏΩΝ ΙΔΙΟΤΗΤΟΣ” (tradotta in latino come “De Natura Animalium”), descrive in modo molto simile i cani di Adrano e quelli di Efesto.
Eliano così racconta: “Nella città di Aitna (Etna), in Sicilia, è oggetto di culto particolare un tempio dedicato ad Efesto. Qui si trovano un recinto, alberi sacri e un fuoco inestinguibile, mai spento. Intorno al tempio e al bosco ci son segugi sacri che accolgono festosamente e scodinzolando coloro che accedono al tempio e al bosco sacro con animo umile e aspetto rispettabile. Come se li conoscessero, essi si mostrano benigni nei loro confronti; se invece entra qualcuno empio e con le mani macchiate da azioni esecrabili, lo mordono e lo dilaniano; si limitano invece a scacciare e ad inseguire coloro che si siano contaminati con atti di libidine”.
Questi cani – che custodivano il fuoco – vengono però descritti da altri Autori come statue d’oro e non come animali in carne ed ossa.
La leggenda racconta che a custodire il tempio ci fossero numerosi cirnechi, cani da caccia tipici dell’Etna. La razza derivava dai cani dei faraoni egiziani, in particolare dallo sciacallo sacro al dio Anubis,  dio della mummificazione e dei cimiteri,  protettore delle necropoli e del mondo dei morti, rappresentato come un uomo dalla testa di canide.
Tornado ai cani di Aranos, questi cani erano così intelligenti da distinguere i buoni visitatori dai cattivi. Si mostravano accoglienti nei confronti dei fedeli accorsi al tempio con doni da offrire al dio, ma aggressivi e spietati nei confronti di chi si avvicinava al luogo di culto con l’intenzione di compiere razzie. Si avventavano contro gli spergiuri e i ladri intenzionati a fare bottino e li sbranavano senza pietà. In numerose monete di quel periodo, esposte nei musei in particolare in quello di Adrano, si vede sul recto la testa di un guerriero con elmo corinzio e cimiero e sul verso il cane cirneco.
Da ciò è nata l’espressione siciliana “chi ti pozzanu manciari li cani, (che ti possano mangiare i cani) come forma di imprecazione contro qualcuno che fa una cosa malvagia.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA


lunedì 7 maggio 2018

La leggenda siciliana che vuole la LUNA figlia di una fornaia


foto dal web

Luna, lunedda,
lu pani a fedda a fedda
lu vinu a canatedda
quattro scocchi di zagareddi” (Barrafranca)
oppure:
Luna lunedda
fammi ‘na cudduredda
fammilla bedda granni
quanti l’amuri di San Giuvanni
recitano alcune filastrocche siciliane.
Nella prima di queste filastrocche si fa menzione del pane a fette; nella seconda si prega la luna di fare una ciambella o una focaccina (cudduredda). 
Perché la LUNA è invocata come colei che dà il pane?
Queste filastrocche hanno tutte un significato mitologico e si legano a una leggenda della tradizione popolare siciliana, anche se varia nella versione, che racconta la nascita della luna da una fornaia.  Non è casuale che la luna, assieme al vino, prodotti essenziali di nutrimento, debbano la loro origine alla luna, vista dai contadini come dispensatrice di provvidenza, ricchezza e felicità. Per gli antichi era la più grande divinità cosmica dopo il sole e fin dai primi popoli agricoltori fu oggetto di culti mitologici, e punto di riferimento per conoscere il tempo. Difatti, la luna è il simbolo dei ritmi biologici: cresce, decresce e scompare, e torna sempre a rinascere, riappare. Lei influenza la vegetazione, la nascita degli armenti, il lavoro dei campi: anticamente i contadini si attenevano alle diverse fasi della luna per scegliere il momento di arare, di seminare; insomma tutto ciò che riguardava la vita dell’uomo. Per questo motivo la luna è invocata da fanciulli e da adulti, da uomini e da donne.
foto dal web
Molte leggende sulla luna li ritroviamo raccolte negli scritti dell’antropologo Giuseppe Pitrè.
Ne riportiamo alcune. La luna, secondo la leggenda, era figlia di una fornaia: ed ha il viso mezzo imbrattato, perché una volta ebbe voglia di un cudduruni (focaccia) e lo chiese a sua madre; la quale preso lo spazzaforno (scupazzu) glielo diede sul muso (Riesi-CL). La luna, prima d'esser luna, era una ragazza molto vanitosa; e un giorno di estate, che faceva un caldo indiavolato, mentre la madre spazzava il forno, lei invece d'aiutarla in quella fatica, se ne stava allo specchio ad abbellirsi. La madre, indispettita di ciò, le diede un colpo di spazzaforno sulla sfaccia e la sporcò di nero (Naso- ME). Un’altra versione della  leggenda dice che la luna era sorella del sole, che questo se ne invaghì e la sedusse, e la madre, fornaia, saputo il fatto, le diede lo spazzaforno sulla faccia, condannando i due figliuoli ad errare perpetuamente per il cielo, rimanendo l'uno privo di moglie, l'altra priva di marito. Dice anche che per la vergogna di quello sbaglio, la luna si presenta una volta sola ogni mese in tutta la pienezza (Plenilunio), e che le rimase in cuore un odio implacabile per il fratello: ragione, questa, per la quale ogni volta che s'incontrano, s'aggrissanu,  succede l'ecclissi. Ed a provare di ciò, affermano i contadini, basta mettere in una catinella dell'acqua chiara alla finestra quando ha luogo l’incontro di giorno, e vi si vedrà il sole e la luna azzuffarsi di santa ragione. (Naso-ME)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

sabato 14 aprile 2018

IN NOME DELLA LEGGE: il film di Pietro Germi tratto dal romanzo PICCOLA PRETURA

Foto locandina del film
Sempre attuale, anche se sono passati quasi settantanni (1949) dalla prima uscita, la pellicola cinematografica "In nome della Legge" (1949) di Pietro Germi, tratto dal romanzo "Piccola Pretura" di Giuseppe Guido Lo Schiavo. Il romanzo, pubblicato nel 1948 dall'editore Colombo di Roma, parla di eventi successi a Barrafranca (EN) negli anni in cui Lo Schiavo fu Pretore di Mandamento nella piccola Pretura del paese da settembre 1921 a luglio 1922. Il film è del regista Pietro Germi, distribuito da LUX FILM, girato a Sciacca (AG) e proiettato nelle sale italiane nel marzo del 1949. 
Trama: Un giovane magistrato è inviato come pretore in un paese nel centro della Sicilia. Vi giunge animato dai migliori propositi: farà il suo dovere ad ogni costo combattendo la mafia imperante. In paese è accolto con diffidenza, con ostilità: l'unico a dimostrargli simpatia è un giovanotto di nome Paolino. L'indomani del suo arrivo, il pretore deve occuparsi di un omicidio; ma l'inchiesta è difficile, perché tutti sono legati dall'omertà e nessuno vuol parlare. Una parte della popolazione è disoccupata, in seguito alla chiusura di una zolfara. Il pretore cerca di risolvere il problema, inducendo il barone Lo Verso, che amministra la zolfara, a riaprirla, uniformandosi così alla legge. Questo terzo lungometraggio di Germini fu giudicato da molti il primo vero western italiano, oltre ad essere il primo film italiano che parla di mafia. Molti critici hanno riconosciuto al film il merito di aver mostrare già, oltre alla collaborazione fra mafia protettrice e potere economico protetto, il rapporto - o legame - d'interessi fra quest'ultimo (aristocratici, proprietari terrieri o, nello specifico, minerari, notabili del paese) e il potere politico (Palermo e "santi in paradiso" a Roma) e persino la magistratura (procura di Palermo).

Copertina del manoscritto (foto web)
“PICCOLA PRETURA. OLTRE IL VARCO C'È IL PAESE” è un romanzo scritto da Giuseppe Guido Lo Schiavo a Roma tra il 10 dicembre 1946 e il 18 febbraio 1947. Fu pubblicato nel 1948 dall'editore Colombo di Roma. Ebbe immediato successo: una seconda edizione fu pubblicata già nello stesso anno. Una terza e una quarta edizione nel 1949, anche sull'onda del film di Germi “In nome della legge” tratto dal libro (tra gli sceneggiatori anche Fellini, Monicelli e Pinelli). Nel 1950 le edizioni stampate dall'editore Colombo erano già sette. Il romanzo era stato scritto in sette quaderni dalla copertina rosa (dimensioni 20x28 cm) di 88 pagine l'uno. Sulla copertina del primo quaderno il titolo manoscritto “Piccola Pretura. Oltre il varco c'è il paese”. – Scrittura ad inchiostro, calligrafia ben leggibile, con correzioni, biffature, aggiunte (a volte con inchiostro rosso). All'inizio del primo quaderno è applicata una carta trasparente con il disegno a china raffigurante con una veduta a volo d'uccello i luoghi di svolgimento del romanzo, nella realtà il centro di Barrafranca, con pretura, chiesa, Municipio, barbiere, Poste, ecc. – 
Copertina del romanzo 
A pag. 1 il distico: “I fatti e i personaggi di questo libro sono del tutto immaginari e, pertanto, qualunque riferimento ad avvenimenti o a persone reali sarebbe infondato”. Data: Roma 10 dicembre 1946 / 18 febbraio 1947. E la sigla di Lo Schiavo. Il quaderno 7, infine, contiene un elenco dei personaggi di Piccola Pretura: Autorità Giudiziaria, Polizia, il Dottore, il Barone, don Fifì, don Peppino Cilombo, massaro Turi Passalacqua, il Sindaco, il Parroco, ecc. Alla fine del quaderno, spillati, due cartoline e una lettera indirizzate a Lo Schiavo (grafia usata anche Lo Schiavo), e due cartoline illustrate degli altari della chiesa di Barrafranca. Argomento sono quindi le vicende che si svolgono in una piccola Pretura, in cui l’autore svolse il suo mandato da settembre 1921 a luglio 1922.  Questa Pretura si trovava nel paese di Barrafranca (EN) dove Lo Schiavo. Dell’antica pretura rimane un balcone con uno stemma comunale in via Vasapolli, vicino angolo via Roma La casa in cui abitava Lo Schiavo si trovava in Via Umberto e, secondo alcune indiscrezioni, doveva essere l’abitazione della famiglia Giarrizzo. Il manoscritto originario è stato acquistato da un barrese che ha mantenuto l’anonimato. Si aspetta di conoscere il suo nome. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


giovedì 15 marzo 2018

15 marzo 1899 nasceva Giuseppe Guido Lo Schiavo che nel 1921 fu Pretore a Barrafranca

Giuseppe Guido Lo Schiavo
 Oggi vogliamo parlare della figura del pretore Giuseppe Guido Lo Schiavo, ricordato soprattutto per aver scritto il romanzo "Piccola Pretura" da cui Lux Film, con la regia di Pietro Germi, ha tratto il film "In nome della legge". Ne parliamo in un contesto di Storia di Barrafranca poiché Lo Schiavo ricoprì la carica di Pretore di mandamento alla piccola Pretura di Barrafranca dal settembre 1921 al luglio 1922. Le esperienze vissute in quei mesi gli fornirono il materiale per la stesura del suo capolavoro letterario.
Giuseppe Guido Lo Schiavo nacque a Palermo il 15 marzo 1899.
Nel settembre 1921 fu mandato nella piccola Pretura di Barrafranca (EN) come Pretore di mandamento. Rimarrà in carica fino al luglio 1922
Libretto "Onoranze al Milite Ignoto" copia personale
Di quel periodo barrese rimane un libretto “ONORANZE AL MILITE IGNOTO” parole pronunciate il 4 novembre 1921 e pubblicato a spese del Comune di Barrafranca.
Nel 1924 fu Sostituto procuratore del Re al Tribunale di Caltanissetta.
Nel 1948 diventò uno dei magistrati più importanti dell’Italia: fu Procuratore generale della Corte di Cassazione a Roma. Dedito allo studio di varie materie fra cui diritto del lavoro criminologia e di procedura penale, ha scritto anche testi di narrativa. Si è interessato spesso della mafia di cui ha dato una rappresentazione ambigua, di società criminale portatrice di virtù sociali, sia nelle opere letterari e sia in alcuni testi giuridici.
Nel 1948 pubblicò il suo romanzo più famoso “Piccola pretura”, da cui Lux Film e la regia di Pietro Germi hanno tratto In nome della legge, uscito nei cinema nello stesso anno. Altri scritti furono:
“Condotta di paese", Roma, C. Colombo, 1952; un articolo celebrativo, del 1954, sul scomparso don Calò Vizzini, boss dei boss di Villalba;  "Terra amara", Roma, C. Colombo, 1956; "Il mare di pietra", Roma, Vito Bianco, 1960; "Cento anni di mafia" Roma, V. Bianco, 1962 (suo ultimo scritto).
Fu autore di scritti giuridici: "La censura cinematografica in confronto con il costume e la libertà"; "Quello che il datore di lavoro deve conoscere"; "Diritto edilizio".
Casimiro Piccolo e Giuseppe Guido Lo Schiavo
Dal 1970 al 1973 fu Presidente della Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella di Capo d’Orlando, voluta nel 1970, in sede testamentaria, da Casimiro Piccolo, per evitare che alla morte del fratello Lucio, avvenuta nel 1969, il patrimonio culturale, librario, naturalistico e artistico andasse perduto. L’ente gestisce la storica Villa Piccolo, situata sulle colline di Capo d’Orlando, il parco annesso e la casa-museo in cui abitarono i tre fratelli, figli del barone Giuseppe Piccolo di Calanovella e di Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangeri di Cutò.
Si spense a Roma il 6 dicembre 1973.
Foto dal web
"Piccola Pretura" è un romanzo manoscritto del 1947, formato da sette quaderni (dimensioni 20x28 cm) di 88 pagine l'uno, con copertina rosa. Sulla copertina del primo quaderno il titolo manoscritto “Piccola Pretura. Oltre il varco c'è il paese”. All'inizio del primo quaderno è applicata una carta trasparente con il disegno a china raffigurante con una veduta a volo d'uccello i luoghi di svolgimento del romanzo, nella realtà il centro di Barrafranca, con pretura, chiesa, Municipio, barbiere, Poste, ecc.  A pag. 1 il distico: “I fatti e i personaggi di questo libro sono del tutto immaginari e, pertanto, qualunque riferimento ad avvenimenti o a persone reali sarebbe infondato”. Data: Roma 10 dicembre 1946 / 18 febbraio 1947. E la sigla di Lo Schiavo. Il quaderno 7, infine, contiene un elenco dei personaggi di Piccola Pretura: Autorità Giudiziaria, Polizia, il Dottore, il Barone, don Fifì, don Peppino Cilombo, massaro Turi Passalacqua, il Sindaco, il Parroco, ecc. Alla fine del quaderno, spillati, due cartoline e una lettera indirizzate a Lo Schiavo (grafia usata anche Loschiavo), e due cartoline illustrate degli altari della chiesa di Barrafranca.
(Fonti: Comune di Palermo - Archivio Biografico Comunale; Fondazione Famiglia Piccolo di Calanovella Capo D’Orlando)
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RITA BEVILACQUA

lunedì 2 febbraio 2015

La festa della CANDELORA

Il 2 febbraio la Chiesa festeggia la “presentazione di Gesù al tempio”, conosciuta come CANDELORA, dall’usanza di benedire le candele. La festa è anche detta della “Purificazione di Maria” perché, secondo l'usanza ebraica, una donna era considerata impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio e doveva andare al Tempio per purificarsi.

Nella Roma antica il mese di febbraio era un momento contrassegnato dal caos, dal rimescolamento tra vecchio e nuovo e non a caso è ancora oggi legato al Carnevale, la festa celebrativa della confusione e del ribaltamento delle regole.
Macrobio sosteneva che la parola latina februarius fosse connessa ai riti purificatori. Februare infatti significa purificare, espiare. Numa aveva dedicato questo periodo al dio Februus: in questi giorni andava purificata la città e onorati i defunti e gli appartenenti al mondo “inferoNella februatio, la purificazione della città, le donne giravano per le strade con ceri e fiaccole accese, simbolo di luce. 

I Lupercali o Lupercalia si festeggiavano alle Idi di febbraio (il 15), per i romani l’ultimo mese dell’anno, e che servivano a purificarsi prima dell'avvento dell'anno nuovo e a propiziarne la fertilità.
La festa della Candelora celebrata dalla Chiesa romana al 2 febbraio fu introdotta solo nel VII secolo, adottando una festa della Chiesa orientale che festeggiava, fin dal IV sec., la Presentazione al Tempio del Signore e la 
Lupercalia
relativa purificazione rituale della madre.  Secondo la legge ebraica,  la donna dopo il parto di un figlio maschio doveva rispettare un periodo di quarantena al quale seguiva una cerimonia di purificazione che le consentiva di rientrare nella comunità (Levitico 12,2-4).
Allo stesso modo Maria Vergine, 40 giorni dopo il parto del 25 dicembre, veniva purificata nello stesso momento in cui il fanciullo veniva “presentato al tempio”. 
Per la purificazione la donna si presentava davanti alla chiesa, ma non entrava: il prete usciva dalla chiesa, le dava la candela in mano, la benediceva e solo allora ella poteva entrare in chiesa per il battesimo del bambino.
La solennità si celebrava a Gerusalemme nel IV sec. La testimonianza di una pellegrina Egeria ci dice che veniva celebrata il quarantesimo giorno dopo l'Epifania, ma quando la data del Natale fu universale, cadde 40 giorni dopo il 25 dicembre, quindi il 2 febbraio. La diffusione di questa festa trovò sanzione con Giustiniano che nell'anno 542, al fine di scongiurare una pestilenza, ne prescrisse la celebrazione nell'Impero, dichiarandone festivo il giorno.
La simbologia della LUCE divina del Cristo è ricollegabile ai miti del Dio Sole e della scintilla fecondatrice, benché ovviamente i significati teologici assumano differenti aspetti.
Il FUOCO è segno di forza interna, di fecondità e di purificazione: così era sentito nei riti pagani. Nel cristianesimo si ancor più purificato nella LUCE, identificandosi nello Spirito e nella Parola di salvezza.
Il rito religioso prevede, durante la celebrazione della santa messa, la "benedizione delle candele" che i fedeli portano a casa. 
Un detto classico sulla "Candelora" recita:
''Madonna della Candelora
dell'inverno sèmo fòra
ma se piove o tira vento,
de l'inverno semo ancora 'rento.''
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA