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domenica 3 maggio 2020

I rituali festivi nella cerimonialità agraria al SS. Crocifisso del 3 Maggio

Croce di canne e rami di ulivo benedetti la Domenica delle Palme (foto web)
Fino alla riforma del Calendario Liturgico, il 3 maggio la Chiesa celebrava l’Inventio Crucis (dal latino inventio-onis: scoperta) dal popolo intesa Festa d’u Crucifissu.  La commemorazione fa riferimento al ritrovamento della Croce, nel 326, per merito di sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino. La Croce si trovava a Gerusalemme, sotto un tempio dedicato alla dea Venere, e con essa ne erano state sotterrate altre due. Si narra che per sant'Elena fu facile scoprire quale delle tre fosse quella che aveva visto morire Gesù. Ella fece avvicinare una donna ammalata che, accostandosi a una delle croci, guarì immediatamente. Questo è quanto riferiva il "Messale Romano Quotidiano", prima che la riforma del Calendario Liturgico, seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II, accorpasse l'Invenzione della Santa Croce con la festa dell'Esaltazione della Croce del 14 settembre, data in cui la Chiesa ricorda l'Exaltatio Crucis (dal latino exaltatio-onis: elevazione, innalzamento). Tale celebrazione è riferita alla restituzione della Croce da parte del figlio di Cosroe II (il re persiano che l’aveva trafugata nel 614), all'imperatore bizantino Eraclito I che la riportò a Gerusalemme nel 628.
Tra i diversi rituali festivi che testimoniano la permanenza della cerimonialità agraria nelle feste dedicate al SS. Crocifisso, celebrate in Sicilia diffusamente il 3 o la prima domenica di maggio e, in qualche caso, la seconda metà di settembre, è la tradizione di piantare nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme. Maggio è per il contadino siciliano un mese decisivo. Scrive l’antropologo Giuseppe Pitrè in "Spettacoli e feste popolari siciliane" (1881): «Le spighe secondo la credenza, per la festa del Signore, sono belle e compiute (cunchiuti)». Da qui il detto: "Si ntra maju ‘un t’attalentu, vinni li voi e accatta lu frumentu" (Se entro maggio non vieni appagato delle fatiche, vendi i buoi e compra il frumento). Come osserva il botanico siciliano Francesco Minà Palumbo (1841-1899), «Nel mese di maggio le spighe son piccoline, se soprabbondano le erbe nocive, se dominano i furiosi ed estenuanti venti meridionali, se mancano le piogge, ogni speranza è perduta, l’agricoltore deluso cambia divisamento, e per nutrir la sua famiglia è costretto di vendere i buoi». (Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa). Il grano sta per giungere a maturazione, momento, quindi, cardine per la buona riuscita del raccolto. l folclorista Salvatore Salamone Marino (1847-1916) segnala che, «quando ancora le sementi erano conferite ai contadini dal padrone, dal camperi (campiere – guardia campestre) o dal curatulu (quelli che si prendono cura per parte della campagna del padrone), li simenzi (sementi) devono essere già consegnate un’ora innanzi dì, ossia nel momento che lucifero, la stella precorritrice dell’aurora, splende all’oriente; ed è perciò che questa stella riceve da’ villicci (dai contadini) il nome di stidda di li simenzi (stella delle sementi)». Inoltre afferma che, ai suoi tempi, la pratica di far benedire una parte simbolica delle sementi e la permanenza dell’uso di “segnar con una croce il grano innanzi di cavarne il primo tòmolo, ripetendo intanto le parole consuete: ‘Nomine Patri e di lu Figghiu e di lu Spiritu Santu! (Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!), era già desunta.
Sempre il Pitrè scrive che: «In Nicosia sopra ogni bùrgiu (covone) si pone una croce di canna; in Alimena al primo o all'ultimo mazzu (mazzo) o timugna di gregni (catasta o accumulo di grano) si colloca un’immagine della santa protettrice del comune, Maria Maddalena, (in Gianciana, una figurina di S. Vincenzo Ferreri; in Casteltermini, dell'Assunta ecc.) perchè protegga la raccolta da' fulmini, dagl'incendi e da qualunque accidente.» Per proteggere il raccolto, i contadini piantavano  nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme Lo scopo era quello di proteggere le colture dai temporali e dalla grandine. La Croce diventa così simbolo della Vita, di quell'Axis Mundi di cui parla lo storico della religioni Mircea Eliade. La Croce o Albero della Vita indica quell'asse dell’universo che, per la sua posizione in verticale, congiunge CIELO TERRA e INFERI: simbolicamente l’asse permette il passaggio dalla morte, rappresentata dalla base dell’asse, alla vita, rappresentata dalla sua sommità. Eliade continua affermando che l'Albero-Croce, in quanto riproduzione del tempo e dello spazio, esprime simbolicamente l'essere del cosmo e la sua capacità di rigenerarsi all'infinito. Di conseguenza la Croce realizzata con elementi naturali come le canne diventa elemento riconducibile ai rituali primaverili e ai culti di propiziazione agraria. 
Secondo le testimonianze proposte dal Pitrè, oltre che dal trasporto processionale del Crocifisso, i giorni di festa sono caratterizzati: dalla distribuzione e dal lancio di abbondanza della produzione agraria; dall'addobbo del simulacro o fercolo con alimenti ed elementi vegetali tra cui spighe di grano e fave; e ancora da processioni di torce, dalla presenza dei ceti, di cavalcate, di benedizioni dei campi. Tutti questi tratti, per quanto variamente articolati e più o meno  inseriti all'interno dei rituali, sono tutt'oggi presenti nelle attuali cerimonie siciliane dedicate al SS. Crocifisso.

FONTI: Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, 1881; Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, 2006; Mircea Eliade, Trattato delle religioni, a cura di Pietro Angelini,  Boringhieri, 1976. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



L’antica festa liturgica del 3 maggio: festa della Santa Croce

(Foto dal web)
Gli anziani sicuramente lo ricorderanno che, fino alle riforme del Messale Romano promulgate da Papa Giovanni XXIII nel 1960/1962, il 3 maggio ricorreva la festa della Santa Croce. La Chiesa in pratica ricordava solennemente il ritrovamento (da invenio, termine latino) della Croce di Cristo fatto da Elena, madre di Costantino il Grande. Dopo profondi scavi sul Golgota si erano trovate  interrate tre croci. Per sapere qual'era quella di Cristo, furono poste sopra un p malato che sarebbe guarito al tocco di quella giusta. In realtà questa ricorrenza ha origine nelle Gallie: difatti nell'usanza gallicana, invece, almeno dal VIII secolo, la festa della Croce si teneva il 3 maggio, data del ritrovamento della Croce secondo la "leggenda di Giuda Ciriaco". Mentre a Roma si affermava la festa dell'Exaltatio, fissata al 14 settembre, in ricordo del ritrovamento della vera croce di Gesù da parte di sant'Elena, madre dell’Imperatore Costantino, avvenuto, secondo una tradizione, il 14 settembre del 327, giorno in cui la reliquia sarebbe stata innalzata dal vescovo di Gerusalemme di fronte al popolo, che fu invitato all'adorazione del Crocefisso, nelle Gallie si era introdotta, e con successo, una festa Inventionis Sanctae Crucisstabilita al 3 maggio. Pare che essa entrasse nelle chiese gallicane nella prima metà del sec. VIII. La riportano i manoscritti del Martirologio geronimiano di Wolfenbüttel (772) e di Berna (di poco posteriore), i calendari mozarabici, i Sacramentari gelasiani del sec. VIII. La data del 3 maggio fu suggerita, a quanto sembra, dalla leggenda di Giuda Ciriaco, vescovo di Gerusalemme (BHL, 7022). Secondo la leggenda di Giuda Ciriaco, sarebbe stato l’ebreo Giuda, per ordine della regina Elena, a trovare la croce. Tenuto per sette giorni in una cisterna vuota senza cibo né acqua, si sarebbe deciso a rivelare ciò che tante volte aveva sentito raccontare dai suoi antenati, cioè che la croce del Messia era sepolta sul Golgota. (Enciclopedia Cattolica)
Signore dell'Olmo- Mazzarino (CL)
Anche se questa festa liturgica è stata soppressa e unificata a quella dell’Esaltazione della Croce del 14 settembre, in molti paesi siciliani e non, si continua a festeggiare come festa del SS Salvatore. In Sicilia sono molti i comuni che il 3 o la prima domenica di maggio, festeggiano il SS. Salvatore: Il Signore dell’Olmo a Mazzarino (CL), U Signuruzzu du Lacu a Pergusa (EN), SS Crocifisso a Siculiana (AG), SS Crocifisso a Castelvetrano (TP), SS Crocifisso a Catatafimi (TP), SS Crocifisso a Lascari (PA), il SS Crocifisso a Monreale (PA), tanto per citarne alcuni.
Sant'Alessandro- Barrafranca (EN)
A Barrafranca (EN) il 3 maggio si è sempre festeggiato il Santo patrono, sant'Alessandro. Residui arcaici della festa della Santa Croce si riscontrano nelle preghiere recitate in questo giorno.
Da tradizione, la mattina della festa del patrono i devoti vanno a portare il pane votivo al Santo presso la chiesa Maria SS della Stella, che ne custodisce un simulacro. Gli anziani ricordano che, anticamente, mentre si andava in chiesa, si recitava il rosario detto "Du miliuni", così chiamato perché si pronuncia un milione di volte la parola Gesù. Il rosario "Du miliuni" è composto di un solo mistero, intervallato da 10 invocazioni del nome di Gesù. A rosario concluso si sarà pronunciato 1000 volte il Santo Nome di Gesù. Anticamente il conto si teneva con dieci sassolini o dieci pezzetti di legno, lasciati cadere a terra. In seguito si utilizzò la corona del rosario.
Inoltre gli anziani chiamavano questo giorno "Giorno delle Santi Croci" in riferimento all’antica ricorrenza: infatti, nel rosario "Du miliuni" non viene citato sant'Alessandro ma viene invocato, per ben mille volte, il nome di Gesù. Non a caso vi era la consuetudine di scegliere come punto di partenza per il "viaggio al Santo" a sant'Alessandro proprio quelle "croci" (in dialetto cruciddi) che i nostri avi avevano costruito nelle strade di entrata al paese.

Rita Bevilacqua 

mercoledì 1 aprile 2020

La storia del ritrovamento del SS Crocifisso di Barrafranca


Altare SS. Crocifisso di Barrafranca

Tempo di Quaresima e tra i barresi cresce l’ansia di rivedere il SS Crocifisso che è portato in processione la sera del Venerdì Santo. La storia del ritrovamento del Crocifisso di Barrafranca (EN) è avvolta da un’aurea di mistero. La storia si basa su racconti popolari, tramandati oralmente e arrivati ai nostri giorni quasi inalterati.
Difficile datarne il ritrovamento. Secondo il Sac. Giunta, la data del ritrovamento è da attribuire a un’epoca antecedente al 1662; infatti scrive: «Negli atti di notar Scipione Sortino si trova che i confrati del SS. Crocifisso di S, Sebastiano gli vollero erigere una nuova cappella nel 1662». Secondo antica tradizione (tuttora riportata dietro il santino del SS Crocifisso) un certo Salvatore Ingala (recenti studi hanno ipotizzato che si chiamasse Antonio) stava arando il terreno sito in contrada “Rastrello” (adesso di proprietà della famiglia Vetriolo), quando la punta del vomere dell’aratro, trainato da una coppia di mule, spostò e sollevò una grande lastra di pietra. 
Luogo del ritrovamento del SS. Crocifisso di Barrafranca
Il contadino sentì il tonfo dovuto alla caduta di pietrame e capì che lì sotto c’era una fossa. Spostata la lastra, vide che sotto vi era una nicchia a forma di alcova su cui era appeso un Crocifisso, inchiodato dentro a una raggiera di forma ovale, ai cui lati erano accesi dei “lumeri di crita” ossia dei vasi di terracotta, su cui vi erano delle candele accese. Sempre seguendo la tradizione, il contadino, tornato a casa, riferì tutto allo zio Sac. Calcerano (secondo recenti studi lo zio non si chiamava Calcerano, ma il nome “calcerano” forse si riferisce a uno zio del signor Ingala che era cappellano al carcere di Barrafranca) che gli consigliò di andare a prenderlo e di consegnarlo a lui. Il Crocifisso fu portato in varie chiese del paese, appeso a un chiodo ma l’indomani veniva trovato a terra, finché non fu portato nella chiesa di San Sebastiano, oggi chiesa Madre, dove tuttora si trova. In tal senso significativa è un’intervista realizzata agli inizi degli anni ’80 dai professori Diego Aleo e Gaetano Vicari alla signora Rosa Ingala (1897-1982), discendente del contadino Ingala, in cui racconta le vicende del ritrovamento del Crocifisso. La signora Rosa riporta la versione della tradizione con un’unica eccezione: il contadino lo chiama Antonio e non Salvatore.
Festa di Santa Croce- Casteltermini 
Da alcuni studi da me condotti, simili storie di ritrovamenti di statue del Crocifisso si ritrovano in altri paesi siciliani, con diverse varianti, ma con alcuni elementi comuni. Ogni anno, la quarta domenica di maggio a Casteltermini (AG) si svolge la “Festa di Santa Croce”, conosciuta come la festa del Tataratà. La festa nasce dal rinvenimento di una croce di legno, sepolta in aperta campagna. Leggenda vuole che una vacca, ogni giorno, s’inginocchiasse in un preciso punto della campagna di Chiuddia, i pastori incuriositi scavarono in quel punto e trovarono la Croce. Nello stesso luogo fu eretto un eremo in suo onore. Dal ritrovamento della croce nasce quindi la festa di santa Croce, inizialmente celebrata con una festa campestre ogni giorno 3 del mese di maggio e in seguito al 1667 ogni IV domenica di Maggio. Anche qui la leggenda vuole che il Santissimo Crocifisso sia ritrovato in campagna, grazie all'intervento di animali.
Festa del SS. Crocifisso- Calatafimi Segesta
Agli inizi di maggio a Calatafimi Segesta (TP) si svolge la festa del SS. Crocifisso, che risale al 1657. Inizialmente i festeggiamenti si celebravano in giugno; furono poi spostati a settembre e poi agli inizi di maggio. La leggenda vuole che tra il 23 e il 25 giugno 1657, nella chiesa di S. Caterina, un crocifisso ligneo nero operò vari prodigi. Una mattina, mastro Fontana trovò il Crocifisso caduto e istintivamente lo rimise a posto. Il giorno dopo lo ritrovò di nuovo a terra con un braccio staccato e dopo avergli incollato il braccio, con una zagaredda (nastro) azzurra. Lo appese alla croce. Il giorno 23 giugno 1657, mastro Fontana si recò nella chiesa di Santa Caterina con l'infermo Francesco Saltaformaggio, e vedendo che nuovamente il Crocifisso era di nuovo a terra, chiese all'amico di aiutarlo e glielo diede in mano e immediatamente guarì. Mastro Fontana si portò a casa la zagaredda che fece miracolo sulla moglie indemoniata. Nel novembre 1657, due ricchi borghesi, donano quattro once e 35 tarì per l'altare e altre spese necessarie al culto come chiesto dalla Curia Vescovile di Mazara. 
Che cosa ci sia di vero in questi racconti non è dato saperlo. Molti gli elementi comuni: dal periodo storico in cui si svolgono le vicende, al mondo contadino protagonista delle leggende. Ciò che  li accomuna è la fede popolare in quel Crocifisso ritrovato per caso e spesso miracoloso, in cui il popolo riversa la fede e la speranza della Redenzione. 

FONTI: Rita Bevilacqua, “Settimana Santa a Barrafranca”, Bonfirraro Editore, 2014; Diego Aleo  Gaetano Vicari, “La grande eredità. Viaggio attraverso le tradizioni della settimana santa nel cuore della Sicilia, ristampa 2018; Giuseppe Schifanella, “Una croce nella leggenda e nella storia”, 1989; www.calatafimisegestaitinerario.com(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


venerdì 13 settembre 2019

La pratica cristiana del BACIO al SS. Crocifisso



Il "bacio" al SS. Crocifisso di Barrafranca
Una delle pratiche cristiane molto diffusa è “l’atto di baciare” la croce o le reliquie di Santi. A Barrafranca (EN) questa pratica si svolge soprattutto in due momenti molti importanti: l’ottava del SS. Crocifisso, ossia otto giorni dopo il Venerdì Santo e nel giorno dell’Esaltazione della Croce, il 14 settembre.
Che valenza assume nel culto cristiano questo bacio? 
L’atto del baciare è uno dei gesti più usati nella vita sociale: si baciano i figli, i coniugi, gli amici. Anche nel culto cristiano, il bacio ha un’importante valenza simbolica. Come gesto, il bacio appartiene a quel linguaggio non verbale che è pur tipico della liturgia e della devozione: ne sono esempio il baciare immaginette sacre, statue e soprattutto le immagini del Crocifisso. 
SS. Crocifisso di Barrafranca
Questa è una consuetudine molto antica e deriva dall’usanza che c’era a Gerusalemme di far baciare il “Legno della Croce” ai pellegrini, perché quel Legno fu reso sacro dal Sangue del Signore e quindi era un gesto di venerazione verso Nostro Signore che patisce e muore in Croce per noi. Da Gerusalemme, tramite i pellegrini l’adorazione della Croce arrivò alle altre Chiese.  Non esistono altre occasioni liturgiche che prevedano cose simili. Vi è, però, in molte occasioni la tradizione (non liturgica) di venerare la Vergine Maria o i Santi (soprattutto le reliquie) con il bacio. Dopo il Concilio Vaticano II, con l’istituzione «Inter Oecumenici» del 1964 (n. 36), sono stati soppressi diversi baci a oggetti sacri.
Nella liturgia odierna è rimasto il bacio della croce durante la celebrazione del Venerdì Santo (nel rito dell’adorazione della croce) e in alcuni casi, come a Barrafranca, all’Ottava del Crocifisso e per l’Esaltazione della Croce. 
In questo contesto, il bacio diventa elemento di comunicazione, sia a livello antropologico e psicologico e, di conseguenza, come segno per esprimere un atteggiamento di fede. 
Il "bacio" al SS. Crocifisso di Barrafranca
Quando i fedeli a massa si recano a “baciare” il SS. Crocifisso inchiodato alla Croce non fanno altro che andare ad adorare, con sentimenti di amore riverenziale, chi è morto in croce per salvare l’umanità, a entrare in comunione con le sue sofferenze. Il bacio diventa così centrale nel momento dell’adorazione: permette al fedele un contatto fisico diretto con il Cristo, divenendo simbolo di unione e riconciliazione.
Questo gesto che i fedeli barresi ripetono ogni anno, ha una grande valenza simbolica sia a livello devozionale che affettivo: sono questi rari momenti in cui il popolo ha la possibilità di vedere da vicino il SS. Crocifisso, tenuto conto che il Crocifisso è “celato” tutto l’anno. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

giovedì 2 maggio 2019

Lettera di accompagnamento al video “U TRUNU” realizzato dall'Università di Torino nel 1993


I riti che si svolgono a Barrafranca (EN) il Venerdì Santo, soprattutto la processione “U TRUNU”, sono stati oggetto di studio di Università importanti. Per questo vogliamo pubblicare la lettera di accompagnamento al video “U TRUNU” realizzato dall'Università di Torino che riprende tutta la giornata del Venerdì Santo a Barrafranca (EN) nell’anno 1993 e girato dal Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario (C.L.A.U.) dall'Università degli Studi di Torino.
«Alcuni giorni prima della Settimana Santa del 1993- ci spiega il prof. Gaetano Vicari- sono contattato dall'avvocato Luigi Barbaro, il quale mi comunica che sarebbero venuti dei professori di Torino per vedere e studiare il Venerdì Santo a Barrafranca. Il film è presentato a Barrafranca durante la Settimana Santa 1994 e precisamente i giorni Martedì 29 Marzo, Sabato 2 Aprile e Martedì 5 Aprile, presso il salone del Centro Incontro Anziani della Parrocchia Maria SS. Della Stella a cura del Centro di Cultura Giovanile e dal sottoscritto. Per l’occasione i Professori di Torino inviano un fax di presentazione al loro lavoro.»
Vennero dal C.L.A.U. Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario di TORINO: PIERCARLO GRIMALDI) (Professore di Storia delle Tradizioni Popolari), AMBROGIO ARTONI (Professore di Semiologia dello Spettacolo e DIRETTORE del Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario di Torino), MARIA ROSARIA LA TORRE (Assistente Tecnico), ANNA MARIA ANCONA (Assistente Tecnico), MARIO VERA (Collaboratore Tecnico). La cassetta con la registrazione fu inviata a Vicari in anteprima nel gennaio 1994. Il film fu presentato a Barrafranca durante la Settimana Santa 1994 e precisamente i giorni Martedì 29 Marzo, Sabato 2 Aprile e Martedì 5 Aprile, presso il salone del Centro Incontro Anziani della Parrocchia Maria SS. Della Stella a cura del Centro di Cultura Giovanile e dal prof. Vicari. Non potendo esser presenti alla presentazione del film, i professori di Torino inviarono il seguente fax:
«CENTRO LINGUISTICO E AUDIOVISIVI UNIVERSITARIO (C.L.A.U.) UNIVERSITÀ’ DEGLI STUDI DI TORINO
Torino, lì 29/03/94
Chiar.mo Professore, come da intese intercorse, le trasmettiamo una breve relazione inerente al Venerdì Santo a Barrafranca. Un augurio di buon lavoro e soprattutto di buone Feste a tutti (ANNA MARIA ANCONA). Caro prof. Vicari, con i nostri migliori auguri per la prossima Pasqua, Le inviamo i sensi della nostra soddisfazione per l’iniziativa di proiettare pubblicamente il nostro documentario sulla festa del Venerdì Santo a Barrafranca.
Si tratta di una festa senza eguali, frutto non tanto di una tradizione riproposta come spettacolo folcloristico, ma di una vera passione collettiva che sa riunire la vostra comunità nell’azione partecipante di tutti i suoi membri. Festa della virilità, rito di passaggio, inno alla fertilità e alla rigenerazione della natura: i significati sono evidenti, ma la loro stessa forza ci sembra essere ecceduta e superata dal vero e proprio miracolo – nella società complessa – di vedere realizzare intorno alla processione del Venerdì Santo la compiuta identità di un’intera comunità, arricchita nell'occasione dalla partecipazione di molti suoi membri che durante l’anno vivono e lavorano altrove, in Italia e all'Estero. Quello che colpisce, soprattutto, è l’entusiasmo dei giovani, che nella festa non vedono l’improbabile rappresentazione di un tempo ormai lontano, ma una risorsa per l’oggi, la risposta collettiva a una condizione sempre più connessa all’individualità dell’uomo gettato nel mondo senza patrie e utopie. Realizzando nell’azione rituale, nella sua spontaneità e violenza, il mito delle origini, i giovani di Barrafranca mostrano di saper ritrovare la forza della tradizione come porta spalancata verso un possibile domani, solidale e produttore di nuova cultura. Il dio solare, il Cristo illuminato e coperto di ori, così diverso da quello della tradizione canonica, ne è la metafora e la rinnovata rappresentazione. Non so come giudicherete il nostro film, che è il risultato parziale del nostro incontro con la vostra comunità e con la cultura che esprime. Un incontro che ci ha arricchiti e che come in poche altre occasioni ci ha mostrato il significato del nostro lavoro, che è quello di dar voce e di far conoscere quanta ricchezza umana e culturale sappiano ancora esprimere le tradizioni orali. La nostra lettura è perciò stata partecipante, non ci siamo limitati a guardare ma, come sanno coloro che ci hanno aiutato nel lavoro di documentazione, abbiamo voluto immergerci nella vostra realtà culturale per conoscerla quanto più dall'interno, per condividerla, vogliamo dire. A Barrafranca abbiamo lasciato tanti amici, ma anche un pezzetto di noi. Se questa sera non possiamo esserci, è per impegni di lavoro che non ce lo consentono: ma ormai un certo contagio si è prodotto, e la sera del Venerdì Santo idealmente saremo lì, per le vie di Barrafranca, ad applaudire “U Trunu” e a unirci al grido dei vostri giovani: “Misericordia”. A Lei, professor Vicari, la nostra riconoscenza con la preghiera di esternarla a tutti coloro che ci hanno concesso di realizzare questo film, i cui nomi sono troppi per essere qui ricordati uno per uno. Ancora grazie, e a presto. AMBROGIO ARTONI (Professore di Semiologia dello Spettacolo e DIRETTORE del Centro Linguistico e Audiovisivi Universitario di Torino). PIERCARLO GRIMALDI (Professore di Storia delle Tradizioni Popolari)».
Il video “U Trunu”,  oltre all’utilizzo in sede didattica e scientifica universitaria, è stato presentato: – al Convegno Internazionale “Antropologia Visiva e Culturale della Rappresentazione, Il tempo delle feste in Europa”, organizzato dal Consiglio d’Europa in collaborazione con l’Università di Torino e il Consiglio Nazionale delle Ricerche (Torino, ottobre 1993); – al Convegno del C.N.R. “Sei anni di attività del Comitato Nazionale per la Scienza e la Tecnologia dei Beni Culturali” (Roma, marzo 1994). Era prevista inoltre la presentazione nella rassegna europea di programmi audiovisivi organizzata ad Atene per l’aprile 1994 dalla C.E.E. – Euroregio e a Budapest, nel mese di novembre 1994 in occasione di un Convegno Internazionale di Etnologia. (Fonte: Gaetano Vicari) (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 26 aprile 2019

La pratica cristiana del BACIO al Crocifisso durante l’OTTAVA del SS CROCIFISSO

SS. Crocifisso di Barrafranca
Per i barresi le emozioni della Settimana Santa non finiscono con la Domenica di Pasqua, ma si prolungano con quella che è conosciuta come l’OTTAVA del SS CROCIFISSO. Il termine OTTAVA è proprio della Liturgia cristiana e sta a indicare gli otto giorni che seguono una festa molto importante (compreso il giorno della festa stessa), con lo scopo di prolungare il senso stesso della festa. Nello specifico, a Barrafranca (EN) l’ottava ha lo scopo di prolungare la devozione al SS. Crocifisso, portato in processione la sera del Venerdì Santo. Nel giorno dell’ottava, la Croce con il Crocifisso è prelevata dalla teca che lo conserva e viene esposta nell'altare maggiore, per essere adorato dal suo popolo. In quest’occasione, i fedeli possono “toccare” e “BACIARE” il Santissimo, portando a casa un pezzetto di cotone benedetto. 
Particolare del SS Crocifisso
Che valenza assume nel culto cristiano questo bacio? L’atto del baciare è uno dei gesti più usati nella vita sociale: si baciano i figli, i coniugi, gli amici. Anche nel culto cristiano, il bacio ha un’importante valenza simbolica. Come gesto, il bacio appartiene a quel linguaggio non verbale che è pur tipico della liturgia e della devozione: ne sono esempio il baciare immaginette sacre, statue e soprattutto le immagini del Crocifisso. Questa è una consuetudine molto antica e deriva dall'usanza che c'era a Gerusalemme di far baciare il “Legno della Croce” ai pellegrini, perché quel Legno fu reso sacro dal Sangue del Signore e quindi era un gesto di venerazione verso Nostro Signore che patisce e muore in Croce per noi. Da Gerusalemme, tramite i pellegrini l'adorazione della Croce arrivò alle altre Chiese.  Non esistono altre occasioni liturgiche che prevedano cose simili. Vi è, però, in molte occasioni la tradizione (non liturgica) di venerare la Vergine Maria o i Santi (soprattutto le reliquie) con il bacio. Dopo il Concilio Vaticano II, con l’istituzione «Inter Oecumenici» del 1964 (n. 36), sono stati soppressi diversi baci a oggetti sacri. Nella liturgia odierna è rimasto il bacio della croce durante la celebrazione del Venerdì Santo (nel rito dell’adorazione della croce) e in alcuni casi, coma a Barrafranca, all'Ottava del Crocifisso e per l'Esaltazione della Croce (14 settembre).
Bacio al SS Crocifisso- OTTAVA 2017
In questo contesto, il bacio diventa elemento di comunicazione, sia a livello antropologico e psicologico e, di conseguenza, come segno per esprimere un atteggiamento di fede. Quando i fedeli a massa si recano a “baciare” il SS. Crocifisso inchiodato alla Croce non fanno altro che andare ad adorare, con sentimenti di amore riverenziale, chi è morto in croce per salvare l’umanità, a entrare in comunione con le sue sofferenze. Il bacio diventa così centrale nel momento dell’adorazione: permette al fedele un contatto fisico diretto con il Cristo, divenendo simbolo di unione e riconciliazione.
Questo gesto che i fedeli barresi ripetono ogni anno, non solo all’ottava, anche nel giorno dell’Esaltazione della Croce (14 settembre), ha una grande valenza simbolica sia a livello devozionale che affettivo: sono questi rari momenti in cui il popolo ha la possibilità di vedere da vicino il SS. Crocifisso, tenuto conto che il Crocifisso è “celato” tutto l’anno. 

FONTE: Rita Bevilacqua, SETTIMANA SANTA A BARRAFRANCA, Bonfirraro Editore, 2014. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

lunedì 26 marzo 2018

"U TRUNU" e il suo significato antropologico

Foto d'epoca "Du Trunu" di Barrafranca 
Per i barresi Quaresima è sinonimo di SETTIMANA SANTA: ossia quell'insieme di liturgie, tradizioni, folklore, in cui il barrese ritrova la propria identità di comunità. Il momento “catartico” di questa particolare settimana è la processione serale “du trunu”, che si svolge la sera del Venerdì Santo a Barrafranca (EN). E’ da considerarsi una delle tradizioni barresi più vive e sentite; la particolarità con cui si svolge la processione  il sentimento che sta alla base, la ritualità delle azioni, non ha eguali. Ma ciò che colpisce maggiormente gli antropologi è la partecipazione, intensa e commossa, del popolo, non inteso come spettatore passivo degli eventi, ma artefice egli stesso del “divenire” della festa: basti ricordare il modo, del tutto particolare, con cui viene portato in processione il Crocifisso.
Foto d'epoca (tratta dal libro del prof. Ciulla)
U TRUNU, come lo chiamano i barresi, è una macchina processionale, composta di una parte centrale "u firrizzu", formato da travi di legno a struttura parallelepipedale, che contiene il meccanismo che fa alzare una grossa asta quadrata. Sulla cima di suddetta portantina è posta una grossa sfera "u munnu" di circa un metro di diametro, costruita in lamiera di colore azzurro, contornata da finestrelle rotonde di vetro colorato retroilluminati, di 5 differenti colori che rappresentano i 5 continenti e sopra viene inserita la spera, una raggiera di metallo che contiene il Crocifisso. U trunu viene trasportato grazie all’inserimento di due grosse travi chiamate baiarde, alla cui estremità sono collegate, uno per ogni lato, quattro anelli di ferro chiamati bucculi, che servono per la direzione del firrizzu.
Alcuni studiosi, tra cui Ignazio E. Buttitta, hanno visto in quell’asta sormontata dal globo su cui primeggia la croce con il Cristo, «… la simbologia connessa all’arcaico mitologema dell’axis mundi …A quest’ ultimo tipo possono essere ricondotte cerimonie pasquali quali "u Signuri di li Fasci" di Pietraperzia, "u trunu" di Barrafranca… (Ignazio E. Buttitta, La memoria lunga: simboli e riti della religiosità tradizionale). Nel linguaggio antropologico il termine "axis mundi" (spiegato da Mircea Eliade nel suo: Trattato di storia delle religioni”) indica quell’asse dell’universo che, per la sua posizione in verticale, congiunge CIELO TERRA e INFERI: simbolicamente l’asse permette il passaggio dalla morte, rappresentata dalla base dell’asse, alla vita, rappresentata dalla sua sommità. Al centro sta la terra, destinataria di questo passaggio. Gesù stabilì, attraverso la sua morte e risurrezione, una connessione tra cielo e terra, che nella religione cristiana è simboleggiata dalla croce. In alcuni casi, questa simbologia è affidata a delle assi che si ritrovano nelle macchine processionali, come nel caso della nostra festa. Si tratta di un retaggio di origine precristiana che, con la morte di Cristo, ritrova la sua massima espressione.
Fonte: Settimana Santa a Barrafranca di Rita Bevilacqua, Bonfirraro Editore, 2014.) (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA



domenica 23 aprile 2017

La devozione dei ragazzi nei confronti del SS. Crocifisso- ottava del Venerdì Santo

I quattru “Trunu di carusi” in Piazza Regina Margherita
Nel pomeriggio di venerdì 21 aprile 2017 le strade di Barrafranca (EN) si sono animate con la processione di ben quattro “Trunu di carusi”, così chiamati dai barresi. Si tratta di una copia,  realizzata in misure ridotte, della macchina processionale che il popolo barrese chiama TRUNU, con cui è portato in processione il SS. Crocifisso nel giorno del Venerdì Santo. Il venerdì successivo al Venerdì Santo, a Barrafranca ricorre “l’Ottava del SS. Crocifisso”, giorno in cui i fedeli possono andare a rendere omaggio, presso la chiesa Madre, al SS Crocifisso. Peculiarità di questa giornata è “il bacio” a Gesù Crocifisso: i fedeli hanno l’opportunità di entrare in contatto diretto con il Santissimo, di sfiorarlo con le dita e di ricevere il “cotone benedetto”. Come nel giorno del Venerdì Santo sono i loro padri a rendere omaggio al SS Crocifisso, portandolo in processione, cosi il Venerdì d’OTTAVA sono i ragazzi i protagonisti.
Daniele Cumia, baby sindaco di Barrafranca e Simone Bonelli
Sono partiti  da quattro diversi quartieri del paese: quartiere “Puntaterra- Poggio” quello realizzato nell'abitazione di Daniele Cumia, baby sindaco di Barrafranca, aiutato da alcuni amici; quartiere “Villaggio” realizzato nell'abitazione di Mauro Munda,aiutato da alcuni compagni di scuola; quartiere “Madonna” realizzato nell'abitazione di Stellino, aiutato dai ragazzi del quartiere  e quartiere “Grazia”, realizzato dai ragazzi del quartiere. Hanno percorso alcune vie principali, per poi ritrovarsi tutti e quattro in Piazza Regina Margherita, tra lo stupore della gente e di molti curiosi che si sono avvicinati per ammirare il lavoro di quei ragazzi, devoti al SS. Crocifisso. Hanno lavorato tanto, pomeriggi interi, molti di loro sono stati aiutati dai familiari e da alcuni amici più grandi, realizzando il loro TRUNU con materiali poveri e di riciclo. Hanno usato travi, assi di legno, meccanismi per alzare l’asta e inserire la spera, Crocifissi e le scocche benedette, quelle utilizzate negli anni passati per la festa del Venerdì Santo. Sono state le loro spalle, piccole ma forti, a portare “U Trunu” per le vie del paese.
Don Giacomo Zangara impartisce la benedizione
Tutti hanno cantato il canto funebre “Misericordia” composto dal M° Salvatore Rizzo, hanno suonato le scattiole e alcuni di loro hanno eseguito passi dei lamenti, sotto la guida del giovane Simone Bonelli. Dopo una sosta in Piazza, a turno sono scesi davanti al sagrato della chiesa Madre dove li attendeva il parroco don Giacomo Zangara che, emozionato, ha impartito la benedizione. Al termine, al grido di “iammisilicordia”, sono tornati nelle loro case, contenti e soddisfatti. Questa “Ottava di Venerdì Santo” 2017 sarà ricordata come il venerdì dei tanti “TRUNU di carusi”. Non si era mai visto a Barrafranca nello stesso posto più di un TRUNU. In genere ogni gruppo faceva girare il proprio nel quartiere. Adesso tutti e quattro hanno percorso lo stesso tragitto, tutti alla volta della chiesa Madre. Questo dimostra come le nuove generazioni sono legate alle tradizioni dei loro padri, animati dalla voglia di rendere, a loro modo, omaggio al SS. Crocifisso. Il pomeriggio di sabato 22 aprile sarà portato in processione un quinto “Trunu dei carusi” del quartiere Poggio. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA