giovedì 18 giugno 2020

La devozione popolare dei giorni della settimana ai Santi


Secondo la pietà popolare, ogni giorno della settimana ha una sua particolare devozione: chi a Maria, chi a Cristo o ai Santi. Nei diversi giorni si svolgono pie pratiche riconosciute e approvate anche dalla Chiesa. Riporto lo schema tramandatomi dalla mia mamma (spesso cambia da paese e paese):
"Luni all’Armi purganti
Marti a Sant’Antoniu
Mircuri a San Giseppi
Jiuvi a Santa Rita
Venniri allu Crucifissu
Sabatu alla Madonna
Duminica allu Signuri."
Anime del Purgatorio (foto dal web)
La preghiera giornaliera alle Anime del Purgatorio che, nella devozione popolare, alcuni praticano il LUNEDÌ deriva da una pratica cristiana chiamata "Atto eroico di carità per le anime purganti", o "Vantaggio delle Anime del Purgatorio"che consiste in una spontanea offerta del fedele di tutte le sue opere soddisfat­torie (riparazione di offesa, danno o similari...) in vita, e di tutti i suffragi che può egli avere dopo morte, a vantaggio delle sante Ani­me del Purgatorio. Questo pio esercizio a pro dei defunti fu istituito dal Ven. P. Domenico di Gesù Maria, Carmelitano Scalzo, fondatore dell'Istituto del Consorzio dei Fratelli. L’atto fu approvato dal Pon­tefice Gregorio XV con la "Bolla Pa­storis Aeterni".

Fercolo di Sant'Antonio- Barrafranca
La devozione del MARTEDÌ a Sant'Antonio da Padova richiama la pratica cristiana conosciuta come "I 13 martedì di Sant'Antonio". Perché proprio il martedì? Perché, storicamente, i funerali del Santo furono celebrati il martedì successivo ala sua morte. Questa pratica consiste nella preparazione alla Festa del Santo dal tredicesimo martedì che precede la festa.

Fercolo di San Giuseppe- Barrafranca
La devozione  del MERCOLEDÌ a San Giuseppe inizia nella prima metà del secolo XVII, quando si fece strada in diversi paesi  una  corrente di pensiero che proponeva il mercoledì come giorno di devozione al Santo Patriarca. Secondo il teologo padre Gauthier "nessuno ne ha mai dato una spiegazione chiara e precisa". Egli ne documenta la presenza, concludendo che "questa tendenza verso il mercoledì è continuata dopo il 1650, e si può perfino sostenere che è diventata la più corrente". Fino al XVII sec molti predicatori cattolici sostenevano l’importanza di mantenere come giorno dedicato a San Giuseppe il Sabato, allora dedicato a Maria, proprio per non separare la Santa Famiglia. Benedetto XIV concedeva, nel 1745, ai Carmelitani scalzi della provincia di Catalogna di celebrare una messa votiva solenne di san Giuseppe tutti i mercoledì dell'anno; nel 1772, Clemente XIV autorizzava i medesimi a celebrare una seconda messa votiva solenne ogni mercoledì, secondo le esigenze dei fedeli. Indulgenze furono concesse all'Ordine dei carmelitani da Clemente XIII (nel 1762 e anni successivi) per una novena di mercoledì in preparazione alla festa di san Giuseppe. Pio VII, nel 1819, concedeva un'indulgenza per tutti i mercoledì dell'anno a chi recitava in quel giorno i dolori e le allegrezze di san Giuseppe. Con un indulto generale del 5 luglio 1883, Leone XIII attribuiva a ogni giorno della settimana un tema particolare, ratificando il mercoledì come il giorno di san Giuseppe in tutta la Chiesa, con Messa votiva corrispondente; la stessa condotta fu mantenuta dalla Congregazione dei Riti con un decreto del 3 giugno 1892. Con il "Motu Proprio" del 25 luglio 1920, in occasione del 50° anniversario della proclamazione di san Giuseppe come patrono della Chiesa universale, Benedetto XV richiamava "l'importanza di tutti i mercoledì e dei giorni del mese che gli è consacrato". Il nuovo Messale romano, pubblicato per la prima volta in latino nel 1970, contiene parecchie Messe votive, compresa quella in onore di san Giuseppe. Anche se nessuna di esse è messa in relazione con un giorno determinato della settimana, si deve riconoscere che, dopo più di due secoli, per un buon numero di cattolici il mercoledì rimane il giorno consacrato a san Giuseppe.
Fercolo Santa Rita- Barrafranca 
La devozione del GIOVEDÌ va a Santa Rita perché, secondo la tradizione, la Santa morì proprio di giovedì. Questa dedicazione richiama la pratica cristiana conosciuta come "I 15 giovedì di Santa Rita". Questa pratica consiste nel celebrare i 15 giovedì che precedono la festa della Santa con particolari pratiche. Sono stati istituiti allo scopo di commemorare i 15 anni che Santa Rita portò le stigmate.

