martedì 25 aprile 2017

La leggenda barrese dello scambio delle statue di Sant’Alessandro e di San Rocco


Tra le tante leggende popolari che si raccontano sui Santi, oggi riportiamo quella sullo scambio delle statue di due Santi: Sant'Alessandro, patrono di Barrafranca (EN) e San Rocco compatrono di Pietraperzia (EN). La leggenda vuole che la statua di Sant'Alessandro si trovasse a Pietraperzia e quella di San Rocco a Barrafranca. Durante una festa, in cui parteciparono entrambe le statue, per sbaglio i pietrini portarono a casa San Rocco e i barresi Sant'Alessandro, scambiando così per sempre le due statue. Non a caso i barresi mostrano nei confronti di San Rocco una grande devozione, recandosi ogni anno il 16 agosto, giorno in cui si festeggia il Santo, nella vicina Pietraperzia.

Sant'Alessandro patrono di Barrafranca

Testimonianze su questa leggenda si trovano nel libro "Fiabe e leggende Popolari Siciliane" (1888) di Giuseppe Pitrè. Questi riporta un racconto narratogli da un certo Francesco Puleo dal titolo “lu Ballafranchisi”. Nella parte iniziale si racconta che una volta a Pietraperzia avevano come Santo protettore Sant'Alessandro e a Barrafranca San Rocco. Ora questi santi, tanto i Barrafranchesi che i Pietraperzesi li portavano entro una chiesa vicina a Barrafranca e vicina a Pietraperzia. I Pietraperzesi stanchi del loro santo, decisero di scambiarlo con quello dei Barrafranchesi.  
Anche don Filippo Marotta nella sua "Antologia delle tradizioni popolari" narra di una storia simile, narratagli da un Pietrino. Questi racconta che, a causa di una forte siccità, le due comunità decisero di fare un pellegrinaggio alla Madonna della Cava, portandovi in processione le statue di san Rocco e di Sant’Alessandro. E così ebbero un’abbondante pioggia. Nella confusione che seguì al ritorno, i pietrini si portarono a casa San Rocco e i barresi Sant'Alessandro. 

San Rocco compatrono di Pietraperzia

Notizie di questa leggenda si ritrovano anche nel diario del barrese Giuseppe Salamone, quando parla della festa di Sant'Alessandro. Al riguardo scrive: "Barrafranca formatosi paese ebbe per patrono dai monaci san Rocco, mentre Alessandro era di già protettore nel prossimo paese di Pietraperzia a sei chilometri da Barrafranca a Nord ovest. Tra Perzesi e Barrafranchesi vollero fare una festa in comune portando i Santi protettori dell’uno a l’altro paese. Arrivati colà, ristabilirono che quelli di Barrafranca portassero in processione Sant’Alessandro e quelli di Pietraperzia San Rocco. Così fecero: ma ad un certo punto i Barrafranchesi abusando della fiducia perché, credevano san Alessandro più miracoloso, infilarono, prepotenti in tutto, la via e si portarono a Barrafranca Sant’Alessandro, lasciandovi San Rocco."

FONTI: Giuseppe Pitrè, "Fiabe e leggende Popolari Siciliane", Palermo, 1888; Filippo Marotta, "Antologia delle tradizioni popolari, degli usi e costumi, … di Pietraperzia"; Giuseppe Salamone, Quaderno di Giuseppe Salamone di Barrafranca, Codice o Catechismo Regolamento famigliare Salomoniesco, Penitenziario di Volterra; Fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA


domenica 23 aprile 2017

La devozione dei ragazzi nei confronti del SS. Crocifisso- ottava del Venerdì Santo

