lunedì 4 marzo 2019

Il FANTOCCIO di Carnevale

Foto del web
Una tradizione carnevalesca, presente in molte parti dell'Italia, è il cosiddetto FANTOCCIO DI CARNEVALE.
In tempi lontani anche a Barrafranca (EN) l’ultimo giorno di Carnevale, il Martedì Grasso, si usava portare in giro per le strade del paese un FANTOCCIO che rappresentava il Carnevale. Si trattava di un manichino imbottito di paglia e vestito e abbigliato da capo a piedi con abiti semplici, da contadino. Appeso ad una scala di legno, il pomeriggio veniva portato in giro per i quartieri. Arrivati in piazza Regina Margherita, allora Piazza Convento, il fantoccio veniva bruciato, mentre si attendava il suono delle campane della Chiesa Madre che annunziavano l'inizio della Quaresima. Da ciò si capiva che il tempo dell’allegria e del divertimento era terminato. Non abbiamo notizie di quando questa tradizione sia scomparsa. Possiamo solo ipotizzare che non fu più attuata dopo il febbraio del 1956 quando, a causa dell'uccisione del maresciallo dei Carabinieri Troja, assassinato durante il Carnevale, le tradizioni carnevalesche subirono un arresto. Agli eventi resistettero solo le serate private.
Nella fantasia e cultura popolare, il Carnevale assumeva sembianze reali: quel fantoccio vestito di stracci, era la personificazione di quei giorni di allegria, che aveva caratterizzato il periodo carnevalesco. Come avviene nell'ordine naturale delle cose, il martedì grasso il fantoccio-carnevale ha ormai terminato la sua vita, deve morire, lasciare il posto al lungo periodo di penitenza e conversione della Quaresima. Eccolo allora nella piazza principale del paese a dissolversi tra le fiamme, a morire, a terminare i suoi giorni terreni! 
Le origini di quest’usanza sono profonde, richiamando i riti di fecondità e fertilità, praticati nei tempi più remoti, dove si offrivano a fantomatiche divinità della natura sacrifici in cambio di benessere e prosperità. 
Perché proprio a Carnevale? Esso assume uno spazio temporale ludico, interpretato con il ribaltamento dei ruoli del quotidiano, del proprio “status” esistenziale, dell’eterna subalternità. S’inquadra quindi in un ciclico dinamismo di significato mitico: è la circolazione degli spiriti tra cielo, terra e inferi. Il Carnevale riconduce a una dimensione metafisica che riguarda l’uomo e il suo destino. Posto tra “la morte” dell’inverno e la “rinascita” della primavera,  il Carnevale segna un passaggio aperto tra gli inferi e la terra abitata dai vivi. Le anime, per non diventare pericolose, devono essere onorate e per questo si prestano loro dei corpi provvisori: essi sono le maschere che hanno quindi spesso un significato apotropaico, poiché chi le indossa, assume le caratteristiche dell’essere ” soprannaturale ” rappresentato. Dobbiamo tener conto che in molti comunità antichi con la riforma calendariale arcaica, o numana (tra il VI e il V sec. aev il re “civilizzatore” Numa Pompilio aggiunse Ianuarius e Febriarius) l’inizio dell’anno è indicato in marzo e non in gennaio, come sarà con la riforma giuliana: marzo era, in tempi molto antichi, il primo mese dell’anno e, di conseguenza, febbraio chiudeva l’anno vecchio.
Nel Carnevale sono confluiti i riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo pagano, connessi con le feste che segnano l’inizio di un ciclo agricolo e quindi stagionale, ispirati al bisogno naturale di rinnovarsi, mediante l’espulsione del male: per questo l’atto di bruciare un fantoccio che simboleggi appunto il male, il passaggio dal vecchio al nuovo. Si trattava di un rituale magico per scacciare la passata cattiva stagione invocando l’arrivo della primavera, affinché fosse portatrice di buoni raccolti. Questo periodo coincide, infatti, con il tempo di tregua nei lavori stagionali della campagna. Il rogo rappresentava l’inverno morente che era bruciato con le sembianze di un fantoccio di paglia o legno e stracci, per distruggere definitivamente la stagione passata in favore della primavera, con la rinascita propizia della natura e della vita stessa. 
(Foto e materiale sono soggetti a copyright)

RITA BEVILACQUA

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