giovedì 31 ottobre 2019

“I bambini e i doni dei morti”. La festa siciliana dei murticiddi.


(foto dal web)
Il 2 novembre ricorre la “Commemorazione dei defunti”, chiamata dai siciliani la Festa dei Morti. La festività fu celebrata per la prima volta dalla Chiesa nel 998, per disposizione di Odilone di Mercoeur, abate di Cluny, che ordinò a tutti i monaci del suo Ordine cluniacense di fissare il 2 novembre come giorno solenne per la “Commemorazione dei defunti”.
In Sicilia la commemorazione è l'occasione per commemorare i propri cari e ricordarli. E’ anche l’occasione per spiegare e insegnare ai bambini a non aver paura della morte. In questo giorno si rinnova il senso di appartenenza a una famiglia, grazie al ricordo di chi non c’è più che, generandoci, ha permesso la continuità e lo sviluppo della famiglia stessa. Elemento cardine di questa giornata sono i “doni” che i cari defunti portano ai bambini, ossia il regalo che, la notte tra l'uno e il due novembre, i cari defunti portano ai bambini sempre se questi si fossero comportati bene durante l'anno. La tradizione vuole che in questo giorno i defunti, avendo voglia di rivedere i loro famigliari, abbiano l’opportunità di uscire dalle loro tombe e di andare, mentre tutti dormono, nelle case dei famigliari a visitarli e a lasciare dei doni ai bimbi. 
Pupi di Zucchero
Non c’era bambino che la mattina del 2 novembre, impaziente di cercare, non andasse in giro per casa il regalo dei morti, nascosto con astuzia dalle madri, in posti meno sospettosi. Si rovistava anche nei posti più strani della casa, finché non saltava fuori il regalo. In cosa consisteva il tanto atteso regalo dei Morti? Questo poteva essere un vassoio di dolci, come taralli, frutta Martorana o Pupi di zucchero, di frutta secca, oppure giocattoli o abiti.  
Antonio Fragale, professore di Antropologia ed esperto di tradizioni popolari siciliane, vede in questa festa una funzione ludica – istruttiva: «Il primo novembre è la giornata in cui la società siciliana decide che occorre impartire ai bambini un’educazione finalizzata al rispetto dei propri morti. Educazione tesa anche all’esaltazione dell’identità familiare, anche se poi a portare i doni non è “il nonno defunto”, ma “i morti” in senso generico». Il valore educativo della festa consiste proprio nel rompere la soglia della paura col mondo dei morti e ciò mediante il dono: si spiega ai bambini che i morti li vogliono bene, tanto da portargli in dono quello che di più bello possono desiderare: giocattoli e dolci. In questo modo i genitori insegnano ai loro figli ad avere un rapporto tranquillo con la morte. La morte non deve far paura e il modo come esorcizzarla il siciliano lo trova andando al cimitero a visitare i propri cari defunti, non solo in segno di rispetto, ma di ringraziamento per i doni ricevuti.
Canestro con dolci e frutta Martorana
Nell'isola questa festa è vissuta in modo gioioso, dedicata soprattutto ai bambini e strettamente legata al valore simbolico del cibo. Esiste una relazione molto stretta tra i morti e il cibo. « La festa dei morti è una cena organizzata per le anime dei morti» spiega l’antropologo siciliano Antonino Buttitta (1933/2017) nel documentario “Il 2 Novembre: La festa dei morti in Sicilia” che spiega la festa dei defunti secondo la tradizione siciliana e il legame profondo con la terra e con il cibo, elementi di congiunzione tra il mondo trascendente e quello trascendentale.  Alla fine di ogni ciclo annuale che in agricoltura va da novembre a novembre, i morti ritornano. E ritornano con le stesse caratteristiche umane: amori odi o bisogni. E uno di questi bisogni è il cibo. Quindi i morti ritornano per mangiare. «Questa cena, questi dolci preparati per i morti in realtà poi – spiega Antonino Buttitta- si danno ai bambini. Facendo mangiare ai bambini “il cibo dei morti” ricostituisci la continuità tra la vita e la morte. I pupi rappresentano le anime dei morti (infatti si chiamano pupi a cena). I bambini mangiandole in realtà incorporano i morti e in questo modo li fanno rinascere».
Fonti: www.santiebeati.it; www.sicilyland.it; documentario “Il 2 Novembre: La festa dei morti in Sicilia”nato dall’idea di Fabrizia Lanza, regia Giacomo Costa, pubblicato nel 2017 su “La Torre del Gusto Channel”; blog: Il mio paese Barrafranca. articolo “La festa dei Morti: tra storia e tradizioni” di Rita Bevilacqua. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 