I quattru “Trunu di carusi” in Piazza Regina Margherita
Nel pomeriggio di venerdì 21 aprile 2017 le strade di Barrafranca (EN) si sono animate con la processione di ben quattro “Trunu di carusi”, così chiamati dai barresi. Si tratta di una copia,  realizzata in misure ridotte, della macchina processionale che il popolo barrese chiama TRUNU, con cui è portato in processione il SS. Crocifisso nel giorno del Venerdì Santo. Il venerdì successivo al Venerdì Santo, a Barrafranca ricorre “l’Ottava del SS. Crocifisso”, giorno in cui i fedeli possono andare a rendere omaggio, presso la chiesa Madre, al SS Crocifisso. Peculiarità di questa giornata è “il bacio” a Gesù Crocifisso: i fedeli hanno l’opportunità di entrare in contatto diretto con il Santissimo, di sfiorarlo con le dita e di ricevere il “cotone benedetto”. Come nel giorno del Venerdì Santo sono i loro padri a rendere omaggio al SS Crocifisso, portandolo in processione, cosi il Venerdì d’OTTAVA sono i ragazzi i protagonisti.
Daniele Cumia, baby sindaco di Barrafranca e Simone Bonelli
Sono partiti  da quattro diversi quartieri del paese: quartiere “Puntaterra- Poggio” quello realizzato nell'abitazione di Daniele Cumia, baby sindaco di Barrafranca, aiutato da alcuni amici; quartiere “Villaggio” realizzato nell'abitazione di Mauro Munda,aiutato da alcuni compagni di scuola; quartiere “Madonna” realizzato nell'abitazione di Stellino, aiutato dai ragazzi del quartiere  e quartiere “Grazia”, realizzato dai ragazzi del quartiere. Hanno percorso alcune vie principali, per poi ritrovarsi tutti e quattro in Piazza Regina Margherita, tra lo stupore della gente e di molti curiosi che si sono avvicinati per ammirare il lavoro di quei ragazzi, devoti al SS. Crocifisso. Hanno lavorato tanto, pomeriggi interi, molti di loro sono stati aiutati dai familiari e da alcuni amici più grandi, realizzando il loro TRUNU con materiali poveri e di riciclo. Hanno usato travi, assi di legno, meccanismi per alzare l’asta e inserire la spera, Crocifissi e le scocche benedette, quelle utilizzate negli anni passati per la festa del Venerdì Santo. Sono state le loro spalle, piccole ma forti, a portare “U Trunu” per le vie del paese.
Don Giacomo Zangara impartisce la benedizione
Tutti hanno cantato il canto funebre “Misericordia” composto dal M° Salvatore Rizzo, hanno suonato le scattiole e alcuni di loro hanno eseguito passi dei lamenti, sotto la guida del giovane Simone Bonelli. Dopo una sosta in Piazza, a turno sono scesi davanti al sagrato della chiesa Madre dove li attendeva il parroco don Giacomo Zangara che, emozionato, ha impartito la benedizione. Al termine, al grido di “iammisilicordia”, sono tornati nelle loro case, contenti e soddisfatti. Questa “Ottava di Venerdì Santo” 2017 sarà ricordata come il venerdì dei tanti “TRUNU di carusi”. Non si era mai visto a Barrafranca nello stesso posto più di un TRUNU. In genere ogni gruppo faceva girare il proprio nel quartiere. Adesso tutti e quattro hanno percorso lo stesso tragitto, tutti alla volta della chiesa Madre. Questo dimostra come le nuove generazioni sono legate alle tradizioni dei loro padri, animati dalla voglia di rendere, a loro modo, omaggio al SS. Crocifisso. Il pomeriggio di sabato 22 aprile sarà portato in processione un quinto “Trunu dei carusi” del quartiere Poggio. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA








giovedì 30 marzo 2017

I PARTI DI SANTA BRIGIDA- la versione barrese della compianta Giuseppina La Zia


Foto dal Web
Una delle più famose orazioni in dialetto siciliano che si recitavano (qualche anziano ancora li recita) durante la Quaresima (e non solo) è quella conosciuta come I PARTI DI SANTA BRIGIDA, avente per argomento le famose “Rivelazioni Celesti” che Cristo fece a Santa Brigida riguardanti la sua Passione. Santa Brigida di Svezia (Finsta, 3 giugno 1303 – Roma, 23 luglio 1373) da non confondere con Santa Brigida d'Irlanda (che si festeggia il 1 febbraio) è stata una religiosa e mistica svedese, fondatrice dell’Ordine del Santissimo Salvatore; fu proclamata santa da papa Bonifacio IX nel 1391. Il 1 ottobre 1999 è stata dichiarata da Giovanni Paolo II  compatrona d’Europa, insieme a santa Caterina da Siena e santa Teresa Benedetta della Croce.
Questa orazione è recitata non solo in tempo di Quaresima ma tutto l’anno, come protezione alla morte.  L’orazione di santa Brigida, nelle sue versioni cantate e recitate, è una delle più interessanti espressioni religiose tramandate oralmente, basata sul tema contemplativo della Passione di Gesù Cristo, secondo alcuni motivi ricorrenti nella fabulazione drammatica del mito pasquale. Propagatori dell’agiografia e quindi ispiratori delle preghiere popolari furono i cantastorie ambulanti, che, con il loro girovagare, diffondevano le vicende dei Santi, e non solo, tra gli strati più bassi della popolazione, trasmettendo quella cultura che, ai nostri giorni, c’è data dai libri e dalle moderne fonti d’informazione. Per la consuetudine di Brigida col soprannaturale, la pietà popolare pose sotto la sua protezione il momento della morte. Tale canto è stato variamente adattato e contaminato dalle diverse forme di folklore che contraddistinguono la Sicilia. Il suo schema consiste di due parti: la prima è una sommaria esposizione della passione di Cristo, mentre nella seconda s’invoca una buona morte. Secondo la religiosità popolare, chi reciterà quest’orazione per tanti anni, la Santa arriverà in sogno.
Giuseppina La Zia
Trattandosi di orazioni tramandate oralmente, ne esistono diverse varianti. Noi riportiamo quella della signora Giuseppina La Zia di Barrafranca (EN), scomparsa nel 2016 all’età di 94 anni, animata da un grandissimo senso religioso. Conosceva a memoria tante preghiere dilettali, alcune delle quali lei stessa riuscì a trascrivere, nonostante conoscesse solo le basi della scrittura. L’orazione è stata registrata personalmente dall'autrice dell’articolo e trascritta così per come è stata recitata.
§ Brigida Santa inginocchiata stava                                
davanti o Crucifisso chi ciangiva (liggiva)
la passione ci la rivilava
la cruna di li spini ci mintiva,
e ccu na manu la torcia addumava (accantu tiniva),
cu l’altra manu lu libbru liggiva.
Subbitu Gesù Crucifissu a rispunnutu,
prestu ‘cu Santa Brigida a parlatu
ci cunta li flagelli ca patì
la passioni ci la rivilà.
Giuda di Marcu quannu mi ferì
con una Santa mascidda mi pigghià.
Brigida cadì n’terra e stranguscì,
di lacrimi lu pittu si lavà.
Su, alzati Brigida chi t’aiu canusciutu,
Cristu dell’arma tò s’è infiammatu
cu si ni penti di li sò  piccati
Cristu pirdona a te qualunqui offesa.
20 surdati purtavanu a mmia
300 volte cascai ppi la via
e quannu a casa di Anna mi purtarunu
ppi tutta la città mi cunnuciru
e strettu alla colonna mi taccaru
3 ossa dilla spalla mi nisciru
la stessa notte chi mi flagellaru
in piedi nun putia stari
la mattina ebbi a parlari la mia matri divina
appi 320 ributtuna
1666 furinu lu curpi ddi li scurriati
e i suldati ivanu avvicinannu
e unu chi battia cu la catena,
la catena a li cuddu mi ttaccaru,
‘nti Pilatu mi purtaru a trascinuni.
Pilatu era affacciatu a lu barcuni
e con un mantello di scallatu finu,
tannu gli Ebrei cuminciarunu a diri:
Cristo di uomo chiù non può campari,
rispunni unu limpiu e suttili,
a Cristu di nuvo l’ammu fricillari.
Oh Brigida cuminciaruni li martiri,
oh Brigida mi vinniru a ‘ttaccari e duluri smisuratamenti,
povera mammma quantu mi nutrì,
quannu al monte calvariu mi cchianaru,
cascaiu in terra cu tutta la cruci,
la facci e li ginicchia mi straziaiu
quantu fu grande e pesante dda cruci,
una cosa sula mi soddispiacì
chi va cianginnu mia Matruzza duci.
Chi jurnata crudeli fu tannu
lu suli si cuprì di malu signu.
La Matri santa ci dissi a Giuvanni:
-tocca a ma figghiu si è vivo o murtu.
Giuvanni Santu si vota gianginnu
-pazienza madri mia che già finì.
Sta razione cu la voli dire
40 jorna nni devi lintati
di mala morte non si pò murire
e Di ni scanza di pene infernali.
3 giorni prima la comunione,
Santa Brigida ne viene a visitare
e quannu è ura di muriri
Gesù Cristu mi viene accumpagnari.
Questa litania va a cuntu nustru
dici una Avi Maria e un Padre nustru. (Giuseppina La Zia)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 
RITA BEVILACQUA


giovedì 23 marzo 2017

Marzo 1912- “Catina a viddana” e la sommossa popolare che coinvolse Barrafranca


Barrafranca 1908- via Convento
Vogliamo ricordare la vicenda di "Catina a viddana" e della sommossa da lei capeggiata che si svolse a Barrafranca dal 22 al 24 marzo1912.
La storia di "Catina a viddana" al secolo Maria Catena Balsamo si innesta nella povertà che caratterizzava il paese di Barrafranca nel primo decennio del 1900. Le strade erano fangose, percorse da tanto in tanto da muli, cavalli e qualche carretto. S’incontravano bimbi scalzi, sporchi, e anche animali di ogni genere: galline, oche, maiali, cani. Le case erano piccole, umide, in gran parte senza intonaco, costituite da un solo locale dove i contadini dormivano con gli animali. La povertà era tanta e l'economia si basava sull'agricoltura: la sera si vedevano flotte di muli con sopra i contadini che tornavano dalle campagne dopo una lunga giornata di lavoro.
Ma chi era "Catina a viddana" ?
Maria Catena Balsamo era una fornaio che dai modi e dall'aspetto assomigliava più ad un uomo che ad una donna. Il marito era in carcere e i più anziani raccontano che vivesse con molti uomini. Era sempre pronta a scendere in piazza contro la prepotenza dei signori, impugnando la bandiera che teneva in casa e recandosi al comune per far valere i diritti dei contadini. Proprio per questo comportamento "vivace", non comune ad una donna di quei tempi, veniva emarginata dalle altre donne. La vicenda che vede protagonista Maria Catena Balsamo fu lo scoppio del malcontento contadino dopo l'ennesima tassa che il sindaco di allora, l'avvocato Luigi Bonfirraro, mise a spese dei poveri  già tartassati: la "tassa sul morto". 
Barrafranca Municipio e chiesa di san Francesco, anni '20

Una delibera riguardante i "Regolamenti d’igiene e di polizia mortuaria", approvata dall'amministrazione guidata dal sindaco Luigi Bonfirraro, istituiva il servizio delle carrozze per il trasporto dei morti in cimitero, affidato alla ditta Giuseppe Corso. Entrato in vigore il 18 gennaio 1912, già da subito si rivelò troppo oneroso, in quanto i "becchini" che prelevavano il morto dalle famiglie per portarlo al cimitero, pretendevano il pagamento di una tassa, la "tassa sul morto" appunto. La gente, già esasperata dalla precedente "tassa di famiglia", reagì  e il 22 marzo inizia il lungo braccio di forza tra la popolazione e l’amministrazione comunale I disordini continuarono la mattina  23, capeggiati da "Catina a viddana"  che porta i rivoltosi ad assalire il comune al grido di:
"Pupazzu di canigghia
va leva li carrozzi
e la tassa di famigghia!"
riferito al sindaco Bonfirraro.
Circa tremila persone si diressero verso il municipio per protestare, tanto che la forza pubblica usò tutti i mezzi per indurre i dimostranti a sciogliere pacificamente la manifestazione, ma una parte di essi, capeggiati appunto da "Catina" che, stretta tra le mani la bandiera tricolore e accompagnata alcuni rivoltosi, soprattutto donne, si diressero al Municipio e forzata la porta, irruppero dentro alla rimessa delle carrozze. Rovesciatole in strada, iniziarono a danneggiarle, ma vennero bloccati dalla forza pubblica. I disordini degenerarono tanto che costrinsero l'amministrazione ad asserragliarsi entro le mura comunali. Allontanati dal Municipio, la folla si riunì nella piazza antistante, iniziando a buttare sassi verso le forze dell’ordine.
Arrivarono anche  i carabinieri a cavallo da Caltanissetta che, dopo varie lotte, sedarono la rivolta. Dopo tre giorni di duri scontri, i dimostranti riuscirono a far revocare l’obbligatorietà del trasporto con la carrozza, ma i capi della sedizione vennero tutti denunciati. Molti furono gli arrestati durante e dopo il tumulto. Tra questi anche "Catina a viddana".
Per molto tempo si sentivano ragazzi  cantare:
"Catina a viddana 
purtava a bannera,
a stessa sira
a misiru in galera.
Catina a viddana
purtava a bannera
a minzu i surdati
pariva na dragunera."
Un resoconto dettagliato di quei momenti lo trovate nel: “Giornale di Sicilia” del 26- 27 marzo 1912 e “L’Ora” di Palermo del 23-24 marzo 1912.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 15 marzo 2017

Alcune orazioni dialettali tratte dalla devozione barrese in onore di San Giuseppe

Particolare ligneo del fercolo di san Giuseppe
Il 19 marzo la Chiesa festeggia il patriarca san Giuseppe, patrono degli orfani e delle giovani ragazze, festeggiato poi il 1 maggio come patrono dei falegnami e dei lavoratori in genere. A Barrafranca (EN), come in tanti altri paesi siciliani, la devozione popolare si esprime attraverso  orazioni in dialetto, tramandate oralmente e  recitate non solo il mese di Marzo, mese dedicato al Santo, ma tutto l’anno, quanto si vuole invocarne la protezione. Riportiamo alcune versione della stessa orazione:

Patriarca San Giseppi  i vustri lligriizzi sunu setti,
sta jurnata u 'nna passari chi n’aviti a ccunzulari.
San Giseppi, fustivu patri, fustivu vergini comu la matri:
Maria la rrosa, Giseppi lu gigghiu, 
datini aiutu, rriparu e cunsigghju.
Ppi ssu bamminu ch’aviti 'mbrazza cunciditini la grazia.
Comu spusu di Maria prutiggiti e ssarvati l’arma mia.
Ppi l’amuri di Maria, o caru mio Gesù, 
stabilitimi la fidi e cunvirtiti a ccu 'nci cridi.
Ji spittu la pruvidenza di Gesù, Maria e Giseppi:
San Giseppi 'un ni bbannunati ppi la mia nicissità.
(Giuseppina La Zia)


San Gisippuzzu fustivu patri, fustivu vergini comu la matri:
Marai la rrosa, Giuseppi lu gigghiu,
e ppi l’amuri di Maria
 San Gisippuzzu priati ppi mia.
Scura ‘oi, agghiorna dumani
la pruvvidenza nn’aviti a mannari.
Ave, Pater e Gloria
(Salvatore Ciulla)

Nei primi versi, entrambe le orazioni si riferiscono ai “Sette dolori e allegrezze di San Giuseppe”, la più antica pratica devozionale in onore del santo risale al 1536. Secondo una leggenda, riportata da fra Giovanni da Fano (1469-1539), fu il Santo a promuovere e creare questa pia pratica,  dopo aver  salvato due frati  naufraghi da una tempesta. Fu lo stesso San Giuseppe ad indicare ai frati quali erano stati i suoi dolori, ai quali si legano le gioie, durante la sua vita terrena. Erano stati sette questi momenti che provocarono dolore e contemporaneamente gioia. I versi successivi rimarcano la verginità sia di Maria che del suo sposo Giuseppe e continuano con la classica simbologia che la cultura popolare associa ai due Santi:  la rosa a Maria e il giglio a Giuseppe. L’orazione prosegue con la  richiesta di protezione dell’anima e di aiuto nella vita terrena. Il Santo viene invocato anche in occasione di eventi climatici, ad esempio i temporali, come nella seguente preghiera:

Patriarca San Gisuppi
i vustri biddizzi furuno setti
sta jurnata ‘nna  passari
chi n’aviti a ccunzulari.
Stu santu timpi a ta mannari
dabbanna mari
unna nnu ci bbita ne armali
e mancu cristiani.
(per 10 volte)
(Maria Angela Mosto)
Infine riportiamo l’inizio di una canzoncina:
Ie biddu su mantuzzu
ie ranni quanti u mari
nni ciammu a riparari
ppi l’eternità!
Rit. Evviva Giuseppi dilla pruvvidenza
li grazii dispensa,
miraculi fa!
(Giuseppina La Zia)
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 5 febbraio 2017

La storia del barrese ETTORE IPPOLITO

I
Ettore Ippolito- Albania 1940
l 4 febbraio 1907 nasceva a Barrafranca ETTORE IPPOLITO, il capitano ETTORE. Pochi conoscono le vicende di questo barrese che si distinse prima nella Seconda guerra mondiale, durante lo sbarco degli Alleati, poi durante la guerra partigiana, combattuta dal capitano Ettore dal febbraio 1944 a maggio 1945.
Ettore Ippolito nacque a Barrafranca il 4 febbraio 1907 da Angelo Ippolito (1871/1960) e da Maria Teresa Paternò (1881/1922). Quarto di sei figli. Il padre era il famoso e stimato medico barrese Angelo Ippolito chiamato affettuosamente “don Angiuliddu”. Da giovane venne  ammesso all’Accademia Militare di Modena nel 1933. Il 04/07/1934 a Torino sposò Beatrice Cannella. Il matrimonio durerà pochi anni; difatti nel 1938 Beatrice (Bice) muore di peritonite. Le ceneri sono sepolte nella tomba di famiglia a Barrafranca.
Il 25/11/1940 nella cittadina di Fiume Ettore convogliò a seconde nozze con Ingrid Riedlein. 
Ten. Ettore Ippolito- Albania 1941
Fu mobilitato in Albania dal 28/12/1940 al 21/10/1941 come tenente del 30° Reggimento Artiglieria “Lupi di Toscana”. Era al Comando della 2a batteria del 1° Gruppo del Reggimento. Nel 1943 passò al 28° Rgt. artiglieria divisione Livorno e fu trasferito in Sicilia, a difendere le coste meridionali dell’isola dall’avanzata degli Alleati. Difatti il 15 luglio 1943, durante lo sbarco di Gela, al Bivio Gigliotto, riuscì a far ritardare l’avanzata americana, assieme al capitano Gigi Scimè, ufficiale di Artiglieria. Grazie a questo eroico atto, ottenne la promozione a maggiore per merito di guerra. Nonostante l’eroica difesa, il reparto italiano dovette soccombere allo strapotere delle forze alleate. I superstiti della Divisione «LIVORNO» che per venti giorni avevano fatto scudo al nemico, effettuarono dal 12 al 15 agosto il passaggio dello Stretto, servendosi della nave traghetto «Villa San Giovanni» immobi­lizzata il 13 agosto dal nemico, e facendo successivamente uso delle motozattere. Ultimo a partire è il Capitano Scimè, assieme al collega Capitano Ippolito, del 28° artiglieria, che era riu­scito a far caricare sulla nave traghetto «Cariddi» una batteria da 75/18 (quanto era rimasto del suo Gruppo), alcuni obici da 149/13 e qualche pezzo di altra Divisione. Purtroppo il «Cariddì » non riuscì ad essere rimorchiato al di fuori del porto, e dovette essere affondato sul posto.
Bollettino-ufficiale-ministero-della-difesa Promozione-
a Maggiore per meriti sul-campo
Il 3 settembre del 1943, nella contrada Santa Teresa Longarini di Siracusa, vicino al borgo di Cassibile,  il governo Badoglio del Regno d'Italia firma segretamente un accordo con gli Alleati di cessate ostilità. L’armistizio viene annunciato alla popolazione l’8 settembre 1943. Ettore, sottrattosi dopo l'8 settembre 1943 alla cattura in territorio metropolitano occupato, si ricongiunse ad un comando italiano. Iscrittosi alle formazioni autonome "R", bande Val di Pesio, dal 1 ottobre 1943 ha preso parte ad azioni di guerra in località Val Pesio nell’aprile 1944 e in Val Corsaglia da settembre a novembre 1944. Grazie al suo coraggio, Ettore riuscì ad interrompere il traffico ferroviario germanico verso la Liguria, facendo saltare il ponte sul fiume Persio e il 30 settembre 1944 riuscì a respingere l’attacco tedesco al posto di blocco di Frabosa Sottana, costringendo il nemico alla fuga. Dal 01/12/1944 al 30/01/1945 fu Comandante della brigata Val Corsaglia della IIIª Divisione Alpi a Frabosa Sottana (CN) e dal 01/02/1945 al 30/04/1945 Comandante della brigata Odino-San Giorgio a Genova, dove prese parte partecipa alla liberazione di Genova del 23/26 aprile 1945. Dopo la guerra, rientrò nell’esercito prima a Genova e dopo a Bolzano, Terni, Forlì. Il 09/10/1953 a Terni fu promosso maggiore con decorrenza 15/07/1943 e sempre a Terni il 23/10/1955 fu promosso Tenente Colonnello. Il 06/04/1960 a Forlì fu promosso Colonnello. Infine viene trasferito a Bologna dove muore nel 1964.
Ringrazio il signor Antonio Ippolito, figlio del compianto Ettore, per averci fornito il materiale cartaceo e fotografico sulla vita del proprio padre. (Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA

30° Reggimento Artiglieria d.f. “Lupi di Toscana”

















Tessera MOVIMENTO UNITARIO RINNOVAMENTO ITALIANO














mercoledì 1 luglio 2015

26 giugno 2015- dopo 73 anni rientrano a Barrafranca (EN) i resti mortali del soldato barrese Salvatore Bellanti


Sembra quasi una fiaba… ma non lo è. E’ la storia di una figlia che dopo 73 anni cerca ancora il corpo del padre morto durante la seconda guerra mondiale. Questa è la vicenda della signora Salvatrice Bellanti di Barrafranca (EN) che, non avendo mai conosciuto quel padre partito in guerra, spera ancora di ritrovarne almeno i resti. Parliamo del soldato Salvatore Bellanti di Giuseppe e di Maristella Gesualdo, nato a Barrafranca il 24 novembre 1913. Già all’età di ventuno anni è chiamato alle armi e precisamente il 09 aprile 1934 fu assegnato al 3° Reggimento Fanteria controcarri di Genova. Alcuni mesi prima si era sposata con Angela Munda. Il 01 maggio 1935 parte per la Campagna della Somalia e il 05 maggio è imbarcato a Messina e inviato a Mogadiscio (Somalia). dietro la continua richiesta della signora Salvatrice di voler ritrovare il padre, la figlia Maria e il marito Gino Giusto si rivolgono a un’agenzia funebre che, dietro lauto compenso, forse avrebbe fatto qualcosa.
Non convinti, il signor Giusto si reca all’Associazione Nazionale Carabinieri sezione di Barrafranca chiedendo aiuto al Cav. Giovanni Collura, avendo saputo che, anni fa,questi era riuscito a far rientrare la salma di altri tre barresi morti durante il secondo conflitto: Terranova Alessandro classe 1915; Marchì Luigi classe 1916 e Sessa Liborio classe 1917. Così il Cav. Collura, a titolo gratuito, inizia tutte le pratiche del caso, scoprendo che i resti del soldato Salvatore Bellanti, deceduto il 22 maggio 1942 a Palermo, erano sepolto al Cimitero Sacrario Rotoli, cappella 4 cella 53, di Palermo. Dopo mesi di richieste e carte bollate, finalmente il 26 giugno 2015 i "resti mortali" del soldato Salvatore Bellanti potranno ritorno al suo paese, con tutti gli onori che aspettano a un soldato che ha servito la sua patria!
Essendo stato ferito, è trasferito all’Ospedale Militare di Mogadiscio, ma a causa delle sue condizioni di salute, è ricoverato all’Ospedale Militare di Napoli e l’08 dicembre 1935 è inviato a Barrafranca in licenza di convalescenza. Il 04 marzo 1937 si imbarca per l’Africa Orientale Italiana, ove giunge il 13 marzo 1937 e assegnato al 3° Reggimento Fanteria. Nuovamente ferito, è trasportato all’Ospedale da Campo di Mogadiscio e in seguito imbarcato e ricoverato prima all’Ospedale Militare di Napoli e poi a quello di Caserta. Il 07 settembre 1937 ottiene un concedo illimitato. Nel febbraio 1941 viene richiamato alle armi in seguito alla dichiarazione di guerra con l’Albania e il 20 febbraio s’imbarca a Bari direzione Durazzo con il 3° Reggimento Fanteria Mobilitato, ove è ferito e trasferito all’Ospedale Militare di Genova. Qui trascorre una lunga convalescenza. Nel frattempo sono nati due dei suoi tre figli: Stella e Giuseppe. Si imbarca nuovamente il 21 ottobre 1941 rimanendo in territorio Greco-Albanese. Nuovamente ferito viene trasferito all’Ospedale Militare di Palermo, ove dopo una lunga degenza, alle ore 10.30 del giorno 23 maggio 1942 cessa di vivere, lasciando la moglie incinta della terza figlia che, in suo onere, sarà chiamata Salvatrice.
(Foto e materiale sono soggetti a copyright) 

RITA BEVILACQUA