Fercolo SS Crocifisso- Barrafranca
La devozione del VENERDÌ al Crocifisso è una conseguenza  della devozione del Venerdì Santo, giorno in cui Cristo morì in Croce.

La devozione del SABATO a Maria assume diverse valenze. La devozione alla Madonna ha ricevuto un forte impulso agli inizi del X secolo con la riforma monastica che ha dato forma alla civiltà medievale. Dopo quell'epoca divenne usanza generale di dedicare il Sabato alla Madonna. San Ugo, abate di Cluny, ordinò che nelle abbazie e monasteri del suo Ordine dell'Ufficio dovrebbe essere cantata e una Messa celebrata in onore di Maria Santissima il sabato.  A cominciare dal celebre predicatore J. Eck (1486-1543), che assegnava il sabato alla glorificazione congiunta "della vergine Madre, Anna e Giuseppe", nella prima metà del secolo XVII. Una possibile spiegazione potrebbe venire dal Vangelo. Non tutti credevano nella Resurrezione di Gesù. 
Fercolo Madonna- Barrafranca 
Solo Maria, in quel giorno di attesa tra la crocifissione e la resurrezione, non smise mai di credere che il Figlio sarebbe Resuscitato. In quel Sabato, dunque, su tutta la terra, solo lei personificato la Chiesa cattolica. Come il sabato precede e porta alla domenica, giorno del Signore, così la memoria di Maria di sabato precede e accompagna la celebrazione della Pasqua settimanale di Cristo. Il sabato è il giorno del sepolcro, il giorno del silenzio, il giorno in cui la Chiesa non celebra riti, perché il Cristo riposa nel grembo della terra. Il sabato è anche preparazione e introduzione alla domenica, simbolo e segno della festa del cielo, e la santissima Vergine è la preparazione e la via verso Cristo, porta dell’eterna felicità. Il culto del «sabato a Maria» ha avuto devoti di grande santità, come santa Caterina da Siena, san Francesco di Sales, sant'Alfonso de' Liguori, e altri.
Fercolo Cristo Risorto- Barrafranca
La DOMENICA è il "giorno del Signore". Per antonomasia è il giorno della Resurrezione di Cristo (Marco 16,2; Luca 24,1; Giovanni 20,1).

Fonti: "FILOTEA PER I DEFUNTI Sancta et salubris est cogi­tatio pro Defunctis exorare, ut a peccatis solvantur" (Lib. 2. Machab., XII, 46) 3ª edizione, Milano Tipografia della Santa Lega Eucaristica 1902; "Il mercoledì, il giorno di San Giuseppe" opuscolo, in francese, di padre Roland Gauthier (Montréal 1999); www.roccaporena.com; www.apostatisidiventa.blogspot.com; fonti orali. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

martedì 2 giugno 2020

Culto di Maria SS Odigitria nella tradizione siciliana


Particolare tela Maria SS Odigitria- Barrafranca (EN)
Il Messale proprio delle Chiese di Sicilia (il Messale, voluto dal Card. Salvatore Pappalardo, fu approvato dalla Santa Sede nel 1980 come Messale e Lezionario e nel 2004 come Liturgia delle Ore) assegna al martedì dopo la Pentecoste la festività liturgica di Maria SS Odigitria (dal greco antico ὸδηγήτρια, colei che istruisce, che mostra la direzione) patrona delle Chiese di Sicilia. Si ricorda Madonna d'Odigitria che spinse gli Apostoli, dopo la Pentecoste, ad andar per il mondo a portare la parola di Dio, simboleggiando quindi il cammino. Il nome di Odigitria fu dato dai fedeli di Costantinopoli ad una antichissima immagine della Vergine. Secondo l'agiografia questa reliquia sarebbe stata una delle tre icone mariane dipinte dall'evangelista Luca che Elia Eudocia (Aelia Eudocia, circa 401-460), moglie dell'imperatore Teodosio II, avrebbe ritrovato in Terra Santa e traslata a Costantinopoli.  Successivamente venne donata all'imperatrice Elia Pulcheria (399-435) perché fosse venerata in quella città. Pulcheria le eresse una Chiesa-santuario con annesso monastero nell'acropoli della città, nei pressi del palazzo imperiale: essa, col tempo, fu comunemente chiamata "degli odeghi" cioè delle guide, dall'appellativo dato ai monaci custodi del santuario che facevano da guide ai frequentatori del santuario, in maggioranza ciechi, venuti a chiedere la guarigione alla Madonna, o "dei condottieri", perché vi si recavano a invocare la protezione della Vergine i condottieri dell’esercito imperiale, prima di marciare contro i Turchi. 
Da ciò derivò alla Vergine raffigurata in quell'immagine l’appellativo di Odigitria. Secondo alcuni studiosi l’appellativo "odigitria" potrebbe far riferimento anche ad un antico prodigio attribuito alla Madonna di Costantinopoli che guidò due ciechi fino alla sua chiesa e fece loro recuperare la vista. Questa celebre immagine fu considerata la protettrice, la "conduttrice, guida della via "della città e di tutto l’impero d’Oriente.
Tela Maria SS Odigitria- Barrafranca (EN)
La testimonianza del ruolo di protettrice della Sicilia la troviamo a Roma in via del Tritone 82, sede dell’Arciconfraternita di S. Maria Odigitria dei Siciliani, presso l’omonima chiesa eretta dai confrati nel 1595.  Con Bolla di Sua Santità Paolo VI, del 12 gennaio 1973, fu elevata a "diaconia cardinalizia" e assegnata al Cardinale Salvatore Pappalardo; con Bolla di Sua Santità Benedetto XVI, del 20 novembre 2010, fu elevata al "titolo presbiterale cardinalizio" e assegnata al Cardinale Paolo Romeo. Nell'isola il suo culto è diffusissimo sin da tempi remoti, lascito del rito bizantino. La raffigurazione più diffusa nell'isola appare quella della Madonna col Bambino in braccio che poggia su una cassa tenuta a spalla da due basiliani. Essa riepiloga i momenti più salienti del "viaggio" dell'Odigitria bizantina che, secondo la tradizione leggendaria, al tempo dell'iconoclastia, chiusa da alcuni monaci basiliani dentro una cassa di legno e affidata al mare, finì per approdare sulle coste meridionali dell'Italia.. La devozione alla Vergine Odigitria fu portata in Sicilia nel sec. VIII da soldati siciliani dell'esercito imperiale che avevano partecipato ad una grande battaglia contro i Turchi, assedianti Costantinopoli con una flotta di 800 navi. La battaglia era stata vinta e la flotta distrutta in seguito ad una furiosa tempesta, sorta non appena i monaci del "Monastero degli odeghi" avevano condotto in processione sulle mura della città e posto di fronte al nemico la venerata icona della Vergine Odigitria recata a spalla. Per questo le immagini della Madonna di Costantinopoli o Madonna Odigitria (col titolo abbreviato in Itria o Idria), diffuse largamente in Sicilia, rappresentano una icona della Vergine recata a spalla da due monaci di rito bizantino, detti comunemente "vecchioni".
PS L’immagine sopra ritrae la tela della Madonna dell’Itria che si trova nell'omonima chiesa di Barrafranca (EN).

FONTI: Abbate Michele Giustiniani, "Dell'origine della Madonna di Costantinopoli, o sia d'Itria. E delle di lei traslazioni", Roma, 1656; siti web www.carthopedia.org; www.cattoliciromani.com (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

lunedì 1 giugno 2020

L’epidemia di "meningite cerebro-spinale" che colpì Barrafranca nel 1929


Il lazzaretto costruito in contrada Madunnuzza (quartiere Grazia)

Nel maggio del 1929 una gravissima epidemia si diffuse a Barrafranca (EN), la "meningite cerebro spinale".
La meningite cerebro-spinale, o meningite da meningococco, è un’infezione che colpisce le membrane (meningi) che rivestono e proteggono il cervello e il midollo spinale. Per questo è chiamata cerebro-spinale. Si manifesta frequentemente in modo epidemico all'interno di piccoli gruppi di bambini o adolescenti. I portatori sani del germe (ossia i soggetti in cui il batterio, presente nella mucosa della faringe, non determina malattia) possono disseminarlo per via aerea.
A Barrafranca l’epidemia infierì per alcuni mesi, soprattutto tra la popolazione più giovane (bambini e adolescenti), causando vittime e lesioni irreversibili, anche perché molti di quelli che guarivano restarono tragicamente segnati. Nonostante fossero nati sani, dopo il contagio alcuni bambini rimasero muti, oppure ritardati. Dai ricordi dei figli di chi ha riportato lesioni, si parla di circa 50 bambini. Secondo quanto scrive Salvatore Ciulla nel suo libro "Barrafranca negli anni Trenta", il dopo fu difficile anzi peggio, poiché si contavano in più centinaia di famiglie in profondo dolore per la morte di coniugi o impegnate nella disperata lotta di riportare alla vita attiva i propri cari sopravvissuti al male, ma tragicamente segnati e rimasti invalidi.
Era il 1929 ed eravamo in pieno fascismo. Ha governare in paese vi era il podestà, (una nuova autorità municipale dopo che erano state abolite le cariche di sindaco, assessore e consigliere comunale) nella figura del dott. Giuseppe Mattina (1880-1954) che si prodigò in tutti i modi per arginare un morbo impietoso che stata dilaniando il paese.
Personale del lazzaretto
All'inizio l'epidemia fu sottovalutata, convinti che fosse un male passeggero, tanto che le autorità locali non furono solerti nel de­nunciare il malanno che già stava attaccato tutti i quartieri. Accertata la gravità dell’epidemia, intervenne la M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) locale, comandata dal barrese prof. Antonio Tumminelli (1885- 1952) uno dei maggiori esponenti della politica barrese. Assieme all’Esercito, ai RR.CC. (Real Carabinieri) e alle Infermiere della Croce Rossa siciliana, il cui reparto femminile era diretto dalla contessa Monroj di Palermo, allestirono un ospedale da campo, il lazzaretto, in contrada Madunnuzza (quartiere Grazia), detta in seguito a ciò "U chianu 'i tenni". Le attrezzature erano state fornite dall’Esercito e dalla Croce Rossa. Coordinatore del servizio sanitario era l’ispettore medico comm. Crisafulli, inviato appositamente da Roma, «per cercare di arginare un male che falciava vittime a decine al giorno, e quando qualcuno miracolosamente si salvava, restava profondamente segnato nel fisico per sempre» (Salvatore Ciulla "Barrafranca negli anni Trenta"), mentre la parte amministrativa e di vettovagliamento era competenza del Comune. La situazione sanitaria era grave, tenuto conto della povertà in cui versava il paese. Tra le classi più povere l’igiene era scarsa, e questo aggravò la situazione. Si fece spalare il fango delle strade, e le pozzanghere infette erano trattate con calce bianca, per le sue proprietà altamente disinfettante, date dalla sua elevata alcalinità, come anche le povere case dei colpiti, le stalle e le masserizie.  Al fine di evitare maggiore contagio, furono chiuse le poche scuole che erano in paese e, per non creare allarmismi, si proibì di suonare dal campanile delle chiese 'a 'ngunìa e 'u marturiu che normalmente accompagnavano il trapasso di una persona, così come fu vietato anche 'u viaticu, cioè la somministrazione dei Sacramenti ai moribondi. Nessuno poteva superare la cinta sanitaria, se non munito di apposito lasciapassare.
Membri della M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale)
I medici e il personale sanitario dell’Esercito e della Croce Rossa fecero quello che umanamente era possibile. In questa dolorosa situazione, non mancò l’opera del dott. Angelo Ippolito (1871- 1966) che si era già distinto durante il Morbo della spagnola che colpì Barrafranca nel 1919. Fu sempre pronto a correre al capezzale di ammalati e moribondi. Altrettanto eroico furono i gesti di don Luigi Giunta (1881- 1966), parroco della chiesa Madre e cappellano del laz­zaretto pronto sempre a portare in tutte le ore agli ammalati il conforto della fede e del Sacramento e di don Calogero Marotta (1865-1943) cappellano della chiesa Grazia. Secondo quanto scrive Salvatore Ciulla
«… cercare di arginare un male che falciava vittime a decine al giorno, e quando qualcuno miracolosamente si salvava, restava profondamente segnato nel fisico per sempre.
Riportiamo i nomi degli appartenenti alla M.V.S.N. (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale) così come sono stati elencati dal prof. Cateno Marotta: Salvatore Marotta; Alfonso Geraci; Benedetto Gagliano; Antonio Verdura; Angelo Marotta; Marco Scarpulla; Luigi Monteforte; Giuseppe Mastrobuono, capo manipolo; Ignazio Gagliano; Luigi Virone; Salvatore Corso; Francesco Bizzetti; Antonio Costa; Arcangelo Scarpulla; Antonio Bevilacqua; Carmelo Accardi; Giuseppe Ingala; Giovanni Veloce; Filippo Calì.

FONTI: Salvatore Licata, Carmelo Orofino "Barrafranca, la storia, le tradizioni, la cultura popolare", 3ª edizione, 2010; Salvatore Ciulla "Barrafranca negli anni Trenta", parte prima, 1987; fonti orali di alcuni anziani barresi; fonti fotografiche: Salvatore Marotta e Santina Zafarana. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

giovedì 28 maggio 2020

L’antico detto siciliano: "Pira nun facisti e miraculi vò fari?"



Era di uso comune tra il popolo siciliano parlare attraverso motti, proverbi, detti, che esprimessero, in modo conciso e diretto, un pensiero comune tramandato da generazione a generazione. Di queste locuzioni popolari la lingua siciliana ne è ricca. Interessante a tal senso è il detto "Pira nun facisti e miraculi vò fari?", che i più anziani barresi ricorderanno sicuramente.
Il detto è usato per indicare l'inettitudine di una persona che, nonostante i progressi raggiunti in società, rimane gretto e sordo ai bisogni altrui. Chi nasce in un modo non può mancare di essere della stessa natura di chi l’ha messo al mondo. 
Sentitolo spesso pronunciare dalle persone anziane, ho cercato di capirne il significato. Cosi mi è stata raccontata un’interessante leggenda che, come tutte le storie tramandate oralmente, ha diverse varianti.
Si racconta che un contadino aveva un albero di pere che da tempo non faceva più frutti. Allora decise di abbatterlo e venderlo come legname. Trovandosi un giorno in chiesa a chiedere un miracolo che non arrivava, riconobbe in quella Croce il suo pero. Vedendo che non aveva fatto il miracolo, esordì in questa maniera:
«Pira nun facisti e miraculi vo’ fari?
Cu nasci di natura ‘un pò mancari
Piru ca nascisti ‘ntra ‘n ortu ‘ccillenti
e mai a lu munnu pira avisti a fari,
ora ca nun sì cchiu piru, cruci ti prisenti
e la genti ti veni a adurari.
Ma iu ca ti canusciu, ti dicu piru senti:
pira nun facisti e miraculi vò fari?
Dissi Sant Agustinu veramenti:
cu nasci di natura ‘un pò mancari.»
(Traduzione: Pere non facesti e miracoli vuoi fare? Chi nasce di natura non può mancare. Pero che nascesti in un orto eccellenti mai al mondo pere facesti, ora che non sei più pero, croce ti presenti e la gente ti viene ad adorare. Ma io che ti conosco, ti dico pero senti: pere non facesti e ora miracoli vuoi fare? Disse Sant’Agostino veramente: Chi nasce di natura non può mancare).
Classica leggenda siciliana, mista di sacro e di profano, che cerca di spiegare il carattere spesso inetto dell’individuo, ricorrendo a elementi semplici e devozionali della cultura contadina. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

martedì 19 maggio 2020

Le fave e il loro significato simbolico di legame trai i vivi e i morti



Baccelli e fave 
Uno degli ortaggi più consumati in primavera è la fava. Un antico detto siciliano recitava: "Aprili favi chini, s’un su ccà su a li marini" indicando il periodo in cui le fave sono pronte: ad aprile nelle zone marine, mentre nelle zone interne nel mese di maggio. Essiccata, la fava è consumata tutto l’anno. 
La pianta delle fave è originaria dell'Asia Minore e da secoli è ampiamente coltivata per l'alimentazione umana e animale (foraggio).
Oltre ad essere un cibo prezioso, nella cultura agro-pastorale siciliana le fave hanno un importante significato simbolico. La fava, dal latino faba e dal greco kúamoi, era una pianta molto rispettata dagli antichi perché ritenuta consacrata agli Dei. 
Fave
Per le popolazioni egizie erano considerate come il simbolo dell'incarnazione tanto da chiamare "campo di fave" il luogo in cui le anime soggiornavano in attesa di reincarnarsi. I sacerdoti egiziani la consideravano immonda, poiché mangiandolo, si sarebbero cibati delle carni dei propri cari. Ai discepoli di Pitagora, come agli adepti dei culti orfici, era assolutamente vietato mangiare fave perché equivaleva a divorare i propri genitori e significava interrompere il ciclo della reincarnazione. I pitagorici provavano nei loro confronti un vero e proprio orrore poiché la fava ha uno stelo privo di nodi grazie al quale essa diventa un mezzo di comunicazione privilegiato tra l’Ade e il mondo degli uomini, strumento quindi di metempsomatosi (passaggio da un corpo ad un altro) e del ciclo delle nascite. Secondo Plinio il Vecchio (I sec. d.C.) le fave contenessero le anime dei morti, e per questo motivo erano utilizzati nei Misteri di Dionisio e di Apollo, come pure nei vari culti dei morti. Per i greci le fave restavano il simbolo "dei defunti" ma si dovevano mangiare poiché trasmettevano la loro benedizione.  Per i romani erano sacre ai morti e si ritenevano che ne custodissero le anime. Ne facevano grande uso, anche crude con l’intero baccello (quando erano molto tenere). Però le consumavano soltanto in occasione di riti funebri. 
Fiori 
Probabilmente queste credenze erano legate ai caratteri botanici della pianta: il fiore di fava, da cui si sviluppano i baccelli contenenti i semi, è bianco maculato di nero, colore insolito nel mondo vegetale e per tradizione associato alla morte. Le macchie nere sui petali dei fiori delle fave erano considerate un lugubre segno dell'aldilà, anzi si pensava che le anime vaganti dei defunti albergassero proprio in quei fiori maculati. Nell’antica Roma, durante le celebrazioni della Dea Flora, protettrice della natura, vere e proprie cascate di fave erano riversate come buon auspicio sulla folla in festa. I Romani la offrivano inoltre col lardo agli dei e il nome stesso della gens Fabia sembra derivi da questo legume.
Nella cultura agro-pastorale siciliana questo legume rappresentava un tramite con aldilà, il legame tra i vivi e i morti. Difatti in molte parti della Sicilia le fave secche, bollite da sole o con minestre, sono uno dei cibi tradizionali dei morti, che è consumato nel giorno della Commemorazione dei Defunti (2 novembre). Nel libro "Spettacoli e feste popolari siciliane" l’antropologo Giuseppe Pitrè riporta l’antica credenza secondo cui «gli antichi le fave contenevano le anime dei loro trapassati: sacre ai morti essendo le fave, e credendosi di vedere ne’ fiori di essi certi caratteri neri neri (indizi di lutto) che si attribuivano agli dei infernali». Esiste una relazione molto stretta tra i morti e il cibo: cibarsi delle fave nel giorno in cui si ricordano i propri cari, è come ricostituire una continuità tra la vita e la morte. In quanto simbolo delle anime defunte, cibarsi delle fave è come un incorporare i morti, facendoli così rinascere.
L’importanza simbolica delle fave nella vita quotidiana dei siciliani si evidenzia anche in alcuni riti propiziatori che le donne mettevano in atto al momento della nascita di un neonato.  In "Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano", Pitrè riporta una filastrocca che nel Circondario di Modica veniva recitata dalla donna più anziana presente al momento della nascita di un bambino, dopo aver posto nove fave nere sul tavolo. Serviva per accattivarsi la simpatia delle "Donne di fora" benigne: 
"Favi favuzzi,
Ch'hannu niuri li 'uccuzzi!
E viniti cu lu suli,
Cà la menza è priparata;
E faciemucci anuri
A lu figghiu e a la figghiata!".
Altro rito propiziatorio con le fave, legato al sesso del nascituro, si svolgeva durante la festa di san Giovanni battista (24 giugno). Presa una fava cruda, una donna gravida andava a posizionarsi davanti alla porta, buttando la fava all’indietro: se il primo a passare dopo l’atto era un uomo il bimbo sarebbe stato maschio, se era una donna sarebbe stata femmina. La prova andava ripetuta tre volte.

FONTI: Plinio il Vecchio, "Naturalis Historia", 78-79 d.C., liber XVIII, 117-118; "Dizionario mitologico, ovvero Della favola, storico, poetico, simbolico, ec…" opera del sig. abate Declaustre tradotta dal francese, Napoli, 1834, tomo III; Giuseppe Pitrè, "Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano", vol.II, ristampa all'edizione di Palermo 1870-1913; Giuseppe Pitrè, "Feste popolari siciliane", Brancato Editore, 2003. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

venerdì 15 maggio 2020

Barrafranca e il culto di Sant’Isidoro agricoltore

Pala san Isidoro agricoltore
Il 15 maggio la Chiesa festeggia Sant’Isidoro agricoltore, protettore dei contadini.
A Barrafranca (EN) nella chiesa Maria SS. della Stella troviamo un’enorme pala d’Altare “Il miracolo di S. Isidoro agricola” di antica fattura, proveniente dall’ex chiesa del Purgatorio, sita vicino alla chiesa Maria SS. della Stella e demolita intorno al 1957, per costruire gli attuali locali parrocchiali. La presenza di una tela o meglio di una pala d’Altare di tale spessore artistico, denota come il popolo barrese dovesse avere, in tempi passati, una certa sensibilità e devozione verso il Santo spagnolo riconosciuto dalla Chiesa come protettore dei contadini. Ritornato al “Miracolo di S. Isidoro”, la pala è stata dipinta intorno al 1620 da Pietro D’Asaro (1579- 11 giugno 1647). Quest’artista, detto il monocolo di Racalmuto poiché nativo della cittadina in provincia di Agrigento, fu discepolo di Filippo Paladini. Nelle sue opere si firmava “Monocolus Racalmutensis". L’opera, proveniente dalla vicina chiesa del Purgatorio trasformata in oratorio nel 1956, è firmata dall’artista ma purtroppo non reca la data dell’esecuzione. La pala fu restaurata nel 1970 dalla Soprintendenza alle Gallerie e alle Opere d’Arte della Sicilia con sede a Palermo, e incorniciata nel 1997. Il restauro non ha reso più visibile la scritta ai piedi del quadro, riportata dal parroco Giunta nel suo libro “Brevi cenni storici su Barrafranca” e da Gaetano Vicari nella sua “Guida alle principali chiese di Barrafranca”: INFELIX MONUCULUS RACALMUTENSIS DISCIPULUS PALADINI FECIT. Il Santo è rappresentato durante uno dei suoi miracoli, quando gli Angeli aravano per lui, lasciandogli il tempo di pregare. Si racconta che durante le giornate di lavoro, spesso si fermasse a pregare. In questo frangente di tempo erano gli angeli a lavorare al posto suo con l’aratro e con i buoi. Al termine della giornata, Isidoro aveva mietuto la stessa quantità di grano di altri. Così al tempo dell’aratura: tanta orazione, ma alla fine della giornata tutta la sua parte di terra era dissodata. D’Asaro pone al centro della scena i personaggi mentre nello sfondo si prospetta la scena dei buoi nell'atto di arare. La pala è citata nell'Enciclopedia Treccani alla voce D’Asaro Pietro.
Il culto di Sant'Isidoro si diffuse in Sicilia negli anni del vice regno spagnolo (1516 -1713), in quanto il Santo è patrono della città di Madrid e protettore della Famiglia Reale di Spagna. Molti i paesi della Sicilia che ne festeggiano il culto, come a Giarre (CT) di cui è il patrono, e molte chiese siciliane sono a lui dedicate. La presenza del quadro ci può far ipotizzare che anche a Barrafranca vi era il culto del Santo, protettore dei campi e dei raccolti.
San Isidoro nacque a Madrid intorno al 1070 e lasciò giovanissimo la casa paterna per essere impiegato come contadino. Grazie al suo impegno i campi, che fino allora rendevano poco, diedero molto frutto. Nonostante lavorasse duramente la terra, partecipava ogni giorno all'Eucaristia e dedicava molto spazio alla preghiera, tanto che alcuni colleghi invidiosi lo accusarono, peraltro ingiustamente, di togliere ore al lavoro. Quando Madrid fu conquistata dagli Almoravidi, si rifugiò a Torrelaguna, dove sposò la giovane Maria. Un matrimonio che fu sempre contraddistinto dalla grande attenzione verso i più poveri, con cui condividevano il poco che possedeva. Nessuno si allontanava da Isidoro senza aver ricevuto qualcosa. Morì il 15 maggio 1130. Fu canonizzato il 12 marzo 1622 da Papa Gregorio XV, grazie a un grosso miracolo che Isidoro fece in favore del re Filippo II. Le sue spoglie sono conservate nella chiesa madrilena di Sant'Andrea.
P.S. Nella foto sopra, davanti alla pala del “Il miracolo di S. Isidoro agricola” è posta una statua in cartapesta di San Luigi Gonzaga, opera di Giuseppe Fantauzzo. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

domenica 3 maggio 2020

I rituali festivi nella cerimonialità agraria al SS. Crocifisso del 3 Maggio

Croce di canne e rami di ulivo benedetti la Domenica delle Palme (foto web)
Fino alla riforma del Calendario Liturgico, il 3 maggio la Chiesa celebrava l’Inventio Crucis (dal latino inventio-onis: scoperta) dal popolo intesa Festa d’u Crucifissu.  La commemorazione fa riferimento al ritrovamento della Croce, nel 326, per merito di sant'Elena, madre dell’imperatore Costantino. La Croce si trovava a Gerusalemme, sotto un tempio dedicato alla dea Venere, e con essa ne erano state sotterrate altre due. Si narra che per sant'Elena fu facile scoprire quale delle tre fosse quella che aveva visto morire Gesù. Ella fece avvicinare una donna ammalata che, accostandosi a una delle croci, guarì immediatamente. Questo è quanto riferiva il "Messale Romano Quotidiano", prima che la riforma del Calendario Liturgico, seguito al Concilio Ecumenico Vaticano II, accorpasse l'Invenzione della Santa Croce con la festa dell'Esaltazione della Croce del 14 settembre, data in cui la Chiesa ricorda l'Exaltatio Crucis (dal latino exaltatio-onis: elevazione, innalzamento). Tale celebrazione è riferita alla restituzione della Croce da parte del figlio di Cosroe II (il re persiano che l’aveva trafugata nel 614), all'imperatore bizantino Eraclito I che la riportò a Gerusalemme nel 628.
Tra i diversi rituali festivi che testimoniano la permanenza della cerimonialità agraria nelle feste dedicate al SS. Crocifisso, celebrate in Sicilia diffusamente il 3 o la prima domenica di maggio e, in qualche caso, la seconda metà di settembre, è la tradizione di piantare nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme. Maggio è per il contadino siciliano un mese decisivo. Scrive l’antropologo Giuseppe Pitrè in "Spettacoli e feste popolari siciliane" (1881): «Le spighe secondo la credenza, per la festa del Signore, sono belle e compiute (cunchiuti)». Da qui il detto: "Si ntra maju ‘un t’attalentu, vinni li voi e accatta lu frumentu" (Se entro maggio non vieni appagato delle fatiche, vendi i buoi e compra il frumento). Come osserva il botanico siciliano Francesco Minà Palumbo (1841-1899), «Nel mese di maggio le spighe son piccoline, se soprabbondano le erbe nocive, se dominano i furiosi ed estenuanti venti meridionali, se mancano le piogge, ogni speranza è perduta, l’agricoltore deluso cambia divisamento, e per nutrir la sua famiglia è costretto di vendere i buoi». (Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa). Il grano sta per giungere a maturazione, momento, quindi, cardine per la buona riuscita del raccolto. l folclorista Salvatore Salamone Marino (1847-1916) segnala che, «quando ancora le sementi erano conferite ai contadini dal padrone, dal camperi (campiere – guardia campestre) o dal curatulu (quelli che si prendono cura per parte della campagna del padrone), li simenzi (sementi) devono essere già consegnate un’ora innanzi dì, ossia nel momento che lucifero, la stella precorritrice dell’aurora, splende all’oriente; ed è perciò che questa stella riceve da’ villicci (dai contadini) il nome di stidda di li simenzi (stella delle sementi)». Inoltre afferma che, ai suoi tempi, la pratica di far benedire una parte simbolica delle sementi e la permanenza dell’uso di “segnar con una croce il grano innanzi di cavarne il primo tòmolo, ripetendo intanto le parole consuete: ‘Nomine Patri e di lu Figghiu e di lu Spiritu Santu! (Nel Nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo!), era già desunta.
Sempre il Pitrè scrive che: «In Nicosia sopra ogni bùrgiu (covone) si pone una croce di canna; in Alimena al primo o all'ultimo mazzu (mazzo) o timugna di gregni (catasta o accumulo di grano) si colloca un’immagine della santa protettrice del comune, Maria Maddalena, (in Gianciana, una figurina di S. Vincenzo Ferreri; in Casteltermini, dell'Assunta ecc.) perchè protegga la raccolta da' fulmini, dagl'incendi e da qualunque accidente.» Per proteggere il raccolto, i contadini piantavano  nei campi una croce fatta di canne sulla quale vengono posti dei ramoscelli di ulivo benedetti la Domenica delle Palme Lo scopo era quello di proteggere le colture dai temporali e dalla grandine. La Croce diventa così simbolo della Vita, di quell'Axis Mundi di cui parla lo storico della religioni Mircea Eliade. La Croce o Albero della Vita indica quell'asse dell’universo che, per la sua posizione in verticale, congiunge CIELO TERRA e INFERI: simbolicamente l’asse permette il passaggio dalla morte, rappresentata dalla base dell’asse, alla vita, rappresentata dalla sua sommità. Eliade continua affermando che l'Albero-Croce, in quanto riproduzione del tempo e dello spazio, esprime simbolicamente l'essere del cosmo e la sua capacità di rigenerarsi all'infinito. Di conseguenza la Croce realizzata con elementi naturali come le canne diventa elemento riconducibile ai rituali primaverili e ai culti di propiziazione agraria. 
Secondo le testimonianze proposte dal Pitrè, oltre che dal trasporto processionale del Crocifisso, i giorni di festa sono caratterizzati: dalla distribuzione e dal lancio di abbondanza della produzione agraria; dall'addobbo del simulacro o fercolo con alimenti ed elementi vegetali tra cui spighe di grano e fave; e ancora da processioni di torce, dalla presenza dei ceti, di cavalcate, di benedizioni dei campi. Tutti questi tratti, per quanto variamente articolati e più o meno  inseriti all'interno dei rituali, sono tutt'oggi presenti nelle attuali cerimonie siciliane dedicate al SS. Crocifisso.

FONTI: Giuseppe Pitrè, Spettacoli e feste popolari siciliane, 1881; Ignazio E. Buttitta, I morti e il grano. Tempi del lavoro e ritmi della festa, 2006; Mircea Eliade, Trattato delle religioni, a cura di Pietro Angelini,  Boringhieri, 1976. 
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RITA BEVILACQUA