domenica 13 ottobre 2019

"Quannu Annunziata veni di luni, si fa festa a Muntrauni"- sentenziava un antico detto barrese

Monte Navona visto dalla SP 15

I barresi, da buoni siciliani, motteggiavano su tutto. Alcuni detti traevano spunto da favole o leggende narrate per meravigliare e stupire grandi e piccini. Uno di questi detti trae spunto da una leggenda popolare che vede come protagonista Monte Navona, sito tra i paesi di Piazza Armerina e Barrafranca. Alto 754 metri,  appartiene alla catena dei Monte Erei, nella Sicilia centro-meridionale. 
“Quannu Annunziata veni di luni, si fa festa a Muntrauni”, sentenziava il detto. Si raccontava che quando la festa dell’Annunziata (ossia la festa dell'Annunciazione della Beata Vergine Maria, che la Chiesa festeggia il 25 marzo) coincide di lunedì, a Monte Navone si fa festa con una particolare fiera. In un passo del libro “Piccola Pretura” di Giuseppe Guido Loschiavo si legge che: «Al tempo dei Saraceni, sulla sommità del monte, c’era una città. Fu distrutta dalle guerre successive. Mia nonna mi raccontava che, dopo che la città era stata distrutta, un tale mastro Carretto, contadino di Piazza Armerina, andò a caccia sulla montagna, precisamente nella ricorrenza dell’Annunziata, si ridusse sul piano del monte. E quivi, era lunedì, trovò una ricchissima fiera di animali e merci. Volle acquistare qualche cosa da portare a casa come ricordo; però i venditori gli dissero che tutto quello che vedeva non si vendeva, si regalava. Volle, allora, mastro Carretto prendere qualche moneta d’oro da un banco di cambiavalute, e questi e gli altri venditori lo incoraggiarono a prendere quanto più potesse. Mastro Carretto si riempì le tasche dei pantaloni, della cacciatora, il fazzoletto, il berretto e lieto per l’avventura, che lo rendeva ricco, mosse per tornare a casa. Allora gli strani mercanti lo avvertirono che egli avrebbe potuto portare a casa indisturbato il tesoro purché non si fosse voltato indietro fino all'abbeveratoio dell’usignolo. Mastro Carretto rise, scrollò le spalle e si mise in cammino leggero leggero perché scendeva al piano e la via era comoda. Fatti pochi passi cominciò a sentire dentro di se rumori di catene, suoni di campanelli, voci di richiamo, grida di minacce, chiasso, scalpiccio di gente. Si mise a correre e il fracasso d’appresso. Sentiva una torma di gente alle calcagna come se volessero accopparlo. Resistette, resistette, finché, terrorizzato, a pochi metri dalla fonte si voltò indietro. Aveva Perduto! Dietro di lui non c’era nulla, però mani invisibili lo graffiarono, gli strapparono a bravi i vestiti e gli tolsero il denaro, lo percorsero, lo lasciarono privo di sensi sul luogo. Molte ore dopo alcuni viandanti lo trovarono ancora per terra e dalle ustioni che aveva nel corpo, convennero che i diavoli l’avevano conciato così». 
Monte Navona visto dalla SP 15
Altra variante è quella dal maestro barrese Sandro Messina, riportata in un suo manoscritto dal titolo “I disperati”:
«La notte dell'Annunziata, quando questa viene di lunedì, perché allora gli spiriti degli uomini là sepolti, si alzano e fanno la fiera. Difatti c'è un proverbio che dice:
"QUANNU ANNUNZIATA VENI DI LUNI SI FA FESTA A MUNTRAUNI"
Si racconta di un tale, un pastorello, che pernottò sul monte col suo gregge proprio la notte dell'Annunziata a sua insaputa, a mezzanotte si svegliò avendo sentito un gran fracasso: si accorse che tanta gente vendeva cose da mangiare. Avendo appetito, tirò dalla sua tasca quattro soldi e comprò alcune arance e un pezzo di pane. Appena si saziò, comprò altre arance di cui si riempì la "sacchina". Appena cominciò ad albeggiare, non vide più niente, tornò a casa e quando disse ai suoi fratelli:
- Vi ho portato delle belle arance di Montenavone! - questi risposero:
- Quanto mai Montenavone ha fatto arance! -
- Guardate, guardate! - diceva il pastorello, sicuro del fatto suo, e svuotava la "sacchina" guardando pure lui. Che cosa videro? Cosa incredibile per quei semplici pastori: le arance erano diventate marenghe d'oro del tesoro di Montenavone. Si parla pure di un contadino che, zappando, abbia trovato una giara piena di marenghi d'oro, e abbia riempito una bisaccia e portata a casa sul suo mulo. Si dice che avrebbe riferito alla moglie ciò, ma che, per la troppa gioia che ne provò tutto l'oro sia scomparso e si sia trasformato in gusci di lumache, per punizione per non avere saputo mantenere il segreto, secondo quanto gli aveva ordinato lo spirito che in sogno gli indicò il luogo del tesoro. Dato che le leggende sono molte, la gente parla dei diversi modi come impossessarsi del tesoro».
FONTI: Giuseppe Guido Loschiavo, Piccola Pretura, 1948; Sandro Messina, I disperati, Storie e leggende di Barrafranca negli anni '40 e '50. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA 



venerdì 4 ottobre 2019

La festa di san Francesco d’Assisi a Barrafranca, tra religiosità e tradizioni.

Fercolo di San Francesco (anno 2019)

Il 4 ottobre (nella tarda notte del 3 ottobre 1226 Francesco muore a Porziuncola; la mattina del 4 il corpo viene traslato da Porziuncola alla chiesa parrocchiale di san Giorgio ad Assisi) si festeggia san Francesco d’Assisi, dichiarato, il 18 giugno 1939, patrono principale d’Italia. 
Anche a Barrafranca (EN) si festeggia san Francesco, grazie alla precedente presenza dei frati francescani. Difatti nella chiesa di San Francesco (chiusa perchè ancora in fase di restauro), è presente una statua del Santo, scolpita da Nicola Mancuso nel 1806 e attualmente custodita nella chiesa Madre. Nonostante il grande ruolo che nella cittadina svolgevano i frati, non sempre è stato loro concesso di portare la statua in processione per la tradizionale “via dei Santi” e la festa si è svolta sempre in tono minore rispetto alle altre feste, com’è costume della loro regola. Fino alla chiusura al culto della chiesa di san Francesco, avvenuta nel 1999, i festeggiamenti prevedevano la messa solenne nella suddetta chiesa, sita in piazza Regina Margherita, al cui termine veniva esposta la statua davanti al sagrato della chiesa, per la benedizione degli animali e, in casi particolari, era portata in processione lungo la piazza circostante. Alla fine si assisteva al caratteristico spettacolo dei “palloni aerostatici”. La benedizione degli animali richiama il grande amore che il Santo aveva verso la “natura tutta” e gli animali in particolare. Basti ricordare l’episodio del lupo. 
Padre Agnello
Per quanto riguarda i palloni aerostatici, questi furono introdotti a Barrafranca da fra Agnello (1884-1977), padre dell’ordine dei frati minori. Molto legato al culto del Santo, padre Agnello cercò di valorizzarne la festa, realizzando quelli che i barresi chiamano “i palluna di san Francì”. Si tratta di enormi palloni realizzati con materiali semplici, poveri come la carta velina di diversi colori e il fil di ferro. Si uniscono varie strisce di carta velina colorata con semplice colla vinilica, a formare un enorme pallone, nella cui base sono legati dei fili di ferro al centro dei quali è messo un po’ di cotone imbevuto di benzina. Appena il cotone è acceso, l’aria che si crea dentro il pallone, lo fa gonfiare e, alzandosi in cielo, vola via. Simboli di gioia e di allegria, il loro volo simboleggia l’elevarsi dell’anima verso il cielo, alla ricerca di Dio. Difatti la festa andava a buon esito quando i palloni riuscivano a volare alti in cielo senza bruciarsi. Con il trasferimento di padre Agnello in un altro convento, la costruzione dei palloni andò scemando, tanto che scomparvero. 
"Palluni di San Francì" (anno 2017)
Dopo alcuni anni, il recupero dei palloni si ebbe grazie al maestro Gaetano Orofino (1924-2005) che insegnò ad alcuni della Proloco locale come realizzarli. Uno di questi fu il signor Malfitano che iniziò a costruire i palloni aerostatici nella sede dell’Associazione “Gruppo Spettacolo Arcobaleno”. Da allora ogni anno l’Associazione Arcobaleno si adopera affinché la tradizione si perpetui. Difatti sono le giovani leve a realizzare i palloni. Negli anni anche gruppi di scolaresche e altre associazioni, come il “Gruppo Nuovamente Tradizione”, si sono cimentati nella costruzione dei palloni. Grazie all'impegno di tutti loro, questa tradizione continua ancora a persistere. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

domenica 15 settembre 2019

15 settembre-memoria della Beata Vergine Maria Addolorata

Fercolo di Maria Addolorata- Barrafranca anno 2015

Il 15 settembre la Chiesa ricorda la memoria della Beata Vergine Maria Addolorata, con lo scopo di venerare la Madre associata alla Passione del figlio e, vicina a Lui, innalzato sulla croce. La sua maternità assume sul Calvario dimensioni universali. Ornata della Corona del martirio, è gloriosamente invocata dalla Chiesa col titolo di “Regina dei martiri”. Questa memoria fu introdotta nel calendario romano dal papa Pio VII (1814). Inizialmente il culto dell’Addolorata era collegato alla Settimana Santa con la diffusione delle preghiere a Maria Addolorata e della recita del rosario “I sette Dolori”, poi è nata la sua festa, originariamente celebrata il venerdì prima della Settimana Santa o dopo la Pasqua e infine fissata nel 1913 da Pio X il 15 settembre, subito dopo la celebrazione dell’Esaltazione della Croce, sotto il titolo di: Beata Vergine Maria Addolorata.
La preghiera più conosciuta che si recita a Maria Addolorata è la corona dei “Sette dolori dell’Addolorata”, preghiera molto antica che risale al XIII secolo, con un primo accenno alle celebrazioni dei cinque gaudi e dei cinque dolori di Maria, che nel 1236 furono estesi a sette, anticipatrici della celebrazione liturgica istituita più tardi (nel 1446 sono fissati i modi della recita della corona “I sette dolori”). I sette dolori rappresentano sette momenti principali della vita di Maria, descritti dai Vangeli: 1 profezia di Simeone sul Bambino Gesù che preannuncia a Maria le difficoltà che dovrà incontrare e superare (Luca 2,34-35); 2 la fuga in Egitto per mettere in salvo il figlio dalla persecuzione di Erode (Matteo 2, 13-21); 3 perdita di Gesù a Gerusalemme (Luca 2,41-51); 4 prigionia di Gesù: quando Gesù sale al Calvario portando la croce e Maria lo incontra (Luca 23,27-31); 5 Maria ai piedi della croce (Giovanni, 19,25-27); 6 Maria accoglie il Figlio tra le sue braccia prima che venga sepolto (Matteo 27,55-61); 7. Maria è presente quando Gesù è deposto nel sepolcro da cui risorgerà dopo tre giorni (Luca 23,55-56).
Maria Addolorata (anno 2019)
A Barrafranca (EN) la ricorrenza viene ricordata con funzioni liturgiche che si svolgono nella chiesa Madre della Divina Grazia che, per l'occasione, espone  alla venerazione dei fedeli il fercolo dell’ Addolorata (quello portato in processione il Venerdì Santo). Il tutto si conclude la sera con la Solenne Celebrazione Eucaristica. In questa giornata si recitata la preghiera I SETTI DULURA d’ADDULURATA, trasposizione in vernacolo barrese della corona dei “Sette dolori dell’Addolorata”.
Riportiamo testualmente (per come è stata tramandata) la versione della barrese Giuseppina La Zia.

I SETTI DULURA 
1- A lu primu duluri Figghju fustivu
quannu vi nutricaiu e vui nascistivu
quannu a lu Santu tempiu vi prisintaiu
comu cumanna la vostra Santa liggi
ddà c’era un vecchju Santu Simeoni
Maria cchi dduci Figghju ha creatu
sarà cutiddu di la Passioni
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci amuri
haiu sintutu un grandissimu duluri
n’terra cascai tutta stranguscenti
cchjù di latri mammi afflitti e dulenti.
2 - A lu secunnu duluri Figghju fustivu
quannu a Ggerusalemmi vi purtaiu
ncasa di nu bbunu latruni n’ammu jutu
ddà c’era u vusciu Patri spirituali
Maria, fuggitinni in Egittu chi
Erode è vvinnutu,  tutti i picciriddi ha ppigghjatu,
nusciu Gesuzzu ppigghjarisi si voli.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci…
 3- A lu terzu duluri Figghju fustivu
quannu vi persi 3 nnotti e 3 jorna
ji sula ppi li strati jiva circannu
nun c’era quarchi omu o quarchi donna
chi notizia di vui nuddu mi dava
susiju l’ucchji o cilu
e vvitti a Vui nilla dottrina liggi
vi chiamaiu ccu tanta pazinza
mi rispunnistivu ccu na ranni e Ssanta rriverenza.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
4- A lu quartu duluri Figghju fustivu
quannu alla Santa culonna vi ttaccaru
strittu, liatu, crucifissatu, la Santa facci
chjna di sangu e di sudura 66000 battitura
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
5- A lu quintu duluri Figghju fustivu
quannu cchjanastivu l’aspra muntata
nudu, scazu, murtu di fami e siccu di la siti
Maria niscì ppi acqua e nun ni potti aviri
ci dittiru la spugna ntussicata,
nntussica Maria la vera donna
chi vustru Figghju iè juntu alla culonna
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
6-  A lu sestu dulure Figghju fustivu
quannu alla Santa cruci vi mintiru
li Santi manu ccu li Santi pidi
3 cchjova pungenti alla divina cassa
lanciata a lu custatu chi cci trava
cchi sangu preziosu cci curriva
e l’angilu Garbiele lu cugghjva
cchi bbelli cruni d’oru nni faciva
alle virgineddi puru li mintiva.
Rit. Oh! Figghju pp’u  vusciu duci …
 7- A lu settimu duluri Figghju fustivu
quannu di la Santa cruci vi scinniru
a lu Santu monumentu vi purtaru
scumpagnatu d’amici e di parinti.
Maria jittà na vuci: Figghju mia murtu  ncruci
iutatimillu a ccianciri amici mia:
haiu pirsu un figghiu di 33 anni!
33 anni aviva nustru Signure quannu pigghjà morti e Passione.
Figghhju, Figghjuzzu cchi turmenti ha vistu:
littu di chiova e cchjumazzu di spini,
mentri voli accusì lu Redenturi,
sia fatta a sò Santa Vuluntà.
Invocazione finale :
Santa Matri chi aviti dittu e chi aviti cuntatu sti sette dulura,
nun sapivati cci fussi quarchi omu o quarchi donna
40 giorni li facissi dire, chi nun li sappia li vorrà ‘mparari.
Paci e concordia nna so casa!
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)


RITA BEVILACQUA

venerdì 13 settembre 2019

La pratica cristiana del BACIO al SS. Crocifisso



Il "bacio" al SS. Crocifisso di Barrafranca
Una delle pratiche cristiane molto diffusa è “l’atto di baciare” la croce o le reliquie di Santi. A Barrafranca (EN) questa pratica si svolge soprattutto in due momenti molti importanti: l’ottava del SS. Crocifisso, ossia otto giorni dopo il Venerdì Santo e nel giorno dell’Esaltazione della Croce, il 14 settembre.
Che valenza assume nel culto cristiano questo bacio? 
L’atto del baciare è uno dei gesti più usati nella vita sociale: si baciano i figli, i coniugi, gli amici. Anche nel culto cristiano, il bacio ha un’importante valenza simbolica. Come gesto, il bacio appartiene a quel linguaggio non verbale che è pur tipico della liturgia e della devozione: ne sono esempio il baciare immaginette sacre, statue e soprattutto le immagini del Crocifisso. 
SS. Crocifisso di Barrafranca
Questa è una consuetudine molto antica e deriva dall’usanza che c’era a Gerusalemme di far baciare il “Legno della Croce” ai pellegrini, perché quel Legno fu reso sacro dal Sangue del Signore e quindi era un gesto di venerazione verso Nostro Signore che patisce e muore in Croce per noi. Da Gerusalemme, tramite i pellegrini l’adorazione della Croce arrivò alle altre Chiese.  Non esistono altre occasioni liturgiche che prevedano cose simili. Vi è, però, in molte occasioni la tradizione (non liturgica) di venerare la Vergine Maria o i Santi (soprattutto le reliquie) con il bacio. Dopo il Concilio Vaticano II, con l’istituzione «Inter Oecumenici» del 1964 (n. 36), sono stati soppressi diversi baci a oggetti sacri.
Nella liturgia odierna è rimasto il bacio della croce durante la celebrazione del Venerdì Santo (nel rito dell’adorazione della croce) e in alcuni casi, come a Barrafranca, all’Ottava del Crocifisso e per l’Esaltazione della Croce. 
In questo contesto, il bacio diventa elemento di comunicazione, sia a livello antropologico e psicologico e, di conseguenza, come segno per esprimere un atteggiamento di fede. 
Il "bacio" al SS. Crocifisso di Barrafranca
Quando i fedeli a massa si recano a “baciare” il SS. Crocifisso inchiodato alla Croce non fanno altro che andare ad adorare, con sentimenti di amore riverenziale, chi è morto in croce per salvare l’umanità, a entrare in comunione con le sue sofferenze. Il bacio diventa così centrale nel momento dell’adorazione: permette al fedele un contatto fisico diretto con il Cristo, divenendo simbolo di unione e riconciliazione.
Questo gesto che i fedeli barresi ripetono ogni anno, ha una grande valenza simbolica sia a livello devozionale che affettivo: sono questi rari momenti in cui il popolo ha la possibilità di vedere da vicino il SS. Crocifisso, tenuto conto che il Crocifisso è “celato” tutto l’anno. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

venerdì 6 settembre 2019

Origine e sviluppo della devozione a MARIA SS. DELLA STELLA, compatrona di Barrafranca

Tela di Maria SS della Stella dentro l'arca

La devozione a Maria SS. della Stella fu introdotta a Barrafranca dalla famiglia Barresi,  già all'epoca di  Abbo IV Barresi quando nel 1330 comprò l'antico feudo di "Convicino" e sviluppatasi nel 1529 con Matteo Barresi III che trasformò il feudo in municipalità, dando il nome di Barrafranca. Con Matteo il paese fu ripopolato con l'arrivo di gente provenienti dai possedimenti della famiglia Barresi, ma soprattutto da Militello Val di Catania che portarono con sé e incentivarono il culto di Maria SS. della Stella, già venerata nel loro paese.
Nel 1572 la municipalità e il clero dichiarano Maria SS. della Stella compatrona, assieme a sant'Alessandro, di Barrafranca (vedi Nicotra, Dizionario dei comuni siciliani, 1907).

Santino della tela trafugata

Sopra trovate il santino con l'immagine dell'antica tela raffigurante la Madonna della Stella con sant'Alessandro e san Giovanni Battista. Di antica fattura, si disconosce la data di esecuzione, per alcuni probabilmente fu dipinta  nel 1572, per altri esisteva già prima.
Molte sono le storie, spesso fantasiose, della sua esecuzione: chi narra che fu portata, trovandosi di passaggio a Barrafranca, da un pescatore di Gela che l'avrebbe trovata lungo la spiaggia, arrotolata e sporca. Alcuni barresi, scoperta la tela, se ne impadronirono portandola e lasciandola nella chiesa di sant'Alessandro (così chiamata l'attuale chiesa Maria SS. della Stella).
Altra tradizione vuole che fosse stata dipinta da un pittore, in cerca di lavoro, in una "ticchina" vicino alla chiesa, dove aveva ricevuto ospitalità da una donna. Dopo alcuni giorni il pittore scompare all'improvviso. La donna vedendo il quadro e avendo riconosciuto la figura di Maria con ai lati san Giovanni Battista e san Alessandro (anche se alcuni sostenevano che non fosse san Alessandro ma san Luca), già venerati a Barrafranca, decise allora di donare il quadro alla vicina chiesa.
Qualunque sia la verità, quell'immagine era molto cara ai barresi, anche perché tante volte li aveva protetti: una prima volta da una invasione di locuste che colpì non solo Barrafranca ma l'intera Sicilia dal 1689 al 1711. In quell'occasione il quadro fu portato in processione assieme al SS. Crocifisso miracoloso. Protegge di nuovo il popolo barrese sia nel 1784 che nel 1798 da una nuova ondata di locuste.
Dietro dell'arca

Il popolo poté venerare l'immagine della sua compatrona fino alla notte del 19 giugno 1977 quando la tela e gli ori che la ricoprivano furono rubati, lasciando solo la mirabile cornice seicentesca, dipinta di oro e azzurro (ricopre ancora l'attuale quadro).
L'anno dopo (1978), dalla Commissione dell'Arte sacra Diocesana fu bandito un concorso per scegliere la nuova tela che avrebbe sostituita quella trafugata.
La scelta ricadde sulla tela del professore Gaetano Vicari che diventa l'attuale quadro della compatrona; così dal 8 settembre 1978 la nuova effige di Maria SS. della Stella, realizza dal barrese Vicari, viene portata in processione dentro un'arca di legno, scolpita nel 1849 da Angelo Minoldo di Mazzarino.
Dalle origini fino alla fine dell'800, la festa era celebrata il 15 settembre; ma la celebrazione solenne con la processione del quadro si svolgeva ogni 10 anni. Il Nicotra nel suo "Dizionario illustrato dei comuni siciliani" scrive che, nei giorni precedenti la festa, un coro di fanciulle, simboleggianti gli angeli, cantavano un canto tradizionale sopra un carro trainato da buoi. In quell'occasione il quadro veniva portato dal ceto dei "civili".
Dalla fine dell'800 fino agli anni '60, la data della festività fu spostata al 8 settembre giorno in cui, nel calendario liturgico, ricorre "la natività della beata Vergine Maria".  La festa solenne, con la processione del quadro, fu anticipata da 10 a 7 anni, mentre gli altri anni si portava in processione uno stendardo con l'effige dalla Madonna della Stella su cui era affisso il reliquiario contenente una reliquia che, per molto tempo, è stata conosciuta come "il capello di Maria". In quella occasione, il quadro della Madonna usciva accompagnato dalle statue di alcuni Santi, presenti a Barrafranca: santa Rita, santa Lucia, sant'Agnese, san Luigi, san Pasquale, san Francesco, sant'Antonio e san Giovanni Bosco.

Festeggiamenti anno 2000

Dagli anni '60 ad oggi, la festa solenne si svolge annualmente; scompare lo stendardo e la reliquia, che poi non era il "capello" ma "il velo di Maria", il cui reliquiario attualmente è appeso nella veste della Madonna della Giunta, usata per la mattina di Pasqua e scompare la processione con tutti i Santi. L'arca contenente il quadro viene portata in processione sopra una struttura che, agli inizi, era provvista di ruote per essere spinta. Attualmente viene portata a spalla.
La foto sopra risale ai festeggiamenti del 8 settembre del 2000 quando, in occasione del giubileo, l'allora parroco della chiesa Maria SS. della Stella don Giuseppe Bonfirraro decise di portare in processione l'arca contenente il quadro sopra un carro trainato da due cavalli bianchi. Questo fu un evento eccezionale, molto gradito ai barresi e non.

Locandina festeggiamenti anno 2021

La foto sopra mostra la locandina dei festeggiamenti dell' anno 2011 che, in occasione del centenario dell'elevazione a parrocchia della chiesa Madre,  il vescovo di allora mons. Michele Pennisi permise, durante la processione serale del 8 settembre, di far accompagnare  l'arca contenente il quadro di Maria SS. della Stella con le statue di santa Rita, santa Lucia, sant'Agnese, san Luigi, san Pasquale, san Francesco, sant'Antonio e san Giovanni Bosco, portati tutti a spalla dalle diverse associazioni barresi. Per l'occasione fu ripresa una tradizione che si svolgeva fino agli anni '60, quando l'arca della Madonna veniva accompagnata e omaggiata dalle suddette statua. (Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

mercoledì 4 settembre 2019

L'antico detto siciliano “Parabbula significa tarantula ballerina”


Alcune favole che le nostre nonne, nelle serate invernali, ci raccontavano seduti attorno alla "conca", si terminavano con l'espressione: "Parabbula significa tarantula ballerina (o nacalora)!" che tradotto diventa "La favola (parabola) significa tarantola ballerina!". Qual è il senso di questa frase, trasformatasi anche in affermazione popolare?
Si tratta di un antico detto popolare palermitano, conosciuto in tutta la Sicilia. Si dice a commento di un ragionamento che, dopo aver filato liscio, a un certo punto perviene a conclusioni illogiche. Come chi,  morso dalla tarantola, si muove (balla) in modo vorticosa e senza senso, così il ragionamento o la favola termina con un non senso.
Tarantola è il nome generico e comune con cui s'identificano moltissime specie di ragno, appartenenti a diverse famiglie. 
Per i siciliani la tarantola ballerina è quella il cui morso dà effetti simili a un attacco epilettico. La vittima della tarantola è costretta a girare vorticosamente in tondo su se stessa. Allo stesso modo a chi sta cercando una verità capita di dover tornare al punto di partenza dove tutto è avvolto nel dubbio. (Tratto dal romanzo Tarantola ballerina. Misteriosi omicidi nella Palermo del Settecento. Indaga il capitano Della Valle, nobiluomo illuminista”di Filippo D'Arpa, Ugo Mursia Editore, 2003)
Secondo l’antropologo Giuseppe Pitrè nella tradizione siciliana ci sarebbero vari tipi di tarante, che possono dividersi in "ballerina" o "nacalara", proprio come nella Tradizione Salentina. E’ sempre il Pitrè che afferma come il modo migliore di guarire dall’ossessione, nel primo caso, sia il ballo, mentre per il morso della seconda l’unica soluzione è quella di affidarsi al dondolio di una culla ove si pone l’ammalato.
Il tarantolismo o tarantismo è definito come una sindrome culturale di tipo isterico. Con la dicitura "sindrome culturale" si vuole indicare - nell'ambito dell'antropologia medica e della psichiatria culturale - un particolare tipo di quadro clinico caratterizzato dall'insieme di disturbi psichici e somatici aventi un significato particolare e tipico di una determinata regione o gruppo etnico. Difatti, il tarantolismo - attribuito proprio al morso di tarantola - veniva diagnosticato solo nelle regioni del sud Italia.
Le popolazioni del luogo descrivevano il tarantismo come una patologia caratterizzata da sintomi sia fisici sia psichiatrici, quali: malessere generalizzato; dolori addominali; dolori muscolari; affaticamento; convulsioni; stati di prostrazione; depressione; deliri; stato di trance.
I miti e le leggende popolari dell'epoca volevano che l'unica terapia esistente per questa patologia fosse una sorta di "esorcismo musicale" operato attraverso una danza caratterizzata da movimenti frenetici e scandita da una musica sempre più incalzante. Oggi, tale ballo, è noto come tarantella.

FONTI: Giuseppe Pitrè, medicina popolare siciliana, 1896; Renata Pucci di Benischi, Trenta e due ventotto, Sellerio Editore, 2004; Andrea Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio Editore, 1995. (Foto web)(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA