lunedì 30 marzo 2020

La “Pasqua cristiana” e il “Navigium Isidis”: perché la Pasqua cade la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera.



La Pasqua fa parte di quelle feste cristiane che non hanno una data fissa. Essa varia di anno in anno secondo un preciso calcolo: essa ricorre la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Da dove origina questo calcolo? Innanzitutto dobbiamo dire che la Pasqua cristiana deriva dalla Pasqua ebraica «La Pasqua ebraica e quella cristiana avevano in comune il tema della festa, l’attesa di una liberazione futura, per i cristiani ovviamente intesa come ritorno di Cristo» (Christoph Markschies, In cammino tra due mondi: strutture del cristianesimo antico). Così, in Asia minore, le prime comunità cristiane festeggiavano la resurrezione di Cristo a partire dal 14 Nisan, con un digiuno, che durava fino al mattino successivo e la stessa sera veniva letto il racconto della Pasqua descritto nel libro dell’Esodo (Es 12). La festa venne così a coincidere con l’equinozio di Primavera, «anche perché secondo la filosofia patristica, il mondo fu creato da Dio in primavera, nel mese di Nisan, settimo mese secondo il calendario ebraico, ma primo per importanza a quanto sta scritto nell’Esodo 12, 2. » (C. Bernardi).
A questa pratica di festeggiare la Pasqua diffusa in Asia Minore, s’iniziò a contrapporsi l’usanza romana di festeggiare la Pasqua cristiana di Domenica, sia perché nei vangeli si leggeva che Cristo era risuscitato il “giorno dopo il Sabato”, sia perché diventò una pratica sancita dallo stesso impero romano, da quando l’imperatore Costantino I nel 321 d. C. emanò la prima legge civile sulla Domenica: questo giorno dedicato al “diessolis”, divenne ufficialmente giorno di riposo. In tal modo, la domenica divenne il giorno dedicato al Signore.
Questo differente modo di celebrare la Pasqua delle prime comunità cristiane sfociò nella controversa questione conosciuta come “questione quarto decimana” (dal 14 di Nisan): la disputa riguardava, appunto, il giorno in cui si dovesse festeggiare la Resurrezione di Cristo. La questione fu risolta durante il Concilio di Nicea del 325 d.C. indetto dall’imperatore Costantino, dove fu stabilito che la Pasqua sarebbe stata celebrata la prima Domenica dopo la luna piena che seguiva l’equinozio di primavera. Essendo in vigore il calendario promulgato da Giulio Cesare (il calendario giuliano, elaborato dall’astronomo greco Sosigene di Alessandria nel 46 a.C.), il concilio fissò l’equinozio di primavera il 21 marzo. Questa prassi permise di considerare la Pasqua come la vittoria dei figli della luce sulle opere delle tenebre, in quanto, dopo l’equinozio di primavera, il giorno diventa più lungo della notte. 
Il concilio approdò a queste conclusioni derivandole dalla filosofia patristica, la quale riteneva che «Cristo fosse morto e Risorto nella settimana coincidente con la prima settimana della creazione … Particolare significato aveva il primo, il quarto e il sesto. Il primo era l’equinozio, poiché Dio separò la luce dalle tenebre, creò il giorno e la notte, divisi in parte uguali. Il quarto giorno, creazione del sole e della luna, era un plenilunio. Nel sesto Dio creò l’uomo e si riteneva che sempre in un sesto giorno l’uomo avesse peccato e fosse morto. Per la Patristica Gesù fece in modo che la sua cattura e la sua passione avvenissero nella settimana primordiale, nella quale convergono plenilunio, equinozio e sesto giorno. Quindi l’attuale calcolato del giorno in cui festeggiare la Pasqua oltre che da considerazioni religiose delle prime comunità cristiane, che non vollero confondersi con le comunità ebraiche, esso derivò anche da motivi politici, di supremazia del potere di Roma, dalla volontà dell’imperatore Costantino di render forte il potere della chiesa di Roma sulle chiese asiatiche, creando così un impero unito non solo politicamente anche religiosamente. Non dobbiamo dimenticare che fu proprio l’imperatore Costantino con l’editto di Milano del 313 d.C. a concedere libertà di culto ai cristiani. Fu il primo passo verso il riconoscimento, avvenuto nel 380 d.C. con l’Editto di Tessalonica emanato da Teodosio, del cristianesimo come religione ufficiale dell’impero.
Riti propiziatori dedicati alla primavera, atti a spaventare i demoni dell’inverno, si ritrovano anche nel mondo pagano. Questo era un modo arcaico di spiegare l’alternarsi delle stagioni, la rinascita della natura dopo il torpore invernale. Studi approfonditi sulle feste del mondo antico, emerge una festa che si potrebbe considerare la progenitrice della Pasqua cristiana: la festa del “Navigium Isidis”.
Nel mondo antico, la festa in onore della Dea egizia Iside, importata anche nell’Impero Romano, era caratterizzata dalla presenza di gruppi in maschera, come attesta lo scrittore Lucio Apuleo nel libro XI delle sue Metamorfosi. Che cosa hanno in comune il Carnevale con il “Carrus Navalis”? Il termine si rifà alla cerimonia del “Navigium Isidis” culminante nel “Carrus Navalis”. Il “Navigium Isidis” (la nave di Iside) consisteva in un corteo in maschera in cui un’imbarcazione di legno (Carrus Navalis) era ornata di fiori. L’imbarcazione era issata su un carro che si diceva appunto “navale” ed era trainata da umani mascherati, le cui maschere richiamavano non solo i defunti, anche i demoni del mondo dei morti. Si trattava di una festa molto allegra, dedicata alla vicenda della Dea Iside che fece risorgere il suo sposo Osiride. Il richiamo al connubio Morte- Resurrezione è chiaro. Inoltre in Egitto la festa si teneva nel primo plenilunio dopo l’equinozio di primavera. Ciò corrisponde all’odierna Pasqua cristiana. Nella tradizione romana del “Carrus Navalis” fu introdotto un elemento nuovo: la burla, con lo scopo di sbeffeggiare personaggi influenti. Questo perché i romani avevano l’abitudine di ironizzare sui potenti. Si potrebbe così ipotizzare che, con l’avvento del Cristianesimo, la festa del “Navigium Isidis” fu smembrata per formare due festività: Carnevale (Carrus Navalis, la processione delle maschere) e Pasqua (Iside che fa risorgere il proprio amato dopo l’equinozio di primavera).

FONTI: Rita Bevilacqua, “Settimana Santa a Barrafranca”, Bonfirraro Editore, 2014; Claudio Bernardi, La drammaturgia della Settimana Santa in Italia; Néstor F. Marqués, Un anno nell'antica Roma: La vita quotidiana dei romani attraverso il loro calendario; www. storieromane.altervista.org. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

sabato 7 marzo 2020

"Il Morbo della Spagnola" che colpì Barrafranca nell’estate 1918

Barrafranca- cartolina d'epoca

Tra le tante vicende che colpirono il paese di Barrafranca (EN), oggi vogliamo ricordare "Il Morbo della Spagnola" che colpì Barrafranca nell'estate 1918.
Mentre infuriava la 1ª Guerra Mondiale, anche a Barrafranca un morbo falcidiò parte della popolazione, toccando, secondo le stime del comune, tremila casi di contagio. Tra gli ultimi giorni di agosto e settembre 1918 arrivò in paese un morbo, chiamato allora "Spagnola". Il morbo fu denominato in questo modo non perché fosse apparso in Spagna, ma perché fu l’unico paese che ne pubblicò la notizia. Infatti, il paese iberico non era coinvolto nel conflitto bellico e quindi la notizia non fu censurata come invece avvenne nelle nazioni in guerra che temevano il diffondersi del panico.
Morbo della Spagnola 1918-Foto di repertorio 
Si trattò di una terribile influenza pandemica, che si trasmise attraverso tosse e starnuti, o portando le mani alle mucose del naso o degli occhi. Il virus influenzale A/H1N1 attaccò le vie respiratorie, per cui, oltre alla febbre, comparivano i banali sintomi da raffreddore, con tosse. Nei casi più gravi anche polmonite. Da alcuni studi condotti in America, il mordo non fu causato da un'improvvisa "migrazione" di geni dell'aviaria verso il ceppo dell'influenza umana, ma in un ceppo già esistente si verificò una variazione nel tipo di emoagglutinina (glicoproteina antigenica presente sulla superficie di alcuni virus) e fu questo a rendere la "spagnola" particolarmente virulenta. Gran parte delle vittime furono giovani sani tra i 18 e i 29 anni di età, molti dei quali soldati, una fascia di popolazione che di solito è più resistente a questo tipo d’infezione. «Fu la più grande epidemia d’influenza della storia, eppure gli anziani, che di solito sono i più colpiti dalla malattia, ne furono quasi completamente immuni», spiega Michael Worobey, biologo dell’University of Arizona di Tucson che ha diretto una ricerca sull'argomento. Secondo lo studio, i giovani furono particolarmente vulnerabili alla spagnola (che uccise un contagiato su 200) perché da bambini non furono esposti a un tipo d’influenza simile. 
Dottor Angelo Ippolito- medico barrese
A portare il morbo a Barrafranca (EN) fu un militare di stanza a Palermo, Salvatore Balsamo, venuto in paese per un breve periodo di licenza matrimoniale. Il matrimonio fu celebrato il 25 agosto. Già febbricitante, il Balsamo si mise a letto. Il povero militare era inconsapevole di essere il portatore di una terribile epidemia che stava mietendo morti in tutto il mondo. Il male fu così virulento che il giovane militare morì il 29 agosto. A Salvatore Balsamo seguirono i coniugi Tropea- Pirrelli; lei la Pirrelli, morì il 2 settembre, mentre Tropea il 9 settembre. Ormai nella popolazione si fece strada che si trattava di una pandemia. La terribile epidemia dilagò rapidamente, cogliendo la popolazione impreparata.


Don Luigi Giunta
Secondo il resoconto del parroco Giunta, diretto protagonista dell’evento e riportato nel suo libro su Barrafranca, stando agli atti del municipio, i colpiti furono circa tremila. Anche i medici, oltre ad essere pochi per infezione si ritirarono dal servizio ad eccezione del dottor. Angelo Ippolito che si prodigò con abnegazione. Il popolo si ammassò dietro la sua porta, già dalle 4 del mattino. Intere famiglie rimasero chiuse nelle loro case, senza nessun soccorso. I cadaveri si ammucchiarono nelle case. Per mancanza di trasporti funebri, fu difficile rimuovere i cadaveri. Le casse mortuarie, realizzate con quattro rozze tavole bianche, raggiunsero il costo di 400 lire. Quando iniziò a mancare il legno, s’iniziò a costruire casse con le tavole dei letti. Altri chiusero i cadaveri nei cassettoni da biancheria e le donne avvolsero i loro piccoli figli in dei cenci e li accompagnarono al cimitero. Dall'opera prestata ai malati, il Giunta notò che il morbo colpì sia uomini sia donne, in una fascia di età compresa tra i 18 e i 44 anni, e più di tutti le persone che erano colpite da altre infermità. Spesso i becchini non ebbero neanche il tempo di preparare le fosse, tanto che alcuni cadaveri giacevano nel cimitero all’aperto, con grave danno per i quartieri limitrofi. Più colpiti furono i bassifondi del quartiere "Costa", probabilmente perché più vicino al cimitero.
L’unica farmacia dovette chiudere, poiché il direttore si ammalò. L’amministrazione comunale, capeggiata in quel periodo dal sindaco Cav. Onofrio Virone (1880-1948), chiese l’intervento dell’esercito che inviò tre medici militari, Cap. Med. Salvatore Mandarà da Vittoria, Pietro Spampinato da Biancavilla e Cap. Med. Amato, e 10 soldati della territoriale per il trasporto dei cadaveri e lo scavo delle fosse. I medici non riuscivano a trovare un modo per tamponare la situazione e chiesero un consulto al prof. Giuffrè, che rispose con una lettera in cui consigliava di utilizzare piccole dosi di chinino (Acido chinino è un composto organico, ossiacido della serie del cicloesano, contenuto nella corteccia di china, nelle bacche del caffè, e in diverse altre piante; si presenta in cristalli incolori, dal sapore molto acido; i suoi sali, chiamati chinati, hanno la proprietà di diminuire la produzione di acido urico).
Il popolo in preda alla disperazione, cercava conforto nella religione che trovò nei due soli sacerdoti rimasti attivi Don Luigi Giunta e Don Calogero Marotta. Nel suo libro, il Giunta racconta che in quei giorni il Vescovo di Piazza Armerina, mons. Mario Sturzo, ordinò che il SS Viatico (Comunione che si amministra ai malati in punto di morte) si portasse in forma privata. La mattina dalle 05.00 alle 09.00 andava alla ricerca d’infermi che avevano bisogno dei sacramenti. Dalle 09.00 fino a tarda sera, eccetto una mezzoretta per rifocillarsi, si giravano le strade del paese per ammucchiare i cadaveri, che furono riuniti nei quartieri e poi trasportati al cimitero.
Da parte dell’amministrazione comunale furono emanate una serie di ordinanze straordinarie in cui s’intimò, tra l’altro, la requisizione di legname per sopperire alla mancanza di bare, dell’olio d’oliva, della manodopera per la pulizia delle strade, dei bovini da macello per l’alimentazione degli infermi. Tra le altre cose si deliberò l’imposizione del prezzo del latte che non poteva superare lire 1,60 al litro e si vietò il suono delle campane a morto. Il paese fu suddiviso in 6 zone: la prima assegnata al dott. Angelo Ippolito, la seconda al dott. Mandarà, la terza dott. Benedetto Mattina, la quarta al cap. med. Amato, la quinta al dott. Mastrobuono e la sesta al cap. med. Spampinato. Questa suddivisione non fu mantenuta a causa dell’infermità di alcuni medici.
Da una stima sommaria i morti furono circa 500.

FONTI: Luigi Giunta, Cenni storici su Barrafranca, Caltanissetta, 1928.- Worobey M, Han GZ, Rambaut A, "Genesis and pathogenesis of the 1918 pandemic H1N1 influenza a virus" in Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

venerdì 21 febbraio 2020

Carnevale 1966 “I PIGNATUNA”: storia del rilancio dell’antica tradizione barrese

PIGNATUNA anno 1966

La storia è fatta di uomini che, amando il proprio paese, s’impegnano a rilanciare usi e tradizioni popolari. Questo è il caso della storia del rilancio dell’antica tradizione carnevalesca barrese conosciuta come "I PIGNATUNA", avvenuta nel 1966 grazie all'interessamento del barrese professor Giuseppe Filippo Centonze.
Andiamo per ordine. I PIGNATUNA, o recita dei dodici mesi dell'anno, sono una manifestazione che a Barrafranca (EN) si rappresenta l'ultima domenica di carnevale. Si tratta di una tradizione sviluppatasi sopratutto nei comuni con propensione agricola, il cui scopo è di festeggiare i dodici mesi dell'anno con la speranza che potessero portare un buon raccolto! Il termine riprende la parola dialettale "pignata" che significa "pentola", in questo caso contenitore di coccio che, appeso tra una casa e l'altra, è rotto da 12 CAVALIERI che rappresentano i dodici mesi dell'anno e da un RE e da una REGINA che regolano l'allegra combriccola. Vestiti di gran pompa e sopra a dei cavalli, vanno in giro per il paese a recitare le loro parti e dopo a rompere "u pignatuni", riempito di coriandoli, caramelle e quant'altro. Anticamente tutte le parti anche quella regina erano affidate a uomini adulti, possessori di un cavallo e vestiti con abiti "spagnoleggianti": infatti, si tratta di una rappresentazione popolare itinerante, di origine iberica (simili tradizioni si ritrovano nei paesi di dominio spagnolo).
Dopo l’uccisione del maresciallo della locale Stazione dei Carabinieri Salvatore Troja e della figlia Amalia avvenuta il 13 febbraio 1956 (lunedì grasso) da un uomo mascherato, si assistette a un arresto dei festeggiamenti. A Barrafranca fu tassativamente vietato di festeggiare il carnevale. Per anni gli sfarzi della manifestazione "I PIGNATUNA" rimasero nel ricordo degli anziani. Il rilancio dell’antica manifestazione, così cara ai barresi, si ebbe come accennato sopra, nel carnevale del 1966, grazie all'interessamento del prof. Centonze.
PIGNATUNA anno 1966
«All’epoca dei fatti- ci racconta il prof. Centonze- insegnavo in un corso popolare serale presso la scuola Puntaterra (Plesso Europa) di Barrafranca. Vivi ancora i ricordi dell’antica tradizione dei "Carrivali a Cavaddu", alcuni miei alunni più anziani mi esternarono il loro desiderio di vederla ancora rappresentata».  A causa dell’increscioso fatto di sangue successo a Barrafranca durante il Carnevale 1956, ossia l’uccisione del maresciallo Troja, non era così semplice, perché vi era un decreto ministeriale che proibiva al paese di Barrafranca di celebrare le antiche tradizioni carnevalesche. Conscio delle difficoltà non solo organizzative ma soprattutto burocratiche, il prof. Centonze si attivò, in primis, a far togliere quel divieto ministeriale. «Per la fattiva mediazione diplomatica dell’allora onorevole socialista Totò Lauricella, mio amico personale - continua il prof. Centonze- si ottenne la riabilitazione del territorio. Superato questo scoglio, c’era da curare l’organizzazione, trovare i fondi necessari, i costumi, ma soprattutto rintracciare le parti in dialetto barrese che i “cavalieri” dovevano recitare». Ricordiamo che le parti che i "Cavalieri a cavallo" recitano sono trasmesse oralmente, quindi bisognava raccoglierle e trascriverle. Per prima cosa il prof. Centonze andò da chi era considerato il detentore di queste parti: il barrese Salvatore Bonaffini, conosciuto come "Santu U Bagghi". «Nessuno a Barrafranca le ricordava per intere- rammenta il professore- così presi un registratore e andammo da "u zi Santu U Bagghiu", che non ci volle dare nessuna collaborazione. 
PIGNATUNA anno 1966
Allora scandagliammo tutti i quartieri del paese, intervistando gli anziani, sia uomini sia donne. Riuscimmo così ad avere pezzi di quelle parti che, vennero da me sbobinate e trascritte in un quaderno. Per la stesura finale, ritornammo da "u zi Santu" che, per l’intervento di un amico comune, si rese poi disponibile a sistemare le parti, che furono definitivamente redatte. Negli anni ’80 diedi una copia di queste parti allo storico barrese Salvatore Licata che le trascrisse nel suo saggio sulla storia di Barrafranca». Il passo successivo fu poi cercare i personaggi (tutti uomini, anche la regina, poiché allora alle donne non era permesso di andare a cavallo) tra i giovani del paese capaci di andare a cavallo. Tutti aderirono con entusiasmo, anche perché alcuni di loro avevano già i cavalli. Infine, finanziati dal prof. Centonze, furono realizzare i vestiti. Tutta l’organizzazione fu curata nei locali del Circolo Culturale Sportivo "Morandi" nella sede di Via Umberto. Quell'anno fu un successo: dopo un  decenno Barrafranca ritrovava la sua antica tradizione, la gioia e allegria del carnevale. La manifestazione fu messa in scena soltanto alcuni anni e per un certo periodo scomparve, fino alla ripresa del 1982. (Le foto sono di proprietà del prof. Filippo Centonze). (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



giovedì 20 febbraio 2020

Il DOMINO’- antico costume carnevalesco

Particolare del domino dei bambini- Barrafranca 1974
Ormai a Carnevale siamo abituati a vedere adulti e bambini travestirsi con abiti in parte elaborati. Anticamente il costume carnevalesco tipico di Barrafranca (EN) e non solo era il DOMINÒ.  Si trattava di un costume realizzato cucendo diversi lembi di stoffa di vari colori, abbellito con sonagli e completo di mantella e cappucci. I più ricchi lo realizzavano in seta, i più poveri in raso o altra stoffa. Fu in voga a Barrafranca fino agli anni ’60, anche se per i bambini fu utilizzato negli anni ’70. Difficile datare l’origine etimologica del termine. Alcuni studiosi del folklore lo fanno risalire al domino ecclesiastico, che era un cappuccio nero che anticamente era usato in inverno dai preti per portare il viatico. Altri, invece, hanno ipotizzato che il Dominò o Domino derivi da un indumento tipicamente veneziano, utilizzato dai nobili per spostarsi da un palazzo all’altro. Il dominò, che accompagnava la maschera a muso di cane detta bautta, era formato da un ampio mantello con cappuccio, in genere di velluto nero, che era indossato per mantenere l’incognito. Era utilizzato spesso durante il carnevale perché manteneva l’anonimato permettendo così sotterfugi o scherzi anche pesanti. A Venezia questa maschera non prese mai un uso comune, la usavano soprattutto le donne perché consentiva loro di celare ancor meglio la persona. S’ipotizza che il nome di questa maschera derivi da una formula ecclesiastica, Benedicamus Domino (benediciamo il Signore) che era usata, soprattutto nel Medioevo, dai frati ed ecclesiastici, come saluto e deriva dalla similitudine fra il mantello della maschera e i paramenti liturgici dei sacerdoti. Si pensa altresì che il travestimento sia nato per deridere l’abito sacro dei prelati.
Particolare del domino dei bambini- Barrafranca 1974
Come dicevamo prima, il dominò barrese non era nero ma colorato, composto di una casacca con mantello e pantaloni di diversi colori. Nella forma e nei colori richiama il vestito di Arlecchino, giacca e pantaloni aderenti, tappezzati di triangoli rossi, verdi, gialli, azzurri disposti a losanghe. Anticamente a Barrafranca il dominò era venduto nella bottega del signor Salvatore Centonze, che si trovava al Corso Garibaldi, vicino Piazza Itria. Chi non poteva comprarlo, aveva la possibilità di affittarlo presso il negozio di tessuti del commerciante Salvatore Pirrelli sito in via Vittorio Emanuele.
L’utilizzo del dominò è accertato anche in altri paesi siciliani, con variante del colore nero. A Paternò (CT) tra la fine dell’Ottocento e il Novecento, protagonisti delle serate da ballo carnevalesche erano i dominò, figure ammantate in neri e ampi mantelli di raso nero, con una mascherina a coprire tutto o in parte il volto, e un cappuccio. Secondo gli studiosi paternesi si tratta di una maschera d’origine veneziana, come la bauta, protagonista di diverse opere liriche. Il nome dominò derivava dal latino dominus, ossia signore, padrone. 
Dominò di Bisacquino
Anche a Bisacquino (PA) la maschera principale è il “domino”, una tunica scura che copre la persona fino ai piedi e munita di un cappuccio sulla testa che impedisce di riconoscerla. Secondo Vincenzo Giompaolo, autore del libro Carnevale in Sicilia, sulle origini di quest’abbigliamento non esistono documenti certi. Per quanto riguarda il paese di Bisacquino è innegabile la sua matrice islamica, sia per la sua forma identica a quella del “burka” o “caffettano” islamico, sia per le origini arabe di Bisacquino, testimoniate dal nome (“Busekuin” in arabo), dalla conformazione urbanistica del centro storico e dagli usi dialettali, culturali e tradizionali. 
(Fonti: Zingarelli, Vocabolario della lingua italiana; Vincenzo Giompaolo, Carnevale in Sicilia, vol. I, BAGLIERI EDITRICE, 2016; PATERNESI, quindicinale d’informazione locale, allegato de “La Sicilia” gennaio 2006) (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

sabato 25 gennaio 2020

La strage del gennaio 1848 dove persero la vita anche tre uomini barresi


Copertina del libro 
Il 1848 fu un anno particolare per la Sicilia: fu l’anno dei moti contro la tirannia di re Ferdinando II di Borbone. In questa situazione si svolse una delle più efferate stragi sulle quali le autorità si affrettarono a stendere un velo di silenzio: la strage di Porto Empedocle (AG), avvenuta nella notte tra il 25 gennaio e il 26 gennaio del 1848 nella Torre di Carlo V che, sotto il regno Borbonico, venne utilizzata come prigione. Oggi è adibita a centro artistico - culturale.
Alla Torre è legata la pagina più nera della storia di Porto Empedocle, poiché fu teatro del massacro di 114 detenuti inermi, reso noto dal celebre scrittore Andrea Camilleri nel romanzo “La strage dimenticata” (Sellerio) dove l’autore, traendo spunto dalle cronache di Baldassare Marullo e dai racconti della nonna Carolina, ricostruisce l’eccidio di 114 detenuti nell’antica Torre della Borgata Molo, vecchio nome di Porto Empedocle, soppressi nel 1848 nel timore che si unissero ai rivoltosi anti-borbonici. Alla fine del libro sono elencati centoquattordici nomi che non compaiono in nessuna lapide del nostro risorgimento, centoquattordici caduti nella rivolta del 1848 in Sicilia.
Torre di Carlo V (Porto Empedocle)
In questo modo il maggiore borbonico Ignazio Sarzana (comandante molo di Girgenti) si liberò in un sol colpo di 114 detenuti, soffocandoli e bruciandoli vivi in una cella comune. Tra questi detenuti persero la vita anche tre uomini barresi: BONINCONTRO GIUSEPPE di 48 anni (al numero 15 dell’elenco), D'ANGELO BENEDETTO di 29 anni (al numero 35 dell’elenco), RINALDI GIOVANNI di 33 anni (al numero 88 dell’elenco), trucidati senza sapere che era scoppiato un '48.
I 114 detenuti, che per molti studiosi erano di più, furono uccisi perché, essendo scoppiata la rivolta a Palermo ed essendoci alcuni familiari dinanzi alla torre che ne reclamavano la libertà, il maggiore Sarzana per evitare la rivolta, ordinò di metterli assieme nella fossa comune. Per impedire poi che le loro grida si sentissero fuori, fece chiudere l’unica presa d’aria della fossa, non prima di aver fatto gettare dentro tre petardi. Fumo e mancanza d’aria soffocarono gli sventurati. Fu una strage orrenda. Lasciamo la parola allo scrittore Camilleri: «Il maggiore Emanuele Sarzana comandava il presidio della Torre alla Borgata Molo.
Elenco morti

Giorno 25 gennaio 1948 arrivò la notizia che De Majo se ne era andato dal palazzo reale di Palermo e che De Sauget con i suoi cinquemila soldati stava faticosamente ritirandosi su Messina. (...) Sicché a rappresentare il regno borbonico in Sicilia rimanevano il forte di Castellammare, la Cittadella di Messina, la Torre della Borgata Molo, e qualche altra fortificazione sparsa, che praticamente non erano in condizioni di svolgere un’azione comune, ammesso che ne avessero sentito la voglia. I borbonici rimasti in Sicilia erano in sostanza degli assediati. E a rendere concreto l’assedio, al tramonto del giorno 25, una folla di un centinaio di persone si spinge, vociando, sotto le mura della Torre. È sbagliato credere che gli abitanti marinari della Borgata avessero deciso che il vento della rivoluzione teneva: in mezzo a quella gente i borgatanti veri e propri saranno stati una trentina, la maggior parte dei quali “saccaroli”, vale a dire trasportatori di sacchi, quelli che in paese svolgevano il lavoro più duro ed erano i meno pagati. “In quei giorni erano arrivati molti forastieri” contava mia nonna. E si spiega: parenti e amici avevano avuto tutto il tempo di correre dai loro paesi alla Borgata per organizzare la liberazione dei forzati, e molti di questi forestieri, approfittando dell’ammaino generale, erano arrivati armati (…) 
Elenco morti
Quando i carcerati sentono le voci da fuori, eccitatissimi, non sapendo precisamente quello che sta succedendo ma comprendendo che comunque sia qualcosa si muove a loro favore, si mettono a fare un gran chiasso. Di fronte a questa situazione, Sarzana, contrariamente a quanto pensa Marullo, non perdette la testa. Capì subito che se tutti gli uomini gli servivano per parare il pericolo esterno, bisognava che a sorvegliare i carcerati non restasse manco un soldato. Ordinò quindi che a botte, a colpi di calcio di fucile, a catenate, tutti i forzati sparsi per la Torre fossero obbligati a calarsi nella fossa comune (…) Lì ammucchiati i carcerati iniziano a ribellarsi e far baccano. I soldati allora isolano l’unica via d’uscita, la scala che era dentro al cilindro. Ciò significava chiudere l’unica presa d’aria della fossa comune (…) Inizia una sparatoria tra i soldati e la folla fuori la torre. La sparatoria si allunga nel tempo. Questo basta però perché i forzati nella fossa vengono a trovarsi senza aria. I forzati allora fanno voce da disperati e si accalcano, tanto da dar pressione alla grata (…) Il maggiore capisce il pericolo e l’unica cosa da fare è alleregire il peso che versa sulla grata. Così comanda ai suoi soldati di lanciare tre petardi nella fossa e di isolare di nuovo la scala. Capisce che, così facendo viene a mettersi in una botte di ferro: se i carcerari muoiano, nessuno potrà sostenere che in lì c’era una volontà di fare una strage (…)».
Il danno è compiuto: 114 detenuti muoiono. Ancora più grave della strage, fu il silenzio delle autorità dell’epoca che occultarono la sorte tragica di questa povera gente. Gli assassini e i complici silenziosi fecero la loro carriera sotto i Borbone prima, e poi nell’Italia unita. Il maggiore Sarzana fu promosso e trasferito al comando della piazza militare di Licata, come governatore del real Castello a mare S. Giacomo.
(Fonti: Andrea Camilleri, La strage dimenticata, Sellerio Editore, Palermo 1984; www.agrigentoierieoggi. it). (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

martedì 31 dicembre 2019

1 gennaio: l’antica tradizione della chiesa Itria di festeggiare il BAMBINELLO

Altare chiesa Maria SS. dell'Itria Barrafranca
Pochi sanno che a Barrafranca (EN) in tempi lontani il 1° gennaio si festeggiava il Bambinello. Andiamo per ordine. Il 1 gennaio la Chiesa festeggia Maria SS. Madre di Dio. Il Martirologio Romano recita: “Nell'ottava del Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria: i Padri del Concilio di Efeso l’acclamarono Theotókos (colei che genera Dio), perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome”. In questo giorno si festeggia la maternità di Maria, l’aver procreato il Figlio. 
Per queste ragioni fino alla prima metà del ‘900 a Barrafranca (EN) si svolgeva una particolare tradizione conosciuta come LA FESTA DEL BAMBINELLO. Difatti il popolo appella il 1 gennaio come “A festa du Bamminu”.
Bambinello (foto G.Vicari) 
Dallo storico barrese don Luigi Giunta apprendiamo  che negli archivi parrocchiali del 1761 era registrata una tradizione che si svolgeva nella chiesa Maria SS. dell’Itria il 1° gennaio. Questa devozione era ancora praticata ai tempi in cui lo storico pubblica il suo libro “Brevi cenni storici su Barrafranca” (1928).  Ecco cosa scrive: “Trono in un documento di questo arch. parr. che nel 1761 si praticava in questa chiesa di vestire un bambino povero nel capodanno in onore del bambino Gesù, ma s’inibiva al sacerdote che lo guidava di non portare cotta e stola. Questa devozione si pratica ancora oggi”.
La festa si svolgeva in chiesa. Alla Celebrazione Eucaristica partecipava un bambino povero, vestito con tunica bianca, a simboleggiare Gesù Bambino, e veniva portato in processione per le vie adiacenti alla chiesa. Al termine al bambino venivano donati viveri di prima necessità per lui e la sua famiglia. Probabilmente con lo scoppio della seconda guerra mondiale, tali festeggiamenti scomparvero. Di questa tradizione non rimane che il ricordo delle persone più anziane, le quali ricordano anche la presenza, sempre nella chiesa dell’ Itria, di una statuetta in cartapesta  di Gesù Bambino dell’altezza di 60 centimetri circa, esposta in un ultimo altarino vicino all’ altare maggiore dove, attualmente, si trova la porta d’accesso ai locali parrocchiali.
Quando alla fine degli anni ’50 si decise di eliminare  le statue realizzate in cartapesta, materiale facilmente deteriorabile, anche questo  particolare simulacro fu tolto. A differenza di alcune statue presenti in altre chiese barresi, non fu buttato o bruciato, ma regalato ad una parrocchiana, che lo sistemò e conservò con devozione. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 


lunedì 16 dicembre 2019

Storia e significato della NOVENA

Novena anno 2015
La "novena" è una pratica devozionale che consiste nel recitare preghiere e rosari, ripetuti per nove giorni consecutivi.
La pratica trae ispirazione  dagli Atti degli Apostoli dove viene descritto come la Madonna e gli Apostoli pregavano in modo assiduo nei nove giorni compresi tra l’Ascensione di Gesù  e la discesa in terra della Spirito Santo durante la Pentecoste.
Questa pratica usata come preparazione a molte feste religiose, è conosciuta soprattutto come pratica natalizia.
A Natale la novena inizia il 16 e finisce il 24 dicembre, durante la quale, ricordando i nove mesi di Gesù nel seno materno, si preparano i fedeli  alla nascita di Gesù.
Alle pratiche liturgiche che si svolgono in tutte le chiese, si mescolano tradizioni popolari come le nuvere" , tipiche non solo di Barrafranca ma anche dei paesi limitrofi.
Queste si preparano, anzi si conzano lungo le strade del paese.
Novena anno 3013
Appoggiati sui muri delle case, le nuvere sono dei tempietti realizzati in legno e con il tetto fatto di canne e  rivestito di alloro. Il tutto è decorato con arance, mandarini che si appendevano tra le foglie dell’alloro, collane fatte di lupini.
Anticamente all'interno veniva creato uno sfondo con un drappo pregiato, tante volte di color celeste e veniva realizzato, con un tavolo ricoperto di tovaglie pregiate, un altarino, sopra il quale veniva appesa un’immagine dell’Immacolata Concezione, sostituita la sera del 24 con l’immagine della Santa Famiglia. Sull'altarino venivano appoggiati frutti tipici invernali come arance, melagrane, melacotogne, inoltre venivano messe delle candele e qualche volta  anche degli angioletti di gesso. Al centro dell’altarino veniva posizionato un cesto ricoperto con un telo bianco, a cui era legata una colomba di carta o anche vera. 
Dal 16 al 24 le novene venivano cantate dalla gente del quartiere accompagnati dalla banda musicale e un tempo anche dai “ciarammellari” , attualmente dai zampognari .
Il 24 sera la gente si preparava a veder nascere “u bamminu” recandosi da una novena all'altra per assistere a tutte le novene come si fa per il giro dei “sepolcri” il Giovedì Santo,  al rito della nascita di Gesù. Quando tutto è pronto, il  filo che tiene legata la colomba al telo bianco che ricopre il cesto posto al centro dell’altarino, viene tirato scoprendo una statuetta del Bambino Gesù, mentre la musica suona a festa. Una bambina che simboleggia la Madonna, solleva il cesto con la statuetta e inizia una piccola processione per alcune strade adiacenti alla novena, seguita dalla banda musicale e dai fedeli recanti in mano delle candele. La preparazione delle "nuvere" coinvolgeva diverse famiglie, tutte impegnante a realizzare la novena più bella. "Nuvere" simili venivano preparate anche nelle case e attorno alle "figuredde" delle strade. Ed anche le "nuvere" casalinghe venivano cantate, la sera, da gruppi di comari, che modulavano delle lunghe filastrocche.
Con gli anni le cose sono cambiate: l’ambientazione interna è stata sostituita dall'allestimento di un  presepe, alcune volte realizzato con personaggi viventi; i canti sono eseguiti solo dalla banda musicale  mentre dei bimbi, accompagnati da alcuni anziani cantano il ritornello tra un brano all'altro. Le stesse novene sono costruite da poche persone che si accollano i costi di realizzazione.
Il simbolismo è antico, anche se nelle moderne novene si è andato perdendo, e mescola elementi cristiani a elementi non cristiani: la novena in sé  rappresenta la grotta dove nasce il Bambino Gesù, tanto che i primi otto giorni all'interno stava appeso il quadro dell’Immacolata (Maria non aveva ancora partorito), sostituito il 24 con quello della Santa Famiglia (Gesù ormai è nato); gli angeli appoggiati sopra l’altare rappresentano "l’Annunciazione a Maria"; le candele simboleggiano la luce divina; l’alloro che ricopre il tempietto simboleggia il carattere regale del Bambino che, anche se è nato in una grotta, è pur sempre un Re e per questo diventa simbolo di gloria e infine la colomba richiama sia la purezza di quella donna che aspetta il Bambino, sia l’Ascensione di Cristo al Cielo.
Ma il richiamo a elementi precristiani si riscontrano soprattutto nell'utilizzo della frutta, tipica di una società basata sull'agricoltura e dedita a pratiche legate a divinità "ctònie". Basti ricordare che, prima della venuta di Cristo, in tutto l’impero Romano il 15 dicembre si svolgevano cerimonie in onore del dio Conso, dio del grano (vi avanti verrà spiegato). La frutta come le arance, i fichi d’india, le melagrane, le melacotogne erano i frutti che, nel periodo invernale, offriva la terra, per cui era normale che venissero offerti come ringraziamento alla  divinità per ciò aveva elargito. Anche l’alloro, come pianta sempre verde, era molto utilizzata nei riti precristiani
Ma riutilizzati in senso cristiano il loro simbolo cambia: la melagrana, con il suo interno pieno di chicchi, diventa il simbolo della chiesa i cui chicchi simboleggiano tutti i cristiani; la melacotogna che, anticamente veniva usato per realizzare la marmellata che anticamente era confezionata a cubetti e, per la forma e il colore che assumeva, ricordava l’oro che i Re Maggi portarono al Bambino; l’arancia rappresenta il frutto che, in una famosa canzone natalizia tipica barrese, l’ortolano porta in dono a Gesù; infine i lupini, con cui si realizzano le collane appese nella novena, rappresentano il pane dei poveri.
Fino agli anni precedenti al secondo conflitto mondiale le novene iniziavano al mattino e culminavano alla sera, con la banda musicale che percorreva la “via dei Santi” dove negli incroci, limitatamente alla “via dei Santi”, venivano “conzate” le novene intorno a cui, in un’atmosfera devota ma festiva, la gente si riuniva per pregare e cantare, senza alcuna partecipazione del clero.
Dopo un periodo in cui scomparvero, furono riprese alla fine degli anni ’70 con la preparazione non più in casa ma solo nelle strade,  indipendentemente dal percorso della "via dei Santi". Pian piano andarono modificandosi, agli altarini furono sostituiti i presepi non erano più presente i zampognari (ritornati da alcuni anni), si suonavano solo la sera, era scomparso lo spirito gioioso di una volta. Attualmente si è cercato di ripristinare il vecchio modello di novena, ma i tempi cambiano e le nuove generazione non riescono a cogliere il sapore antico di questa tradizione.
Riprendendo il pensiero dello storico Angelo Scarpulla, «Questa festa o novena era, in sintesi, l’evoluzione cristiana di culto che duemila anni fa era la Consulia di inverno». Come tutte la feste cristiane, anche questa ha un sub strato precristiano. Quando il cristianesimo fece la sua comparsa, antichi riti legate alle varie divinità greche e romane erano ormai consolidati nel tempo. Ai nuovi predicatori cristiani venne difficile estirpare il vecchio,  per cui in certi casi fu più facile innestare la nuova fede nei riti esistenti. Questo è il caso, appunto, dell’origine delle novene. I romani il 15 dicembre festeggiavano la "Consulia" invernale, ossia cerimonie in onore del dio Conso, venerato a Roma già dal periodo monarchico, specialmente nel mondo agricolo come dio dei granai e dell’approvvigionamento. I riti, che avevano un significato propiziatorio, si svolgevano davanti ad un altare che, per l’occasione veniva dissotterrato e addobbata, per poi essere risotterrato dopo le cerimonie. Questo particolare richiama, nel mondo agricolo, “il seme del grano” che, durante la semina, veniva sotterrato per poi riaffiorare nel tempo della germinazione. A dimostrazione di ciò, possiamo portare come esempio il termine dialettale con cui a Barrafranca indichiamo il verbo apparecchiare: "conzari" che, come spiega il già citato Scarpulla, deriva dall'operazione di apparecchiare l’ara in onore del dio Conso.
Comunque sia, il significato della "NOVENA" rimane CRISTIANO, come attesa della nascita del Cristo Redentore. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA