venerdì 6 settembre 2019

Origine e sviluppo della devozione a MARIA SS. DELLA STELLA, compatrona di Barrafranca

Tela di Maria SS della Stella dentro l'arca

La devozione a Maria SS. della Stella fu introdotta a Barrafranca dalla famiglia Barresi,  già all'epoca di  Abbo IV Barresi quando nel 1330 comprò l'antico feudo di "Convicino" e sviluppatasi nel 1529 con Matteo Barresi III che trasformò il feudo in municipalità, dando il nome di Barrafranca. Con Matteo il paese fu ripopolato con l'arrivo di gente provenienti dai possedimenti della famiglia Barresi, ma soprattutto da Militello Val di Catania che portarono con sé e incentivarono il culto di Maria SS. della Stella, già venerata nel loro paese.
Nel 1572 la municipalità e il clero dichiarano Maria SS. della Stella compatrona, assieme a sant'Alessandro, di Barrafranca (vedi Nicotra, Dizionario dei comuni siciliani, 1907).

Santino della tela trafugata

Sopra trovate il santino con l'immagine dell'antica tela raffigurante la Madonna della Stella con sant'Alessandro e san Giovanni Battista. Di antica fattura, si disconosce la data di esecuzione, per alcuni probabilmente fu dipinta  nel 1572, per altri esisteva già prima.
Molte sono le storie, spesso fantasiose, della sua esecuzione: chi narra che fu portata, trovandosi di passaggio a Barrafranca, da un pescatore di Gela che l'avrebbe trovata lungo la spiaggia, arrotolata e sporca. Alcuni barresi, scoperta la tela, se ne impadronirono portandola e lasciandola nella chiesa di sant'Alessandro (così chiamata l'attuale chiesa Maria SS. della Stella).
Altra tradizione vuole che fosse stata dipinta da un pittore, in cerca di lavoro, in una "ticchina" vicino alla chiesa, dove aveva ricevuto ospitalità da una donna. Dopo alcuni giorni il pittore scompare all'improvviso. La donna vedendo il quadro e avendo riconosciuto la figura di Maria con ai lati san Giovanni Battista e san Alessandro (anche se alcuni sostenevano che non fosse san Alessandro ma san Luca), già venerati a Barrafranca, decise allora di donare il quadro alla vicina chiesa.
Qualunque sia la verità, quell'immagine era molto cara ai barresi, anche perché tante volte li aveva protetti: una prima volta da una invasione di locuste che colpì non solo Barrafranca ma l'intera Sicilia dal 1689 al 1711. In quell'occasione il quadro fu portato in processione assieme al SS. Crocifisso miracoloso. Protegge di nuovo il popolo barrese sia nel 1784 che nel 1798 da una nuova ondata di locuste.
Dietro dell'arca

Il popolo poté venerare l'immagine della sua compatrona fino alla notte del 19 giugno 1977 quando la tela e gli ori che la ricoprivano furono rubati, lasciando solo la mirabile cornice seicentesca, dipinta di oro e azzurro (ricopre ancora l'attuale quadro).
L'anno dopo (1978), dalla Commissione dell'Arte sacra Diocesana fu bandito un concorso per scegliere la nuova tela che avrebbe sostituita quella trafugata.
La scelta ricadde sulla tela del professore Gaetano Vicari che diventa l'attuale quadro della compatrona; così dal 8 settembre 1978 la nuova effige di Maria SS. della Stella, realizza dal barrese Vicari, viene portata in processione dentro un'arca di legno, scolpita nel 1849 da Angelo Minoldo di Mazzarino.
Dalle origini fino alla fine dell'800, la festa era celebrata il 15 settembre; ma la celebrazione solenne con la processione del quadro si svolgeva ogni 10 anni. Il Nicotra nel suo "Dizionario illustrato dei comuni siciliani" scrive che, nei giorni precedenti la festa, un coro di fanciulle, simboleggianti gli angeli, cantavano un canto tradizionale sopra un carro trainato da buoi. In quell'occasione il quadro veniva portato dal ceto dei "civili".
Dalla fine dell'800 fino agli anni '60, la data della festività fu spostata al 8 settembre giorno in cui, nel calendario liturgico, ricorre "la natività della beata Vergine Maria".  La festa solenne, con la processione del quadro, fu anticipata da 10 a 7 anni, mentre gli altri anni si portava in processione uno stendardo con l'effige dalla Madonna della Stella su cui era affisso il reliquiario contenente una reliquia che, per molto tempo, è stata conosciuta come "il capello di Maria". In quella occasione, il quadro della Madonna usciva accompagnato dalle statue di alcuni Santi, presenti a Barrafranca: santa Rita, santa Lucia, sant'Agnese, san Luigi, san Pasquale, san Francesco, sant'Antonio e san Giovanni Bosco.

Festeggiamenti anno 2000

Dagli anni '60 ad oggi, la festa solenne si svolge annualmente; scompare lo stendardo e la reliquia, che poi non era il "capello" ma "il velo di Maria", il cui reliquiario attualmente è appeso nella veste della Madonna della Giunta, usata per la mattina di Pasqua e scompare la processione con tutti i Santi. L'arca contenente il quadro viene portata in processione sopra una struttura che, agli inizi, era provvista di ruote per essere spinta. Attualmente viene portata a spalla.
La foto sopra risale ai festeggiamenti del 8 settembre del 2000 quando, in occasione del giubileo, l'allora parroco della chiesa Maria SS. della Stella don Giuseppe Bonfirraro decise di portare in processione l'arca contenente il quadro sopra un carro trainato da due cavalli bianchi. Questo fu un evento eccezionale, molto gradito ai barresi e non.

Locandina festeggiamenti anno 2021

La foto sopra mostra la locandina dei festeggiamenti dell' anno 2011 che, in occasione del centenario dell'elevazione a parrocchia della chiesa Madre,  il vescovo di allora mons. Michele Pennisi permise, durante la processione serale del 8 settembre, di far accompagnare  l'arca contenente il quadro di Maria SS. della Stella con le statue di santa Rita, santa Lucia, sant'Agnese, san Luigi, san Pasquale, san Francesco, sant'Antonio e san Giovanni Bosco, portati tutti a spalla dalle diverse associazioni barresi. Per l'occasione fu ripresa una tradizione che si svolgeva fino agli anni '60, quando l'arca della Madonna veniva accompagnata e omaggiata dalle suddette statua. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 4 settembre 2019

L'antico detto siciliano “Parabbula significa tarantula ballerina”


Alcune favole che le nostre nonne, nelle serate invernali, ci raccontavano seduti attorno alla "conca", si terminavano con l'espressione: "Parabbula significa tarantula ballerina (o nacalora)!" che tradotto diventa "La favola (parabola) significa tarantola ballerina!". Qual è il senso di questa frase, trasformatasi anche in affermazione popolare?
Si tratta di un antico detto popolare palermitano, conosciuto in tutta la Sicilia. Si dice a commento di un ragionamento che, dopo aver filato liscio, a un certo punto perviene a conclusioni illogiche. Come chi,  morso dalla tarantola, si muove (balla) in modo vorticosa e senza senso, così il ragionamento o la favola termina con un non senso.
Tarantola è il nome generico e comune con cui s'identificano moltissime specie di ragno, appartenenti a diverse famiglie. 
Per i siciliani la tarantola ballerina è quella il cui morso dà effetti simili a un attacco epilettico. La vittima della tarantola è costretta a girare vorticosamente in tondo su se stessa. Allo stesso modo a chi sta cercando una verità capita di dover tornare al punto di partenza dove tutto è avvolto nel dubbio. (Tratto dal romanzo Tarantola ballerina. Misteriosi omicidi nella Palermo del Settecento. Indaga il capitano Della Valle, nobiluomo illuminista”di Filippo D'Arpa, Ugo Mursia Editore, 2003)
Secondo l’antropologo Giuseppe Pitrè nella tradizione siciliana ci sarebbero vari tipi di tarante, che possono dividersi in "ballerina" o "nacalara", proprio come nella Tradizione Salentina. E’ sempre il Pitrè che afferma come il modo migliore di guarire dall’ossessione, nel primo caso, sia il ballo, mentre per il morso della seconda l’unica soluzione è quella di affidarsi al dondolio di una culla ove si pone l’ammalato.
Il tarantolismo o tarantismo è definito come una sindrome culturale di tipo isterico. Con la dicitura "sindrome culturale" si vuole indicare - nell'ambito dell'antropologia medica e della psichiatria culturale - un particolare tipo di quadro clinico caratterizzato dall'insieme di disturbi psichici e somatici aventi un significato particolare e tipico di una determinata regione o gruppo etnico. Difatti, il tarantolismo - attribuito proprio al morso di tarantola - veniva diagnosticato solo nelle regioni del sud Italia.
Le popolazioni del luogo descrivevano il tarantismo come una patologia caratterizzata da sintomi sia fisici sia psichiatrici, quali: malessere generalizzato; dolori addominali; dolori muscolari; affaticamento; convulsioni; stati di prostrazione; depressione; deliri; stato di trance.
I miti e le leggende popolari dell'epoca volevano che l'unica terapia esistente per questa patologia fosse una sorta di "esorcismo musicale" operato attraverso una danza caratterizzata da movimenti frenetici e scandita da una musica sempre più incalzante. Oggi, tale ballo, è noto come tarantella.

FONTI: Giuseppe Pitrè, medicina popolare siciliana, 1896; Renata Pucci di Benischi, Trenta e due ventotto, Sellerio Editore, 2004; Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio Editore, 1995. (Foto web)(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

giovedì 22 agosto 2019

“Austu e riustu è capu di 'mmernu”, sentenziava un antico detto siciliano!


Molti sono i proverbi e detti  siciliani riguardanti il tempo e le stagioni.
Chi non ricorda l’antico proverbio che sentenziava: “Austu e riustu è capu di 'mmernu”, ossia Agosto e Settembre sono inizio dell'inverno. Strano vero! 
Ad agosto fa caldo, lungi quindi da considerarlo come inizio dell’inverno, anche se è pur vero che ad agosto le giornate incominciano ad accorciare e iniziano i primi acquazzoni. Iniziano in realtà le prime avvisaglie dell’autunno e non dell’inverno.
L’origine del detto va ricercata nella parlata popolare siciliana che, a livello meteorologico, suddivide il tempo in due parti: 
lu mmernu o mmirnata e l’astati o stasciuni. 
Quando si voleva indicare l’autunno, si diceva: “quannu arrifrisca lu tempu” oppure “a la rifriscata di lu tempu”; mentre, volendo riferirsi alla primavera, si diceva “quannu agghiorna lu tempu” oppure “a lu tempu di li mali vistuti” cioè quando a causa del tempo sempre incerto, non si sa mai come vestirsi. 
Anticamente in Sicilia con l’ultimo di agosto finiva anche l’anno commerciale: scadevano gli affitti delle case e tutti i contratti agrari. Inoltre sempre in Sicilia fino al 1622, l’inizio dell’anno non era uguale per tutti. In tale data i capitoli del Conte di Castro stabilivano che l’anno indizionale (indizione: periodo cronologico di 15 anni) iniziava il 1° settembre e finiva il 31 di agosto.

Rita Bevilacqua

giovedì 8 agosto 2019

L’8 agosto 1914 veniva ucciso a Barrafranca l’ex sindaco avv. Luigi Bonfirraro

Avv. Luigi Bonfirraro 

La storia di Barrafranca degli inizi del Novecento è caratterizzata da un movimentato clima politico e dall’uccisione di alcuni personaggi che ne furono i protagonisti. Due ex sindaci, di schieramenti politici opposti, vengono barbaramente trucidati: il 14 giugno 1905 fu ucciso il comm. Benedetto Giordano, che per ben vent’anni aveva governato il paese e l’8 agosto 1914 l’avv. Luigi Bonfirraro, sindaco di Barrafranca.
Chi era l’avv. Luigi Bonfirraro?
Egli nasce a Barrafranca il 07 agosto 1861, da Giuseppe Bonfirraro Lombardo (già sindaco di Barrafranca negli anni 1856/58 e 1868/69) e Francesca Bonfirraro. Laureatosi in Giurisprudenza a Palermo, oltre ad esercitare la professione di avvocato, s’inserisce nella politica locale, grazie anche all’appoggio del fratello Angelo e dei fratelli preti Benedetto e Raffaele Vasapolli. Sostenitore delle idee socialista e appartenente allo schieramento opposto a quello del comm. Benedetto Giordano, nel 1893 si pose a capo del "Fascio dei Lavoratori" con l’intendimento di contrastare il suo avversario politico. Lui, esponente della classe proprietaria, si mette a capo di un Movimento che, nel suo seno, raccoglieva braccianti, minatori, artigiani e piccoli proprietari, stanchi ormai delle angherie e dell’oppressione dei padroni. Essi chiedevano l’esproprio dei latifondi e migliori condizioni di lavoro. Dall’agosto 1902 al novembre 1913 l’avvocato governò il paese. Durante il suo mandato, il Sindaco fu coinvolto in una rivolta popolare, scoppiata il 23 marzo 1912 a causa della “tassa sul morto” che l’avvocato aveva approvato da poco. Questa rivolta popolare è ricordata dai barresi per la partecipazione di Maria Catena Balsamo, conosciuta come "Catina a viddana". A questo sistema di tassazione adottato dall’avvocato si oppose anche il sindacalista barrese Alfonso Canzio. 
Via Convento 1908 
Il clima agitato, eventi politici avversi decretarono la fine dell’ex sindaco. L’8 agosto 1914, intorno alle 20.30, mentre l’ avvocato Bonfirraro stava scendendo lungo la via Convento (attuale Umberto I), fu colpito da tre colpi di rivoltella Browning, sparatigli a distanza ravvicinata. Caduto a terra, il Bonfirraro venne subito soccorso da alcuni passanti e portato a casa della sorella Maria Teresa che abitava li vicino, mentre l’omicida fugge e si dilegua in via Cavour. Dopo poche ore il Bonfirraro si spense.
L’assassino venne individuato in un certo Benedetto Grillo, affiancato alla “Lega di Miglioramento”. Difatti i primi sospetti caddero su Benedetto Grillo come esecutore materiale, che si diede alla latitanza e Salvatore Gagliano, carrettiere e Salvatore Faraci come mandanti dell’omicidio. Dopo oltre un anno di detenzione il Gagliano e il Faraci furono scarcerati, mentre il Grillo fu trovato ucciso il 27 dicembre 1916 in via Caltavuturo, nel quartiere Grazia di Barrafranca.

FONTI: Salvatore Vaiana "Una storia siciliana tra Ottocento e Novecento",  Bonfirraro Editore; Salvatore Licata, Carmelo Orofino, "Barrafranca, la storia, le tradizioni, la cultura popolare"; Salvatore Licata, "Il Brigante giustiziere".(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


lunedì 15 luglio 2019

Simbolo e significato dello SCAPOLARE della Madonna del Carmelo



Scapolare della Madonna del Carmelo di Barrafranca
Il 16 luglio la Chiesa ricorda la Beata Maria Vergine del Monte Carmelo. Uno dei simbolo della devozione alla Madonna del Carmelo è lo Scapolare, conosciuto anche come  "Abitino".
Gli Scapolari fanno  parte di tutta quella serie di oggetti devozionali che i fedeli utilizzavano come espressione di spiritualità e devozione. Secondo il Concilio Vaticano II, fa parte di quei "segni sacri per mezzo dei quali, a imitazione dei sacramenti, sono significati, e vengono ottenuti per intercessione della Chiesa effetti soprattutto spirituali" (SC 60).

Alcuni scapolari -Madonna del Carmelo Barrafranca
In realtà lo Scapolare è un grembiule usato dai monaci durante il lavoro per non sporcare la tonaca. Messo sulle scapole, lo scapolare è una parte dell’abito che usano ancora oggi i carmelitani. La grande devozione verso la Madonna del Carmelo spinse i monaci a realizzare degli scapolari molto piccoli, di dimensioni ridotte per permettere ai fedeli di partecipare alla spiritualità del Carmelo e alle grazie a esso legato, tra i quali il privilegio sabatino.
Lo scapolare attuale è fatto di due quadratini di tessuto marrone o nero, uniti da cordoni, che hanno da una parte l’immagine di Nostra Signora del Carmelo e dall'altra il Cuore di Gesù, o lo stemma dell’Ordine carmelitano. È una miniatura dell’abito carmelitano, per questo è di tela.
Lo scapolare è un segno esteriore di devozione mariana che consiste nella consacrazione alla Santissima Vergine Maria, attraverso l’iscrizione all’Ordine carmelitano. Dicevamo che chi lo indossa ottiene il "privilegio Sabatino". 

Statua lignea della Madonna del Carmelo di Barrafranca
Il 16 luglio 1251 la Madonna apparve al vecchio generale dell'Ordine Carmelitano, San Simone Stock (il quale L'aveva pregata di dare un privilegio ai Carmelitani), porgendogli uno scapolare, detto comunemente "Abitino", dicendogli: «Prendi figlio dilettissimo, prendi questo scapolare del tuo Ordine, segno distintivo della mia Confraternita, privilegio a te e a tutti i Carmelitani. CHI MORRA' RIVESTITO DI QUESTO ABITO NON SOFFRIRA' II. FUOCO ETERNO; questo è un segno di salute, di salvezza nei pericoli, di alleanza di pace e di patto sempiterno».
Nella sua bolla chiamata Sabatina, papa Giovanni XXII afferma che chi usa lo scapolare sarà rapidamente liberato dalle pene del Purgatorio il sabato successivo alla sua morte. I vantaggi del privilegio sabatino sono stati confermati dalla Sacra Congregazione delle Indulgenze il 14 luglio 1908.(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 8 luglio 2019

"Facemu la vuluntà di Diu!" tratto dalla novella LU TISTAMENTU DI LU SIGNURI


Molti dei detti popolari siciliani derivano da leggende, novelle, per lo più inventante, a sfondo moralistico. Uno di questi è il detto “Facemu la vuluntà di Diu!” che spesso riteniamo. Esso è la parte finale della novellina (come la definisce l’antropologo Pitrè) LU TISTAMENTU DI LU SIGNURI. Scrive il Pitrè: «Lu tistamentu di lu Signuri è una spiritosa novellina contro le varie classi della società dei piccoli comuni, tra le quali solo i villici son condannati a lavorare per forza e rassegnarsi.» Riportiamo testualmente la novella così come è riportata nella raccolta del Pitrè “Fiabe e leggende popolari siciliane”:
 «Si raccunta ca quannu Gesu Cristu avia a lassari stu munnu, era cunfusu pinsannu a cu'avia a lassari tuttu chiddu chi cc'è supra la terra.
Pensa pensa: “A cui lu lassu?... Si lu lassu a li galantomini, li nobili comu arrestanu ? E si lu lassu a li nobili, li galantomini comu fannu?... E li viddani? E li mastri?...
'Nsumma 'un sapeva comu fari. 'Nta stu mentri vennu e vennu li nobili.
– Signuri, ora ca vi nn'aviti a jiri di stu munnu, pirchì 'un lassati a nui tutti cosi?
Pigghia lu Signuri, e cci li spartiu a iddi. Li parrini appurannu ca lu Signuri si nni avia a jiri, curreru puru iddi:
– Signuri, nenti nni lassati a nui ora ca vinnjiti ?
– Troppu tardu vinistivu, cci arrispusi lu Signuri, pirchì già li spartivi a li nobili.
– Oh  diavulu!, si vutaru li parrini.
– Dunca a vuàtri vi lassu lu diavulu, cci dissi lu Signuri.
Vennu e venna li monaci:
– Signuri, nenti nni lassati ora ca vinnjiti?
– Nenti, pirchì già li spartivi a li nobili.
– Oh diavulu! Dissiru li monaci.
– E lu diavulu si lu pigghiaru li parrini.
– Pacenza! dicinu li monaci.
–E a vuàtri vi lassu la pacenza, dici Gesu Cristu.
A li mastri cci iu a l'aricchia ca lu Signuri si nni avia a jiri; e subitu curreru.
– Signuri, a nuàtri chi nni lassati?
–Troppu tardu: pirchì già spartivi tutti cosi a li nobili.
– Oh ! diavulu!, dicinu li mastri.
– Si lu pigghiaru li parrini.
 – Pacenza!
 – Si la pigghiaru li monaci.
– Chi 'mbrogghia!si vòtanu li mastri.
– E a vuàtri vi lassu la 'mbrogghia.
Venniru li viddani, mischini, tutti affannateddi e affritti.
 – Signuri, vi nni aviti a jiri, e nenti nni lassati? Spartitini la terra.
– Troppu tardu, pirchì già la spartivi a li nobili.
– Oh diavulu!
– Si lu pigghiaru li parrini.
– Pacenza!
– Si la pigghiaru li monaci.
– Chi 'mbrogghia
– Si la pigghiaru li mastri!
– Facemu la vuluntà di Diu!
– E a vuàtri vi lassu la vuluntà di Diu!.
E pi chistu è ca a stu munnu li nobili cumannanu, li parrini sunnu ajutati di (da) lu diavulu, li monaci fannu la pacenza, li mastri fannu 'mbrogghi e li vidda ni hannu a fari lu setti a forza e hannu a fari la vuluntà di Diu.» (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 5 luglio 2019

Li ZORBI siciliani e l’antico detto “Cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi”


I frutti dei Sorbi
Durante una conversazione con un carissimo amico, amante delle tradizioni barresi e siciliane, esce fuori un'antico detto siciliano, conosciuto anche a Barrafranca: "Cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi" (col tempo e con la paglia maturano le sorbe), volendo con ciò indicare che certe decisioni hanno bisogno di tempo per "maturare". 
Cosa sono questi zorbi e da dove deriva il detto?
Nonostante sia antica come è antico il mondo, la pianta dei zorbi siciliani "il sorbo", nome scientifico Sorbus domestica, è poco conosciuta. 
E' un albero originario dell’Europa Meridionale, assai diffuso dalla Spagna alla Crimea e dalla Crimea all’Asia Minore. Sporadicamente cresce in Italia, così come in Sicilia, noto come "pedi di zorbi". 
Grazie al botanico svedese Carl von Linné nel 1758 il  sorbo siciliano fu inserito nel Systema Naturae come "sorbus domestica". Questa pianta si trova nei boschi e nelle radure, anche se alcuni esemplari possono essere coltivati nei giardini. Può raggiungere i 20 mt. . di altezza e i fiori sono ermafroditi e presentano un colore biancastro, riuniti in corimbi cupoliformi. All'inizio dell’autunno sono sostituiti da pomi di forma tondeggiante o piriforme. Le sorbe diventano commestibili solo quando sono molto mature. Ne esistono diverse varietà: c’è la "sorba-mela" rossa, grossa, meno aspra delle altre; quella "a pera" o "a zucchetta", di colore bianco o rosso pallido. Si raccoglie in settembre ottobre. 
Per l' uso alimentare si dispongono su uno strato di paglia ad ammezzire: dopo alcune settimane assumono un colore bruno e divengono commestibili. Da qui deriva il  vecchio detto: "cu lu tempu e cu la pagghia maturano li zorbi". Il legno di colore rosso scuro, pesante, duro è usato in agricoltura per la costruzione di utensili, pali, paletti, ecc., ed è anche ricercato dai tornitori e dagli incisori per opere di pregio.
Sorbe mature
I frutti hanno proprietà diuretiche, astringenti, antinfiammatorie, lenitive. In questo caso, è consigliabile utilizzare frutti ancora più acerbi. Questa capacità medicinale deriva dal fatto che possiedono dei principi attivi, sostanze peptiniche e tanniniche, acidi organici (specialmente acido sorbico, malico, citrico e tartarico), sorbitolo (o sorbite)
Nelle leggende popolari la sorba matura è considerata un portafortuna. Anticamente i contadini  piantavano piante di sorbo vicino casa, convinti che tenessero lontano gli spiriti maligni. Anche consegnare alcuni frutti ancora acerbi è di buon auspicio. Tutto merito delle sue intense e brillanti sfumature rosse che si credeva avessero la magica virtù di allontanare povertà e miseria. E ancora oggi i boschi di sorbo sono ritenuti propizi per la caccia, perché riserva di abbondante selvaggina.
I Romani apprezzavano la tenerezza e la dolcezza della sorba, soprattutto nella preparazione di liquori. Ce ne parla Virgilio nelle "Georgiche" dov’è illustrata l’usanza di far fermentare questo frutto col grano, ottenendo la "cerevesia", una bevanda alcolica simile al sidro.
Il sorbo era un albero sacro per le popolazioni celtiche che lo piantavano ovunque per proteggere le case e lo ritenevano una manifestazione terrena dell’altro mondo.
Sia i Celti che i Germani consideravano il suo frutto, al pari della mela, nutrimento degli dei e amuleto contro i fulmini e i sortilegi: appenderne un ramo fruttifero sull'uscio di casa ne assicurava la protezione. Ricavata dal sorbo era anche "la mano di strega", una sorta di bacchetta da rabdomante per trovare i metalli preziosi. Pare che i druidi, prima di una battaglia, accendessero fuochi con il legno di sorbo e pregavano chiedendo agli spiriti di partecipare alla battaglia. Nei paesi nordici il sorbo, oltre ad essere usato per fabbricare i bastoni dei pastori, serviva anche per proteggere il bestiame dalle epidemie. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA